Il concetto di Disoccupazione in psicologia

febbraio 5th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia del Lavoro

Cosa significa disoccupazione in psicologia

Spiegazioni psicologiche del concetto di disoccupazione

Fabio Romanato

disoccupazioneLa definizione di lavoro, anche se a prima vista sembra di una banalità disarmante, nasconde dietro di sè una vasta complessità che ha tenuto impegnati studiosi di varie discipline per moltissimi anni. Il lavoro come noi lo intendiamo oggi nella società occidentale è il massimo valore che ogni persona aspira, e coinvolge inevitabilmente non solo l’individuo ma l’intera società. Il lavoro diventa l’espressione dell’individuo come soggetto appartenente ad una comunità, lo qualifica. E’ un valore individuale, sociale e politico.

Non è un caso che molto spesso durante le manifestazioni di piazza si rivendica la necessità di un posto di lavoro, non solo come bisogno di mera sussistenza, ma anche come espressione della dignità personale. Tuttavia a questa corrente di pensiero si contrappone un’altra in cui il lavoro non è la principale fonte di significato e di strutturazione della propria vita (Argyle 1992).
Comunque non si può negare che la ricerca in psicologia ha evidenziato come il lavoro continui a svolgere un ruolo centrale nella vita delle persone.

Lo sviluppo della teoria dell’empowerment (Brusaglioni 2005) nell’ ambito della formazione in azienda ne è un esempio molto esaustivo. Tale teoria-applicativa, mutuata dalla psicologia di comunità, mette al centro la persona, considerando il lavoro come parte integrante della vita dell’individuo. La persona riesce a esprimere se stessa se si libera di una concezione a “spicchi” della propria vita (vita lavorativa vs vita extralavorativa).

La persona al lavoro porta con sè tutto il bagaglio di esperienze, intelligenza e intuizione che ha sviluppato fino a quel momento. Un altro esempio dell’importanza del lavoro anche come politica aziendale-sociale e di sensibilità al tema, sono le attività di Outplacement cioè tutte quelle procedure e strumenti che favoriscono il ricollocamento lavorativo della persona in caso di licenziamento (Boccato et al. 2010).

Nato negli Stati Uniti per ricollocare i tecnici della NASA dopo la chiusura del progetto Apollo, ha trovato rinnovato successo a causa della cosiddetta New Economy e l’apertura dei mercati globali. Tale situazione scardinando il concetto di produzione fordista a ciclo continuo, ha richiesto conoscenze sempre più specialistiche e flessibili. Come scrive Rampini (2006), i paesi emergenti come Cina e India, inizialmente votati alla produzione su vasta scala per mercato estero, stanno sviluppando un capitale umano che sta mettendo in crisi anche i profili di alto livello in Occidente.

L’outplacement non è un semplice “ufficio di ricollocamento” ma porta con sè vari strumenti come: Bilancio di competenze, colloqui individuali e test. L’utilizzo di queste risorse sono giustificate dalla comprovata importanza del ruolo sociale del lavoro, e delle possibili conseguenze date da una prolungata disoccupazione.

Il tema della disoccupazione studiata in psicologia (Eisenberg & Lazarsfeld, 1938) ha speso fiumi d’inchiostro, cimentando moltissimi ricercatori e studiosi alla ricerca di qualsiasi aspetto individuale e sociale, che spieghi i vissuti negativi dell’individuo in modo da saper definire una strategia d’intervento. Notoriamente la perdita del posto di lavoro non causa solamente una condizione di stress, ma anche depressione, problemi psicosociali con ricadute sulla salute fisica (Dew, Bromet & Penkower, 1992; Dew, Bromet & Schulberg, 1987; Dooley & Catalano, 1988; Hamilton, Broman, Hoffman & Brenner, 1990; Kessler, Hose & Turner, 1987; Price 1992; Vinokur 1997). Kahn (1981) propone che la forza iniziale degli eventi stressogeni e le risposte a breve e lungo termine del corpo e della mente possono essere influenzati da un ampio spettro di fattori sociali, biologici, chimici e ambientali. In questo contesto emergono due interessanti prospettive teoriche: la latent deprivation model (Jahoda 1981) e la agency restriction model (Fryer 1986; Fryer & Payne, 1986).

La prima teoria, pur precisando che gli individui sono spinti alla ricerca del lavoro per questioni economiche, sottolinea che il lavoratore gode anche di benefici inaspettati o latenti: obiettivi comuni, status, contatti sociali, struttura temporale (tempi definiti), scopi collettivi. In questo modello, quando una persona è disoccupata, il disagio psicologico è maggiormente correlato alla perdita di questi “benefit latenti” più che alla deprivazione di “benefit manifesti” (lo stipendio).

Jahoda (1982) sostiene che la disoccupazione porti ad una destrutturazione della percezione del tempo da parte della persona, perchè perde i suoi ritmi abituali.

Conseguentemente vi è un impoverimento delle relazioni sociali e quindi dell’ampliamento dei propri orizzonti sociali.

Invece secondo la teoria della agency restriction model di Fryer, si ponè l’accento sui cosiddetti benefit manifesti e quindi sull’aspetto meramente finanziario (Finacial Strain). Fryer sostiene che ci sono due importanti fattori che creano disagio per l’individuo: la disoccupazione intesa come “povertà corrosiva” e che la povertà toglie all’individuo qualsiasi possibilità di progettare la propria vita e il proprio futuro.

Lo strain inteso come difficoltà adattiva si colloca nella sfera finanziaria proprio perchè l’individuo ha difficoltà a ristruttrare la propria visione del mondo e a delineare un futuro e aspettative positive.

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