Mentire a Se Stessi: cosa dice la Psicologia

Menzogna e Autoinganno in Psicologia

Nella pratica della menzogna, il mentire a se stessi appare certamente come quella più singolare, tanto che il dibattito sul perché questo accada ha appassionato, e appassiona tuttora, psicoanalisti e psicologi sperimentali, i quali hanno cercato di spiegare questo fenomeno da diversi punti di vista.

“L’autoinganno è in primo luogo uno stato nel quale si determina una divergenza tra ciò che il soggetto che mente sa, sia pure a livello inconsapevole, e ciò che egli riconosce” Ciò che crea più sconcerto di tale meccanismo è che “impone di accettare il fatto che una persona creda allo stesso tempo ad una proposizione e alla proposizione che la nega”(De Cataldo Neuberger, Gulotta).

 

Secondo la definizione di menzogna data da Anolli e riportata al paragrafo 1.1, infatti, per mentire a se stessi si va incontro ad un doppio paradosso:

  • a) “il paradosso statico, poiché un soggetto inganna se stesso soltanto se egli crede e accetta sia p (falso) sia non-p (vero);
  • b) il paradosso dinamico, poiché il soggetto che si autoinganna ha l’intenzione di inventare una falsa credenza per se stesso che conosce il vero”46.

Più semplicemente, il soggetto è contemporaneamente ingannatore e ingannato. Il modello della teoria della scelta razionale risolve questi paradossi partendo dall’assunto che gli individui sono spinti ad abbracciare la scelta che assicura loro il grado più elevato di utilità attesa.

L’autoinganno, pertanto, deriva da una debolezza del controllo cognitivo in quanto chi lo pratica non prende in considerazioni le motivazioni più valide, ma quelle maggiormente funzionali a raggiungere i propri scopi e desideri.

3274654-sigmund-freud-portraitAnche secondo Freud “l’io inganna se stesso quando fa prevalere il principio di piacere sul principio di realtà”47. Ciò che ne consegue è che l’individuo preferisce evitare, consapevolmente o meno, una condizione spiacevole e sceglie pertanto l’informazione menzognera p piuttosto che accettare l’informazione vera non-p. Per fare questo, però, la persona deve ricorrere ad una distorsione del processo di elaborazione delle informazioni e trasformare le proprie credenze e opinioni48.
Secondo Nardone, il processo di distorsione inizia, ancora prima che nella nostra mente, nelle nostre percezioni in quanto i sensi deformano la realtà già nel momento in cui la percepiamo. Non solo: le percezioni vengono a loro volta influenzate in modo rilevante dagli stati d’animo in cui versiamo nel momento in cui le avvertiamo, ma, al contempo, le reazioni emotive sono innescate dalle percezioni stesse.

Ecco allora che il nostro organismo fa sì che le nostre reazioni emotive siano veicolate da qualcosa che non
corrisponde al vero, ma che è l’effetto dell’influenza reciproca tra ciò che viene sentito e colui che sente con le proprie caratteristiche funzionali. Pertanto mentire a sé stessi è il risultato di percezioni ambigue e ingannevoli o di emozioni contrastate e imprecise [49].

Mentire a se stessi con la memoria

Per quanto riguarda l’ambito cognitivo, il primo aspetto del mentire a se stessi riguarda la memoria, che, soprattutto quando si tratta di ricostruire il nostro vissuto e le nostre esperienze, il più delle volte risulta falsata o artefatta a causa dello stato emotivo del soggetto, delle sue credenze e delle sue dinamiche relazionali [50].

Alcuni studi hanno rintracciato tre particolari “propensioni” o bias nella ricostruzione e revisione della nostra storia personale, tutti e tre riconducibili ad una funzione dell’Io intesa come organizzazione della conoscenza al servizio della percezione e del ricordo. Si tratta di:
1. egocentrismo, ovvero assegnarsi una funzione più rilevante rispetto a un evento passato di quanto sia stato realmente. L’autoreferenzialità della nostra memoria è un esempio del bias di egocentrismo: tutti noi tendiamo a ricordare gli eventi ponendoci in una posizione centrale;

2. beneffectance, cioè il percepirsi come responsabili dei risultati desiderabili, ma non di quelli indesiderabili. Studi condotti sulla beneffectance hanno dimostrato come, nello svolgere lavori di gruppo, le persone tendano a credere di aver contribuito in maniera determinante in caso di successo del gruppo, mentre sono portati a sminuire il proprio ruolo in caso di insuccesso. “Una spiegazione […] a questo fenomeno sembra essere che il considerarsi responsabile dei successi e non degli insuccessi sia un meccanismo adattivo che serve a mantenere o migliorare la
propria autostima”51.

