3 Tecniche di Problem Solving

gennaio 13th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Tecniche di Comunicazione

problem-solvingPENSIERO

Il pensiero è un’attività mentale che ci consente di elaborare le informazioni provenienti dal mondo esterno, di  metterle in relazione tra loro e con le conoscenze che già possediamo, al fine di risolvere problemi, inferire nuove informazioni, prendere decisioni.

Le Ricerche in psicologia si sono concentrate sullo studio di tre principali funzioni, tre principali aree di indagine:

  • Risoluzione di Problemi (Problem Solving),
  • Ragionamento (reasoning)
  • Presa di Decisioni (Decision Making).

 

Teorie sul Problem Solving

­ Teoria Comportamentista (anni Venti)

Secondo la teoria comportamentista, i problemi vengono risolti per tentativi ed errori.

In un suo esperimento Thorndike ha posto i suoi soggetti sperimentali (i gatti) in una gabbia, detta problem box, per studiare l’evoluzione dei tentativi per la risoluzione del problema “uscire dalla gabbia agendo su un chiavistello”. Attraverso le registrazioni del tempo che il gatto impiegava per trovare la soluzione, Thorndike si accorse che, nel corso delle prove, le attività inutili tendevano a scomparire e si sviluppava gradualmente la precisa modalità di risposta che rappresentava la soluzione del problema.

Da questo esperimento è emerso che i nuovi problemi vengono affrontati con una strategia per tentativi ed errori.

­ Teoria della Gestalt (anni Trenta)

Secondo la Teoria della Gestalt il processo di soluzione di un problema implica un processo di riorganizzazione degli elementi del problema. Tale riorganizzazione non avviene per caso, ma grazie all’insight, cioè un’intuizione improvvisa, riguardo la struttura del problema.

Duncker (1935) si era proposto di valutare come le persone cercano di trovare la soluzione di un problema nel suo famoso esperimento del “Problema della Candela” in cui i partecipanti avevano il compito di attaccare una candela al muro al di sopra di un tavolo e di accendere la candela facendo in modo che la cera non cadesse sul tavolo. Per svolgere questo compito i partecipanti potevano servirsi soltanto di una candela, una bustina di fiammiferi e una scatola contenente delle puntine. I soggetti sottoposti all’esperimento inizialmente non riuscivano a risolvere il problema perché erano “fissati” sulla funzione normale della scatola, quella di contenere le puntine, e questo impediva loro di riconcettualizzarla in modo diverso. Dopo che lo sperimentatore aveva tolto le puntine dalla scatola e le aveva disposte sparse sul tavolo accanto alla scatola vuota, le persone hanno avuto un’intuizione improvvisa e hanno riconcettualizzato la funzione della scatola come quella di sostegno per la candela e non più come contenitrice delle puntine.

Questo esperimento ha portato Duncker ad introdurre il concetto di fissità funzionale in base al quale la persona rimane fissata sulla funzione abituale di un oggetto non riuscendo a riconcettualizzarlo in maniera diversa. Sicuramente la fissazione può presentare indubbi vantaggi in quanto, quando si affronta un problema, assicura un risparmio di tempo ed energia. Tuttavia, configurandosi come una ripetizione meccanica dei processi di soluzione, la fissazione rende la persona poco flessibile e incapace di rendersi conto che esistono processi di soluzione alternativi e più proficui.

­ Valutazione delle due  teorie sulla risoluzione di problemi

Alla luce delle due teorie esposte, si può sostenere che nella vita quotidiana talvolta può rivelarsi utile procedere per tentativi ed errori per la risoluzione di un nuovo problema, tuttavia, una volta che abbiamo sviluppato un nuovo apprendimento, potrebbe rivelarsi proficuo, per aumentare la propria flessibilità nella capacità di problem solving, non “fissarsi” sulle nostre azioni abituali alla risoluzione dei problemi, ma cercare aprire la nostra mente a diverse possibilità di soluzione.

A livello Applicativo

Il problem solving strategico rappresenta un modello terapeutico che è stato sviluppato negli anni Sessanta da Paul Watzlawick nel Mental Research Institute di Palo Alto, e che è stato diffuso in Italia dal Centro di Terapia Strategica di Giorgio Nardone ad Arezzo.

Il modello si basa su alcuni punti fondamentali:

  • giungere ad una chiara definizione del problema/obiettivo
  • effettuare un’analisi delle tentate soluzioni disfunzionali. Questo costrutto ha particolare importanza in quanto secondo gli esponenti della Scuola di Palo Alto le tentate soluzioni ridondanti e disfunzionali che la persona mette in atto sono parte integrante del problema.
  • una chiara definizione del cambiamento concreto da effettuare
  • la formulazione e la messa in atto di una strategia esecutiva (che comprende l’utilizzo di alcune tecniche) che determini questo cambiamento.

Tra le Tecniche utilizzate troviamo:

  • Tecnica del Come Peggiorare che si basa sull’assunto secondo cui per poter migliorare una situazione bisogna prima trovare il modo per peggiorarla ulteriormente;
  • Tecnica dello Scenario oltre il Problema tramite la quale si suggerisce al paziente di domandarsi e immaginare quali sarebbero tutte le caratteristiche della situazione ideale dopo aver realizzato il cambiamento strategico.
  • Tecnica dello Scalatore è una strategia mentale che permette di costruire agevolmente la sequenza di azioni da realizzare per risolvere un problema partendo dal più piccolo ma concreto cambiamento possibile.

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