La relazione di amore e odio tra fratelli

novembre 2nd, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

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« I rapporti fra fratelli sono molto più che un semplice riverbero di quelli intessuti dai figli con i genitori: tra i fratelli esiste un legame unico, irripetibile e straordinario, [che inizia precocemente, ancor prima della nascita, e dura a lungo nel tempo, acquistando una sempre maggiore importanza]. La relazione fraterna rimane un’isola di stabilità nel fiume della vita, entro cui ti avventuri fiducioso se hai a fianco un fratello.

Certo, averli è un rischio: lo è fin dalla più tenera età, quando ti accorgi (o ti convinci) che non sei tu il figlio “più amato” dai genitori, ma è un tuo fratello (il maggiore o l’ultimogenito, o il più bello- bravo-intelligente, o il più brutto-scontroso-sfortunato…). Tuttavia non averli è una vera e propria amputazione originale: se è innegabile che la rivalità connota fortemente il rapporto di fratria, in quanto prodotta dalla competizione emotiva che viene a crearsi fra individui costretti a disputarsi l’amore e l’attenzione delle medesime persone (la coppia parentale), altrettanto innegabile è il fatto che nessuno meglio di un fratello può essere amico, complice, consolatore, compagno di avventure» (Capodieci, 2003 pp.14-16).

Sin dalle origini, ciò che caratterizza il legame fraterno, è la molteplicità di manifestazioni emotive che intorno ad esso gravitano: attrazione, curiosità e interesse iniziali costituiscono la base dell’amore e dell’affetto verso il fratello, d’altra parte l’assistere alle attenzioni amorevoli che il neonato riceve, può far sorgere sentimenti di gelosia e invidia, che predispongono alla rivalità. Infatti, è proprio dalla «condizione di possedere i medesimi genitori» che deriva la possibilità, per il bambino, di scorgere nel fratello, ora un complice, un alleato magnifico contro il mondo dei grandi, l’unico in grado di comprenderlo, ora un contendente verso l’amore degli stessi, qualcuno che sottrae spazi, oggetti, cure e attenzioni (Scalisi, 1995 p. 21).

Volgendo lo sguardo alla relazione fra fratelli è evidente che rivalità e potere, invidia e gelosia rappresentano soltanto un aspetto, parziale, di questo rapporto, un lato della medaglia che ha la sua controparte nei sentimenti di fiducia, affetto, stima e comprensione. Eppure, per una sorta di fascino che essi esercitano, molto spesso, i sentimenti “negativi” costituiscono il focus privilegiato di attenzione nel panorama scientifico, soprattutto in quello psicoanalitico (Petri, 1994): è dal complesso di Edipo che sorgono la gelosia, la rivalità, nonché il “desiderio di sparizione” rivolto tanto al genitore dello stesso sesso, quanto ai fratelli. Tuttavia, secondo Freud l’idea che il bambino ha della morte, poco ha a che fare con quella maturata dall’adulto: «essere “morti” significa all’incirca essere “via”, non dar più fastidio ai sopravvissuti. Il bambino non fa distinzioni riguardo al modo in cui si produce questa assenza, se per un viaggio, per licenziamento, per allontanamento o per morte» (Freud, 1900 p. 192).

Il desiderio di morte nei confronti del genitore si rivolgerebbe soprattutto nei confronti di quello dello stesso sesso, a causa della preferenza sessuale che il bambino nutre nei confronti del genitore di sesso opposto, «come se i ragazzi considerassero i padri e le ragazze le madri dei rivali in amore, la cui eliminazione non potrebbe non avvantaggiarli» (Freud, 1900 p. 193). Più tardi questa fantasia potrà manifestarsi nei confronti dei fratelli poiché «i bambini sono completamente egoisti; essi sentono intensamente le loro necessità e lottano spietatamente per soddisfarle, specialmente contro i rivali, e prima e soprattutto contro i fratelli» (Freud, 1900 p. 189).

Chiaramente molto dipende anche dalle esperienze personali di chi osserva: Bank e Kahn, esaminando un vasto materiale, hanno messo in evidenza che la relazione del fratello maggiore di Sigmund Freud verso i sei fratelli minori fosse connotata da una forte dominanza, oppressione e ostilità, esperienze che secondo gli autori hanno condizionato la teoria freudiana sui conflitti tra fratelli (Bank e Kahn, 1991).

Dunque, essendo prevalentemente contributi di carattere psicoanalitico, i primi studi sulla relazione con la fratria erano rivolti alla prima infanzia e si focalizzavano sul sentimento della gelosia e sulla conseguente rivalità per la conquista dell’affetto materno (Dunn e Kendrick, 1982). Mentre alcuni consideravano la gelosia come la dimensione chiave per la descrizione del rapporto, altri autori20 hanno cercato di sviluppare altre categorie globali, ponendo attenzione al comportamento amichevole (Dunn e Kendrick, 1982). Successivamente i più recenti contributi21 si sono interessati alle interazioni fra fratelli, senza però ricercare un collegamento con dimensioni più globali della loro relazione e anche quando l’attenzione era posta sulla qualità emotiva, essa tendeva ad essere descritta nei termini di un singolo continuum, in cui da un lato si collocavano l’affetto, l’intimità, la cura e dall’altro l’ostilità, l’aggressività e la rabbia (Dunn e Kendrick, 1982).