3. conservatorismo, vale a dire la resistenza ai cambiamenti cognitivi come, ad esempio, non cambiare una situazione perché riteniamo erroneamente che le modifiche proposte possano danneggiarci. Il conservatorismo cognitivo serve a preservare strutture di conoscenza preesistenti quali schemi mentali e ricordi. Sono legati al conservatorismo due sottotipi di bias molto importanti: il confirmation bias, o “bias di conferma“, e il rewriting of memory, o “riscrittura del ricordo”.

Con il primo le persone mettono in atto una selezione dei dati che confermano dei giudizi preesistenti nella loro mente. Significa che le persone tendono a cercare indizi che confortano le loro credenze in maniera selettiva, arrivando spesso ad ignorare informazioni anche molto rilevanti. Per “riscrittura del ricordo” si intende quel fenomeno per il quale le persone tendono a riscrivere o a creare dal nulla i proprio ricordi qualora gli vengano passate delle informazioni di cui prima non erano a conoscenza52.

Dato che percezioni, emozioni e cognizioni sono il frutto di un autoinganno, non possono essere da meno le nostre azioni, le quali, il più delle volte, si basano su dei meccanismi, sempre di autoinganno, il cui ruolo è quello di mantenere il nostro equilibrio fisiologico, psicologico e relazionale.

Freud ci conferma che l’uomo ricorre all’autoinganno per nascondere a se stesso verità e realtà che non avrebbe altrimenti la forza di affrontare. L’autoinganno è, più precisamente, per Freud un meccanismo difensivo
mediante il quale l’io si protegge da pulsioni che non è in grado di tenere sotto controllo. Ogni soggetto umano, secondo Freud, utilizza, senza rendersene conto, una serie di meccanismi di difesa […] che mettono l’io al riparo da verità inquietanti, spiacevoli o socialmente disdicevoli, ma il cui prezzo è la falsificazione dell’immagine si sé. I
meccanismi difensivi dell’io attenuano per Freud la fatica quotidiana del vivere, contribuendo a sfuggire a sensazioni spiacevoli e ad esperienze di dolore”53.

Mentire a se stessi con il comportamento

Gli autoinganni comportamentali spesso sono delle sequenze di comportamenti avviati dal nostro mentire a noi stessi che procedono secondo una logica rigorosa per perseguire un risultato finale. Le forme di autoinganno sono per lo più benefiche, ma se messe in atto in maniera esasperata diventano negative e controproducenti. In altre parole, ciò che prima era funzionale ad uno scopo produce effetti contrari a quelli desiderati [54].

Anche Freud conferma questa tendenza asserendo che “a volte i meccanismi di difesa sono talvolta talmente complicati e a loro volta spiacevoli, da diventare meccanismi patogeni che danno luogo a psiconevrosi”55.

Bibliografia

  • 43 Robert Feldman, UMass (University Of Massachusetts At Amherst) Researcher Finds Link Between Lying And Popularity, in Science Daily Webpage 14 Dec. 1999. 24 Mar. 2004 <http://www.sciencedaily.com/releases/1999/12/991214072623.htm>
  • 44 Luisella DE CATALDO NEUBURGER, Guglielmo GULOTTA, op. cit., p. 91
  • 46 Luigi ANOLLI, op. cit., p. 103
  • 47 Vincenzo SALADINI, Le vie della mistificazione, Roma, Armando Editore, 2012, p. 65
  • 49 Giorgio NARDONE, L’arte di mentire a se stessi e agli altri, Milano, Ponte alle Grazie Editore, 2014, p. 12 e seguenti
  • 51 Serena MASTROBERARDINO, Op. cit., p. 39
  • 53 Vincenzo SALADINI, op. cit., p. 64
  • 54 Giorgio NARDONE, op. cit., cit. p. 16 e seguenti

di Francesca Baratto

Francesca foto seria

 

 

 

 

 

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