Perché solo alcune persone sviluppano un disturbo dopo un trauma? Fattori di vulnerabilità al trauma

agosto 8th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Ipnosi | Psicologia Clinica

Come mai solo una parte dei soggetti esposti ad un agente traumatico sviluppa il disturbo? Perché in alcuni soggetti il disturbo regredisce spontaneamente mentre in altri tende a peggiorare e divenire cronico?

C’è una sorta di consenso nell’affermare che la presenza di alcuni fattori individuali rendano gli individui più vulnerabili e, di conseguenza, più soggetti a sviluppare un quadro psicopatologico. Yehuda è giunto a suddividerli in 3 grandi categorie, a seconda delle fasi in cui si manifestano:

  1. pre-trauma;
  2. peri-trauma;
  3. post-trauma.

Rispetto ai fattori pre-trauma, i dati che ci pervengono indicano che il rischio di DPTS sia maggiore tra coloro che hanno un basso livello socioeconomico e di istruzione, figure di accudimento affette da disturbi mentali, una sfera familiare di maltrattamenti psicologici o fisici, la precoce separazione dai genitori.

La vulnerabilità pre-trauma comprende:

  1. fattori di rischio genetici e biologici;
  2. fattori relativi alla salute mentale ;
  3. fattori di personalità.

I fattori biologici includono la familiarità dei disturbi mentali, il genere e probabilmente anche un’elevata influenzabilità, o una vulnerabilità neuro-endocrina. Alcuni tratti della personalità, come il nevroticismo, l’introversione e precedenti disturbi mentali, aumentano il rischio di sviluppare il DPTS. Ci sono anche notevoli differenze di genere nella probabilità di sviluppare un DPTS: in generale le donne sono molto più a rischio di sviluppare un DPTS, in seguito ad un evento traumatico rispetto all’uomo. Ricerche dichiarano che anche se le donne hanno meno probabilità di essere aggredite o picchiate violentemente, rispetto ad un uomo, esse sono più soggette ad aggressioni sessuali, comprese essere violentate.  Gli uomini, d’altra parte, sono maggiormente coinvolti in incidenti gravi (ad esempio incidenti stradali) o nell’aver assistito ad atti di violenza.

Il rischio condizionante lo sviluppo di un DPTS, associato a qualsiasi tipo di trauma, è tuttavia il doppio nelle donne, il 13% contro il 6%, questo a dimostrazione del fatto che i tassi più alti di DPTS nelle donne, non sono dovuti esclusivamente alla loro maggiore esposizione a casi di stupro. Sebbene le donne vivono situazioni di stupro più frequentemente, questo rappresentava solo una parte della differenza sessuale della condizione di rischio di sviluppo di un DPTS. In altre parole, le donne sono più vulnerabili a un DPTS a seguito di un qualsiasi tipo di evento traumatico, che sia una violenza fisica, sessuale o altre situazioni traumatiche.

Riguardo ai fattori PERI-TRAUMATICI (vicini al momento del trauma), tre sono le dimensioni individuate come determinanti:

  • Comportamenti o sintomi osservabili(per es. conversazione, agitazione, stupore);
  • Esperienze emotive o cognitive ( per es. ansia, panico, paralisi emozionale, confusione);
  • Processi o funzioni mentali (per es. difese).

Queste tre dimensioni spesso si sovrappongono: la dissociazione, ad esempio, è un comportamento osservabile e, allo stesso tempo, è un’esperienza e una forma di difesa dal dolore, dalla sofferenza e dall’umiliazione.Alcuni studi hanno sottolineato che  l’intensità della reazione peritraumatica ( ad es. la dissociazione, blocco resa, disorganizzazione) è predittiva per lo sviluppo di un DPTS.

Ad esempio, in uno studio condotto da Marmar et al. (1994) è stato dimostrato come la dissociazione peritraumatica, riportata dai veterani del Vietnam, era un predittore di DPTS più degli effetti dell’esposizione al combattimento. Infine, anche i fattori POST-TRAUMA appaiono influenzare il processo di risoluzione del trauma, in particolare: l’ambiente e il sostegno sociale, sia familiare che comunitario, in quanto contribuiscono a restituire un senso di maggior controllo sull’evento e riducono la percezione negativa di esso.

