La teoria dell’attaccamento di John Bowlby

ottobre 30th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

teoria-attaccamento-bowlbyLa teoria dell’attaccamento si è sviluppata attraverso tre fasi principali. Nella prima, lo psichiatra e terapeuta della famiglia, John Bowlby, ha richiamato l’attenzione sul sistema di attaccamento come principale responsabile e garante della sicurezza e sopravvivenza dei bambini nell’ambiente di adattamento evolutivo. Questo sistema è considerato importante quanto i sistemi che regolano l’assunzione di cibo e l’attività produttiva ed è inteso come la guida che orienta il bambino nel costante controllo dell’accessibilità di una o più figure di protezione, le prime figure di attaccamento, e nella modalità di ricerca di questi individui come rifugio sicuro in caso di pericolo (Main, 1999).

Bowlby distaccandosi dalla teorizzazione kleniana dell’infanzia inaugurò dal 1942 una nuova stagione dello studio psicoanalitico del bambino e della famiglia. Il riferimento alle teorie ecologiche e alla teoria generale dei sistemi sono i punti più rilevanti del considerevole contributo di Bowlby, troppo spesso trascurato o ridotto a semplici studi sugli effetti della separazione e del lutto nei bambini.

Gli studi sull’attaccamento e sulla separazione iniziarono da una ricerca sui disturbi psicologici derivanti dal distacco del bambino dalla madre, cui si dedicò nei primi anni ‘ 50 per incarico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Bowlby tentò di fare osservazioni sul comportamento di bambini piccoli in situazioni di vita reali: la teoria di Bowlby (  1979), viene considerata il punto di rottura tra le teorie metapsicologiche della psicoanalisi e le teorie comportamentiste e l’approccio sistemico-interazionista .

Secondo Bowlby per comportamento di attaccamento si intende qualsiasi forma di comportamento che porta una persona al raggiungimento o al mantenimento della vicinanza con un altro individuo differenziato e preferito, considerato in genere come più forte e più esperto. Anche se particolarmente evidente nella prima infanzia il comportamento di attaccamento caratterizza l’essere umano dalla culla alla tomba; comporta il pianto e il richiamo per sollecitare attenzioni, il seguire e l’aggrapparsi, ed anche forti proteste nel caso in cui il bambino sia lasciato da solo o con estranei. I particolari schemi di comportamento manifestati da un individuo variano in parte a seconda dell’età, del sesso e delle circostanze, in parte a seconda delle esperienze che ha vissuto con le prime figure di attaccamento della sua vita ( Bowlby, 1969 ).

Il concetto di attaccamento viene accuratamente discriminato da quello di dipendenza, il cui uso viene invece duramente criticato. Il primo assolve nella vita umana una funzione altrettanto importante della spinta sessuale e di quella alimentare ed è largamente dipendente da entrambe; implica un legame profondo e duraturo e prevede scambi reciproci. La dipendenza non è diretta verso uno specifico individuo e non implica un legame duraturo (Bowlby, 1969).

I primi segni di attaccamento si producono intorno ai sei mesi, quando il bambino manifesta una spiccata preferenza per la madre e comincia ad indirizzare in maniera esclusiva verso di lei la risposta del sorriso. Il comportamento di attaccamento si accentua naturalmente in presenza di un pericolo tangibile o di un segnale, che per l’individuo testimonia un aumento delle probabilità di pericolo. Tale comportamento istintuale ( a differenza della dipendenza che si lega di solito ad una limitata capacità di investimento oggettuale) non solo è normale, ma è anche funzionale alla conservazione dell’individuo e della specie. Il sorriso del lattante, sarebbe per Bowlby  una sorta di stimolo segnale, un “social releaser” che attiverebbe nella madre il comportamento accuditivo. Bowlby e Mary Ainsworth consideravano l’attaccamento un compito evolutivo specifico di una particolare fase della vita; ricerche successive hanno evidenziato che la qualità della relazione, ovvero l’attaccamento, va al di là del legame iniziale madre-bambino, poiché si sviluppa lungo tutta la seconda infanzia e si applica anche ai coetanei. E’ dunque un tema che riguarda l’intero ciclo di vita ( Casonato, Saglischi, 2003).

di Silvia Diolaiuti

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