Accettazione incondizionata dell’altro: definizione

dicembre 22nd, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

accettazione incondizionataAccettazione incondizionata definizione: Accettare l’altro per quello che è, col suo modo di vedere e di sentire è sicuramente un ideale romantico ma nella pratica molto difficile da applicare anche in casa propria.

Poniamo un immediato esempio pratico di accettazione.

Come può porsi un chirurgo di fronte ad un paziente testimone di Geova disposto all’intervento che gli è necessario ma non alla trasfusione di sangue ( che per il loro credo è inaccettabile)? Davvero difficile! E come si pone un‟infermiera di fronte all‟assistenza a un uomo che magari è in carcere per stupro e in quel momento sta male? Davvero è possibile una accettazione incondizionata? A mio parere si, se si considera l‟altro in reale diritto di determinare la propria vita e noi in grado di sostenere le nostre idee.

Credo infatti che il non accettare l‟altro in casi anche estremi sia la paura che i nostri valori, principi e modo di vita siano in pericolo ogni qualvolta l‟altro è differente da noi nella morale e nello stile di vita. Ma, e su questo c’è nel counseling una chiarezza che non troviamo nella sanità, accettazione dell’altro non vuol dire che debbo condividere il suo modo di vita, di pensare o di credere. Debbo mettermi nell’ottica che per l‟altro questo abbia un senso e una utilità. Posso, come operatore sanitario, proporre un modello diverso, spiegare i danni che il suo stile di vita ha sulla salute ma debbo fare un passo in dietro qualora il paziente permanga nella sua idea. Fare un passo indietro, per me e qui sottolineo che si tratta di una posizione individuale, non può volere dire sottrarsi alle responsabilità e ai doveri che nello scegliermi la professione ho deciso di assumermi.

Significa accompagnare la persona nel suo progetto di vita se questo è efficace per lei anche se non lo è per me e talvolta anche se il suo progetto di vita va contro i miei precetti morali.

Difficile? Si, per esperienza personale debbo dire di si e richiede un esercizio di una dote: l’umiltà.

Avvicinare, conoscere una persona e restarle accanto accettandola così com’è ci permette di avvicinarla e da questa vicinanza nasce la comunicazione ed anche la possibilità di essere ascoltati e, a volte, compresi. Allora potremo cambiare noi e cambiare alcune parti dell‟altro, magari quelle deleterie per la sua salute o per la salute di chi gli sta accanto. Io ho portato due esempi estremi, ma in sanità ci si confronta anche con gocce significative.

Che dire di un paziente che rifiuta medicine o interventi sanitari che per noi sono essenziali?
Che dire dei pazienti che hanno tradizioni differenti dalla nostra sulla malattia, il dolore, la morte?

L’espressione del dolore o del dramma, nonché le modalità di assistenza dei famigliari è molto differente da regione a regione, da Stato a Stato. Quando la relazione è empatica e autentica l’accettazione dell‟altro è molto più semplice perché, come se accadesse una magia, molto spesso l’altro diviene più tollerante e comprensivo del nostro essere semplicemente umani. 23

Perché sempre noi dobbiamo andare incontro agli altri? Perché noi dobbiamo essere empatici, autentici e accettanti quando ci troviamo di fronte a gente che ci aggredisce, dubita di noi, mente, e ci tratta male?
Forse perché noi siamo i professionisti. Noi abbiamo scelto quello che facciamo e abbiamo la responsabilità di andare verso l‟altro, la responsabilità di aiutare. Anche su questo, dunque è importante riflettere di tanto in tanto nel corso della vita professionale.

di Paola Di Donato

 

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