I soggetti possono mostrare diverse reazioni alcune delle quali sono state associate con lo sviluppo successivo di DPTS subito dopo la fase dell’impatto del trauma . La sofferenza durante i giorni successivi a un trauma sembra comune, ma l’intensità della sofferenza soggettiva è correlata allo sviluppo successivo di DPTS. Sintomi simili a quelli del DPTS sono stati riscontrati nei giorni successivi ad un trauma, in modo particolare, i sintomi intrusivi sembrano essere predominanti. Ci sono però differenze nell’intensità del disturbo, della reattività e della dissociazione che accompagnano i primi ricordi forzati, e per alcuni sopravvissuti questi ricordi sono assolutamente insopportabili. Osservazioni cliniche dimostrano come molti sopravvissuti giudichino se stessi o rivalutino le loro azioni (o le loro azioni mancate) con particolare intensità durante questo periodo. Questi giudizi possono portare a una valutazione non specifica e generalizzata dello stressor e delle proprie risorse e , di conseguenza, che ciò possa causare idee negative su se stessi e sugli altri. La sintomatologia si confonde spesso con i processi mentali sottostanti, in altre parole, si valuta come predittore la quantità o l’intensità di un comportamento osservabile, piuttosto che il suo effetto. I sintomi precoci del DPTS diminuiscono nel tempo in molti sopravvissuti. Foa e Rothbaum (1989) hanno trovato i sintomi del DPTS nel 94% di vittime di stupro una settimana dopo il trauma, ma solo nel 52,4% due mese più tardi, e nel 47% nove mesi dopo. Altri studi ( per es. Saigh,1988; Patterson et al,1990) hanno scoperto che un’ampia porzione dei sopravvissuti guariscono dai sintomi precoci di DPTS.

Predire l’insorgenza del DPTS in base alla valutazione dei fattori di vulnerabilità rappresenta un aspetto assai complesso sullo sviluppo del disturbo stesso. Fino a pochi anni fa, le variabili esaminate si basavano sul presupposto che la reazione al trauma fosse sempre normale, e questo ha causato difficoltà nel distinguere tra reazioni normali e quelle di coloro che avrebbero sviluppato il DPTS. Recentemente, gli studi hanno iniziato ad analizzare le reazioni eccessive o specifiche, per vedere se queste sono predittori migliori di DPTS. Ad esempio, il lavoro sulla dissociazione sembra mostrare che questa sia una variabile importante. Ci sono anche individui che, dopo l’esposizione a un evento traumatico, sviluppano un disturbo psicologico, ma riescono a reagire all’evento in modo adattivo. Questa reazione adattiva viene definita come resilienza la quale, appunto, rappresenta il percorso post-traumatico più favorevole in cui si sottolinea una tendenza a mantenere un equilibrio stabile nel funzionamento. Per resilienza si intende la capacità o il processo di far fronte, resistere, integrare, costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante l’aver vissuto situazioni spiacevoli che facevano pensare a un esito negativo. Se un soggetto mette in atto questa reazione, non significa che l’evento non abbia avuto nessun tipo di conseguenza, anche perché possono in ogni caso, presentarsi dei possibili malesseri, che mantengono un carattere di transitorietà. In altre parole il soggetto vive l’evento traumatico, prova delle conseguenze a livello somatico, ma supera questi malesseri e le difficoltà che sono causati dall’evento. La resilienza quindi è una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto con l’esperienza, i vissuti e soprattutto, con il modificarsi dei meccanismi mentali che la sottointendono.

Di Ilaria Tabarretti

 

Il presente articolo non è sostitutivo di cure mediche o psicologiche, se hai bisogno di uno psicologo contattami, ti risponderò nel più breve periodo possibile.

 

 

 

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