«L’assunto che la gelosia sia la dimensione chiave deriva sicuramente dalla centralità accordata alla relazione madre-bambino come l’elemento cruciale dello sviluppo sociale ed emotivo del piccolo nei primi tre anni, una centralità che ha significato che la relazione tra il bambino e il fratello è stata vista solo in confronto con la relazione madre-bambino: vale a dire in termini di risposta alla sostituzione e alla competizione per l’affetto della madre» (Dunn e Kendrick, 1982 pp. 105-106). Questa idea è stata messa in discussione dalla ricerca sul ruolo del padre, che però non sembra essere andata molto lontano nel superare le difficoltà implicate nella descrizione del rapporto con la fratria, perché essa si è limitata all’osservazione del comportamento, utilizzando le medesime categorie della relazione madre-bambino (Dunn e Kendrick, 1982).

Ad esempio, una di queste fa riferimento al paradigma teorico dell’attaccamento: non è chiaro quanto questa dimensione possa essere appropriata per descrivere la relazione fra fratello maggiore e fratello minore (Dunn e Kendrick, 1982). In ambito psicoanalitico Burlingham e Freud hanno notato che, quando due bambini sono allevati in contesti istituzionali senza i loro genitori, i fratelli possono costituire una fonte di sicurezza e conforto e «sotto la pressione di queste circostanze essi sviluppano una gamma sorprendente di reazioni: amore, odio, gelosia, rivalità, competizione, protettività, pietà, simpatia e anche comprensione» (Burlingham e Freud, 1944 p. 23).

Tuttavia essi pure sostengono che in circostanze normali il contatto con altri bambini, quindi con i fratelli, si sviluppa soltanto dopo che si è stabilita la relazione con la madre e con il padre; di conseguenza l’amore e l’odio nei confronti del fratello si manifesterebbero più indirettamente: «in quanto rivali per l’amore dei genitori essi ispirano odio e gelosia, ma in quanto sono sotto la protezione dei genitori e quindi parte della famiglia, essi sono tollerati e persino amati» (Burlingham e Freud, 1944 p. 23).

Nell’ambito della prospettiva psicoanalitica, una voce per certi versi fuori dal coro, è quella di Horst Petri (1994), che propone di trattare la relazione fra fratelli tenendo conto sì della rivalità, ma anche di un amore sincero, che si sviluppa già prima della nascita del secondogenito, non solo sulla base dei processi di identificazione con la madre e di imitazione, ma anche attraverso un autonomo svolgimento del legame. Secondo questo autore si può ipotizzare che, da una parte, il neonato susciti nel fratello un amore nel senso di narcisistici desideri di fusione e, dall’altra, che egli, in uno stadio precoce della sua differenziazione oggettuale, sia in grado di investire narcisisticamente su di lui (Petri, 1994).

Da questa prospettiva deriva che «il bebè non si rispecchia soltanto “nello sguardo della madre”, ma anche nel sorriso del fratello, nel suo abbraccio, nella sua tenerezza e nelle sue premure» (Petri, 1994 p. 25).

Secondo Petri c’è un’ampia convergenza di idee sul fatto che i primi sentimenti del bambino piccolo siano negativi ma questa “ostilità primaria” deve essere rifiutata, perché essa è al servizio del rinnegamento dell’“amore primario”. Secondo lui si desidera l’amore fraterno ma allo stesso tempo si resiste ad esso a causa di «agenti di disturbo esterni di natura patologica, di solito da parte dei genitori, al punto che alle fissazioni patologiche sopraggiungono anche delle forme di alienazione, attraverso le quali l’amore fraterno sembra andare completamente perduto» (Petri, 1994 p. 32). Dunque il soggetto, a causa di esperienze dolorose, si trova nella situazione di non desiderare l’amore per paura della condizione di fragilità, insita nella dipendenza: tutto questo può tanto più comprensibilmente accadere se si vive in una società che già di per sé pretende livelli preferibilmente alti di individualità, autonomia e mobilità (Petri, 1994).

In conclusione, secondo Petri è fuori discussione che alcuni sentimenti negativi possano inficiare la relazione fra fratelli, ma essa più che fondarsi sulla diffidenza, ha come presupposto la “fiducia originaria”, sulla base dell’evidenza che, nonostante ci siano momenti di rabbia, irritazione e litigio, molto è il tempo che i fratelli passano tranquillamente insieme o in cui si comportano l’un l’altro con affetto e gentilezza (Petri, 1994).

Oltre la prospettiva psicoanalitica, un contributo importante allo studio della relazione fra fratelli, è stato apportato da Judy Dunn e Carol Kendrick (1982): il bambino viene studiato non più soltanto in relazione alla madre, o rispetto agli effetti che ha su di lui la relazione con l’altro bambino, ma tenendo conto della completa trama di rapporti familiari in cui è inserito. Il fratellino non è più semplicemente considerato nel ruolo di usurpatore delle attenzioni e dell’affetto genitoriale, il cui arrivo provoca nel primogenito un certo turbamento emotivo, con intensificazione delle richieste alla madre e ritorsione nei suoi confronti. Egli viene pure visto come un soggetto che, grazie a competenze e capacità diverse, può stimolare nel bambino lo sviluppo di sentimenti positivi di preoccupazione affettuosa, di interesse e curiosità, nonché può offrire la possibilità di mettersi a confronto e acquisire abilità di comprensione sociale.

di Valentina Donnari

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