Il Segreto Potere del Ruolo in Psicologia Sociale

dicembre 17th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Sociale

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Ogni status sociale è, poi, sempre accompagnato da un ruolo; assume importanza tale concetto quando ad una categoria sociale sono collegate una lunga lista di norme. Per definire un ruolo serve un intero gruppo di norme.

Il ruolo è una norma specifica. Possiamo, dunque, definire il ruolo come un’aspettativa di un comportamento, connessa alla posizione occupata all’interno della società. “il ruolo è, quindi, un comportamento istituzionalizzato; esso, come norma specifica, è un’aspettativa bilaterale: ognuno deve comportarsi in maniera corrispondente ad una certa posizione sociale; tale comportamento è soggetto ad una continua verifica[1]

I ruoli hanno effetti potenti, dal momento che, ciò che inizia come rappresentazione di un ruolo nel teatro, della vita, viene progressivamente assimilato all’interno della percezione del proprio sé; difatti, l’uomo assume, comportamenti che manifesta anche all’esterno[2].

Quando, l’assunzione dei ruoli diventa realtà, all’inizio ci si può sentire finti,       “finti imbarazzati” perché il disagio , se proprio lo si vive, raramente perdura.

Prendiamo in esempio, l’esperimento realizzato da Philip Zimbardo, psicologo statunitense, che voleva capire se la malvagità di prigionieri e la malignità delle guardie fosse prodotto dalla brutalità della prigione o se, invece, era il ruolo istituzionale, di guardia e prigioniero, ad esasperare e fortificare persino i più miserevoli.

Non a caso, tale esperimento, condotto nel dipartimento di psicologia dell’Università di Stanford, nel 1971, fu considerato uno studio simulato sulla Psicologia della Vita in Prigione;

E’ il luogo a rendere violente le persone o sono, proprio, le persone a rendere violento il posto?

Lo sperimentatore, Zimbardo, destinò, in modo causale, mediante il lancio di una moneta, ad alcuni studenti, al ruolo di guardie, alle quali vennero date uniformi, manganelli, fischietti.  Agli altri il ruolo di prigionieri; dunque vennero chiusi in celle vestendo uniformi umilianti.  Il primo giorno tutto proseguì in allegria; ognuno recitava il proprio ruolo ma senza calarsi più di tanto nella situazione e dunque, nei precisi ruoli. Il conformismo ai propri ruoli, fuoriuscì, dopo pochi giorni quando si sviluppò, disse Zimbardo “una crescente confusione tra la realtà e l’illusione, tra il gioco di ruolo e la propria identità. La prigione che avevamo creato ci assorbiva come creature di una realtà propria”[3].

L’esperimento Carcerario di Stanford, evidenzia come l’irreale possa, pericolosamente, trasformarsi in qualcosa di reale. Infatti, quando gli attori   recitano un personaggio immaginario, il più delle volte, si devono assumere dei ruoli ben diversi, dissimili, dal proprio senso di identità personale.

È stata una famosa ricerca[4] ad attirare l’attenzione sulla rilevanza della complessità del sé, vale a dire su quel numero “indeterminato” e sulla diversità degli aspetti del sé che le persone sviluppano in relazione ai diversi ruoli assunti.

“Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne non sono che attori: fanno le loro uscite e le loro entrate; e uno stesso uomo nella vita che recita molte parti”[5] [William Shakespeare].

Si impara a parlare, camminare e addirittura pensare e provare sentimenti come richiede il ruolo che stiamo recitando. Ci si intercala nella forza del ruolo che, non dimeno, si estende, governando la nostra vita, anche e soprattutto, fuori dal palcoscenico. Acquisisce l’importanza, non più il pubblico, ma il ruolo, stazionatosi nella mente dell’attore.

Possiamo affermare, per quanto possa sgomentare, che il male vince; infatti delle situazioni sociali possono indurre le persone “più normali” a comportarsi in modi “anormali”.

[1]Boccia P., Psicologia generale e sociale. Corso introduttivo di psicologia, sociologia e statistica 1999 Liguori pp. 196

[2] Ad esempio, vestendosi in un certo modo o portando con sé determinati oggetti

[3] Myers D., G., Psicologia Sociale a cura di Marta E., Lanz M., Milano, McGraw-Hill, 2009 pp. 58

[4] Linville del 1985 “teoria del sé dialogo”

[5] Calimani D., I sonetti della menzogna, Carocci 2009, pp. 43

di Giulia Mucimarra

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