Standardizzazione e Campione Normativo in Psicometria

gennaio 2nd, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicometria

PmE21di Marijana Milotic

Obiettivo di questo articolo è quello di spiegare cosa significa standardizzazione e come si utilizza il campione normativo in Psicometria.

La scelta di utilizzare un test psicometrico non dipende però esclusivamente dal grado di validità ed attendibilità, ma anche da altre caratteristiche come il campione normativo e la standardizzazione.

Quando si sceglie lo strumento da utilizzare occorre valutare le informazioni presenti sul campione normativo, infatti, il punteggio individuale in un test non significa nulla senza il confronto con i punteggi ottenuti da altre persone allo stesso test. Se infatti una persona ottiene come stima della resilienza un punteggio pari a 3 su un massimo di 10, esso non significa a priori che la persona ha un basso grado di resilienza, allo stesso modo ottenere un punteggio pari ad 8 su un massimo di 10 sulla stessa scala di resilienza non significa che il soggetto abbia dimostrato un alto grado di resilienza. Se infatti il punteggio medio in quella scala in soggetti ad esso confrontabili è pari ad 1, 3 è un punteggio alto, se il punteggio medio è pari a 9, 8 è tendenzialmente un punteggio basso. Prima di fare affidamento sulle inferenze che si possono trarre da questo confronto occorre individuare le caratteristiche del gruppo normativo: la metodologia di selezione del campione (casuale/non casuale); l’ampiezza del campione (se la selezione non è stata casuale, più piccolo è il campione meno è rappresentativo della popolazione); l’attualità della selezione del campione e della somministrazione dello strumento.

Non è necessario che il gruppo scelto per il test e il campione normativo siano simili rispetto a tutte le possibili variabili, ma lo devono essere rispetto a quelle relative al costrutto che viene misurato.

In altre parole, la selezione del campione è particolarmente rilevante quando si sceglie di somministrare un test.
Occorre, quindi, verificare le caratteristiche dei destinatari del test e confrontarle con quelle del campione normativo. Il test da solo dunque non è uno strumento di cui possiamo stabilire l’efficacia se non lo si confronta con la documentazione scientifica che attesta le sue qualità psicometriche. Nel caso in cui non siano direttamente presenti al clinico occorre verificare l’esistenza di una documentazione che permetta di valutare lo strumento.

Le principali fonti di informazioni sono:

  1. Il manuale del test: un buon manuale dovrebbe fornire informazioni su quanto segue. Riferimenti teorici e metodologici del test, descrizione del test, destinatari, propositi e usi raccomandati del test, istruzioni per la somministrazione e per lo scoring, dati sull’attendibilità, sulla validità, tavole relative al campione normativo, profili, ricerche, bibliografia etc.
  2. Le revisioni critiche del test
  3. Le ricerche scientifiche pubblicate

Altro aspetto da non sottovalutare nella scelta di uno strumento è rappresentato dai costi sociali e monetari nell’utilizzo del test.
Il prezzo basso di un test potrebbe riflettere la scarsa accuratezza con cui è stato sviluppato, anche se un prezzo molto alto non necessariamente sta ad indicare che il test è uno strumento di qualità. Quando i test vengono utilizzati per effettuare selezioni in contesti lavorativi ed educativi, o per effettuare diagnosi in ambito clinico, il costo monetario deve essere valutato assieme al costo sociale di una decisione sbagliata, nel caso sia di un cattivo che di un mancato utilizzo del test.
La scelta di un test di scarsa qualità e di basso costo può portare a un risparmio sul fronte monetario, ma potrebbe anche avere costi psicologici e sociali ben più pesanti del semplice risparmio monetario.

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