Come Affrontare il Lutto Anticipatorio in Psicologia: Definizione, Significato, Consigli

agosto 15th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

lutto anticipatorioSempre Campione (1990) scrive che bisogna far chiarezza sul rapporto tra quello che viene chiamato lutto anticipatorio e il lutto propriamente detto. La letteratura più recente sull’argomento riporta due tesi contrapposte: la tesi di chi sostiene che si debba parlare di lutto solo dopo la morte; e la tesi di chi sostiene che è invece opportuno parlare di lutto prima della morte, di lutto anticipatorio appunto, poiché già nel momento in cui è presente la minaccia di morte si devono elaborare una serie di perdite immediate che riguardano la perdita dell’integrità del proprio corpo, la perdita del ruolo sociale e del proprio ruolo all’interno della famiglia. (Campione, F., 1990).

Vorrei riportare al riguardo la risposta di John Bowlby (1988), data ad un meeting svoltosi a Londra ad un congresso internazionale sul lutto, al collega che gli chiedeva un parere sul significato del lutto anticipatorio. Egli ha risposto circa in questo modo: È una questione di termini. Si può ammettere che ci sia un’anticipazione od una preparazione, ma non è il lutto che si anticipa o a cui ci si prepara, dato che il lutto comincia quando la morte recide il legame che ci lega alla persona cara. Campione (1990), in accordo con questo pensiero, per indicare quel momento della vita in cui una persona è ancora viva ma morente, cita una metafora usata da A. Pinter (1985): la terra di nessuno.

L’individuo che sperimenta il cosiddetto lutto anticipatorio percepisce l’esistenza presente come terra di nessuno; ciò rimanda al principio da cui origina la vita, la terra, ma è una terra deserta, vuota, di morte. Quando una persona sta per morire ci troviamo immersi in una terra di nessuno, una situazione ricca di ambivalenza dove la speranza ci sta lasciando ma dove, tuttavia, non ci troviamo ancora difronte a un deserto assoluto (Campione, F., 1990). Col termine lutto anticipatorio si fa riferimento, dunque, a quel periodo piuttosto variabile in cui il morente e la sua famiglia percepiscono la minaccia della morte in concomitanza ad una serie di perdite: di funzionalità e integrità fisica, dei ruoli all’interno della famiglia e nella società e di tutto ciò che caratterizzava la vita e la quotidianità prima dell’insorgenza della malattia (Cazzaniga, E., 2002).

L’aggettivo anticipatorio rimanda ad un insieme di reazioni che anticipano gli stati d’animo che si sperimentano in prossimità dell’ultimo distacco, cioè in prossimità della morte (Pangrazzi, A., 2006). Nel momento in cui l’individuo percepisce la minaccia di morte e il momento del decesso sembra materializzarsi, si innescano nel soggetto una serie di reazioni emozionali, cognitive ed esistenziali mirate ad anticipare o a preparare l’adattamento alla perdita effettiva.

Le risposte iniziali alla perdita comprendono risposte a livello somatico (diminuzione dell’energia, insonnia, sintomi somatici d’ansia, alterazioni dell’attività neuroendocrina e immunitaria), risposte a livello emozionale (angoscia, paura, rabbia, solitudine, tristezza, disperazione), risposte a livello cognitivo (difficoltà di concentrazione, disorientamento, stati confusionali, illusioni sensoriali, idee suicidarie, pensieri ossessivi sul proprio caro e sulla morte), risposte a livello comportamentale (ritiro dall’ambiente, pianto, diminuzione a condurre le attività del quotidiano e lavorative, aumento della dipendenza dagli altri, isolamento, modifica delle abitudini, ricorso a psicofarmaci, alcool…); questi livelli vanno considerati poi all’interno del sistema familiare e sociale dell’individuo, poiché essi non hanno solo un valore individuale ma anche relazionale. Le varie reazioni a diversi livelli hanno anche una funzione comunicativa che modificheranno il seguito del lutto (Biondi, M.; Costantini, A.; Grassi, L., 1995; Chochinov, H.M., Holland, J.C., Katz, L.Y., 1998).

Vivere l’attesa dell’evento della morte suscita sentimenti di paura e angoscia nell’uomo, che coincidono con la paura della perdita della propria individualità (Morin, E., 1975). Tali sentimenti hanno la loro origine in ciò che per l’uomo è ignoto, nascono dall’impossibilità di avere un controllo umano totale sugli eventi della natura e dal fatto che l’uomo non dispone di adeguati strumenti tecnici e culturali per giungerne a conoscenza e fronteggiarli (Moretta, M., Tommasi, R., 1995).

Il morente che sperimenta la fase del lutto anticipatorio fa esperienza di una nuova fase della vita che è sospesa tra il vivere e il morire, tra un lasso di tempo in cui si prende coscienza della morte e il momento preciso della morte (De Martini, G., 1995).

Questo intervallo temporale è caratterizzato da una serie di angosce e paure che occupano sempre più spazio nella vita del paziente: la paura del dolore fisico, di soffrire un dolore insopportabile; la paura dell’ignoto, del mistero che avvolge l’evento del morire; la paura del giudizio, per chi interpreta la vita come una grande prova su cui sarà espressa una valutazione; la paura della separazione dai propri cari, un sentimento particolarmente sentito dalle madri costrette ad abbandonare i propri figli e ad affidarli ad altri; la paura della dipendenza, di dover dipendere dall’ausilio di altri per vivere la quotidianità; la paura di sentirsi di peso, nei confronti di chi si fa carico dell’assistenza e dell’accudimento necessario al morente; la paura dello sfiguramento o del degrado fisico che comporta l’avanzamento di una malattia; la paura della perdita di controllo, mentale o fisico; la paura della solitudine, di morire isolati, la paura di essere dimenticati di finire nell’oblio dopo la propria morte (De Martini, G., 1995; Pangrazzi, A., 2006).

Il lutto anticipatorio, dunque tutto ciò che rimanda alle immagini e al pensiero del rischio di morte, in fase avanzata di malattia assume un significato particolare. L’individuo gravemente malato riflette e si confronta con il pensiero della fine della propria esistenza (Etiope, S., 1989). La patologia che avanza in un progressivo peggioramento sintomatico, mostra al paziente una trasformazione fisica e psichica che anticipa pensieri di morte (Cherny, N.I., Coyle, N., Foley, K.M., 1994).

La riflessione del paziente sulla propria morte si caratterizza per la presenza di una modalità di pensiero che modifica sostanzialmente il quadro psicologico ed emotivo del malato. Talvolta, quando il pensiero di morte invade totalmente il mondo psicologico del paziente possono essere necessari supporti farmacologici e cure psichiatriche. Più spesso, invece, il pensiero di morte è meno pervasivo e invalidante, e si esprime attraverso la dinamica del “fare” (cure, esami, accertamenti, visite…) e con la gestione della speranza. Il paziente, prima di confrontarsi in modo significativo con il pensiero della propria morte, sperimenta un crescente senso di perdita riferita al corpo, a causa dei cambiamenti provocati dagli effetti collaterali delle terapie, ed alla propria identità, in termini di tempo/spazio, progettualità, obiettivi, interessi.

Il malato vive un cambiamento anche della propria realtà psicologica, si sente fragile ed attraversato da sentimenti di ansia e paura collegati al continuo interrogarsi sulle proprie condizioni di salute. Il senso di perdita che si vive nel corso della malattia è provocato da tutti questi cambiamenti che il paziente si trova ad affrontare. Si aggiunge un senso di impotenza generale, non espresso esplicitamente, che viene vissuto nella quotidianità di una solitudine emotiva che contribuisce ad accrescere la sofferenza.

Il senso di impotenza difficilmente tollerabile viene attenuato dalla difesa psicologica che il paziente trova nell’impegnarsi nelle varie cure e trattamenti. Spesso a livello clinico si assiste ad un alternarsi di emozioni e pensieri relativi al tema della gestione della speranza e della possibilità di miglioramento, che risultano funzionali per il malato in quanto allontanano il senso di disperazione, uno stato emozionale estremamente drammatico e difficile da sopportare. Anche la consapevolezza della propria cronicità provoca un peso emotivo analogo a ciò che evoca il senso di disperazione, soprattutto se il paziente è molto giovane. In questa condizione, col tentativo di contenere e riuscire a tollerare l’angoscia, il paziente deve compiere una sorta di lutto per il proprio tempo passato, per la propria storia. Ciò significa attivare un insieme di operazioni mentali e psicologiche che permettono di elaborare il fatto di non poter essere più come prima. Il malato opera una continua integrazione dei suoi vissuti alla ricerca della possibilità di trovare ancora un senso ed un significato alla propria esistenza. Bisogna tener presente che non è sempre facile per il paziente esprimere le proprie emozioni e i propri pensieri e renderli condivisibili. Questi aspetti sono particolarmente difficili da indagare in quanto sono propri dell’animo di ogni persona e quindi difficili da misurare. Ma, con un ascolto attento della valutazione della propria vita che la persona compie nel corso dei colloqui con gli operatori, questi aspetti personali emergono e, di solito, riguardano quello che è realmente lo spazio affettivo e psicologico del paziente: la famiglia, gli affetti principali, i figli, i legami più significativi. Spesso in queste occasioni, al fine di comprendere meglio, è importante prestare attenzione al linguaggio verbale e non verbale del paziente, costituito da sguardi, sospiri, sorrisi, movenze e atteggiamenti. Anche quando il paziente manifesta pensieri di morte o di abbandono delle cure, la speranza permane sempre e in realtà, dietro tale modalità, si nasconde la ricerca di rassicurazione dall’esterno. Questa condizione richiama la complessità dei compiti assistenziali che vedono coinvolte un insieme di persone e quindi di relazioni che ruotano attorno ai bisogni del malato accompagnandolo in diversi modi; e dove l’ascolto, la condivisione, il riconoscimento dell’affetto e del valore della relazione risultano essere di fondamentale importanza per consentire una tolleranza migliore della sofferenza (Morasso, G., Celegato, R., Di Leo, S., 2002).

La fase del lutto anticipatorio non si deve generalizzare in quanto può assumere una gamma infinita di sfumature e assume caratteristiche uniche e singolari in ogni individuo. Bisogna cercare di comprendere, quindi, il modo particolare e unico di vivere in questa terra di nessuno di ciascun morente, di ciascuna famiglia, cercando le parole adatte per ogni situazione vissuta ed espressa nel suo senso irripetibile ed unico (Campione, F.,2012).

di Giulia Detti

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