La teoria delle Relazioni Oggettuali di Melanie Klein

settembre 22nd, 2016 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

La teoria delle relazioni oggettuali ha contribuito ad una radicale revisione del pensiero freudiano ed ha determinato, insieme alla teoria dell’attaccamento formulata da John Bowlby, lo spostamento dell’interesse psicoanalitico dal modello pulsionale elaborato da Freud, verso le dinamiche relazionali della vita dell’individuo con gli altri; le relazioni, in questa nuova visione psicoanalitica, vengono concepite come la forza motivante del comportamento umano e vanno a costituire gli elementi strutturanti della vita mentale dell’individuo.

Come scrissero Jay R. Greenberg e Stephen A. Mitchell  riguardo il termine teoria delle relazioni oggettuali: <<il termine indica teorie, o aspetti di teorie, che riguardano lo studio delle relazioni tra persone esterne reali, e immagini e residui interni di relazioni con esse, e del significato di questi residui per il funzionamento psichico>>[1]; quindi la nuova visione psicoanalitica vuole vedere come si creano i legami degli individui con le altre persone, per analizzare il significato che le immagini interiorizzate delle relazioni stesse acquisiscono nel funzionamento psichico dell’individuo.

La teoria delle relazioni oggettuali, che ha acquisito grande importanza a partire dagli anni ’40 in poi, è legata principalmente al dibattito formatosi nella Società Psicoanalitica Britannica e in particolare ai contributi della Klein, di Fairbairn e di Winnicott.

Ronald Fairbairn, al contrario della Klein e di Winnicott, propone una visione più radicale della teoria, che è quella di abbandonare definitivamente il concetto di libido[2], per porre la relazione del bambino con la madre come l’elemento centrale dello sviluppo normale e patologico.

Secondo questo autore, il bambino è orientato fin dalla nascita ad entrare in relazione con gli altri, perché ciò che ricerca non è il piacere corporeo e quindi la scarica di tensione, ma il contatto pieno e diretto con gli altri esseri umani reali; decide di abbandonare la teoria pulsionale perché non concepisce la libido come la ricerca del piacere, bensì come la ricerca dell’oggetto, e inoltre, considera l’impulso come inseparabile dalla struttura, quindi non esiste una distinzione tra l’Io e l’Es, perché non può esistere una massa di energia senza direzione che solo secondariamente viene orientata verso gli oggetti, in quanto questa energia è sin dall’inizio strutturata e diretta verso questi ultimi.

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Nonostante i cambiamenti apportati al modello strutturale delle pulsioni, secondo la Klein la meta dell’impulso rimane il piacere e l’oggetto è solo un mezzo per raggiungere tale scopo, Fairbairn invece, capovolge questo rapporto mezzo-fine, affermando che la meta dell’impulso libidico è la ricerca oggettuale e il piacere è solo il mezzo per raggiungere la relazione con l’altro.

Se con Fairbairn vediamo un superamento dei modelli intrapsichici, con gli scritti di Donald Winnicott la relazione viene posta al centro dell’attenzione psicoanalitica, in quanto secondo questo autore non è possibile parlare del singolo individuo, perché lo sviluppo di quest’ultimo esiste solo all’interno della matrice relazionale madre-bambino e dipende dalle cure e dalla protezione fornitegli dalla stessa; pertanto

il modello strutturale delle relazioni oggettuali, afferma che l’individuo ha una tendenza innata a mettersi in relazione con gli altri sin dalle prime fasi dello sviluppo e attraverso l’interiorizzazione di queste relazioni, si formeranno delle strutture intrapsichiche chiamate da Bowlby modelli operativi interni, che permetteranno all’individuo di crearsi un’immagine di se stesso e delle relazioni future che lo accompagneranno per tutta la vita; l’idea di fondo di questo approccio è che l’individuo si sviluppa grazie alle relazioni interpersonali che favoriscono il formarsi delle funzioni psichiche, quindi l’evoluzione di queste funzioni  dipende dalla qualità dell’incontro intersoggettivo che può portare l’individuo a uno sviluppo normale o patologico.

– MELANIE KLEIN E LA SOCIETÀ PSICOANALITICA INGLESE

Melanie Klein, considerata pioniere della teoria delle relazioni oggettuali, fu la prima ad applicare le tecniche e i principi della psicoanalisi al trattamento dei bambini.

Durante questi anni, Freud aveva condotto un’analisi di seconda mano[1] di un bambino chiamato Hans; come possiamo vedere nel libro La psicoanalisi dei bambini, la Klein afferma che: <<Il suo successo, trattandosi di un bambino al disotto dei cinque anni, dimostrò in primo luogo che era possibile applicare i metodi psicoanalitici anche a bambini piccoli e, cosa forse ancora più importante, riuscì a dimostrare, inconfutabilmente, attraverso il contatto immediato col bambino, qualcosa che fino allora era stato molto discusso e cioè l’esistenza di quelle tendenze istintive infantili che Freud aveva scoperto attraverso lo studio dell’adulto>>[2].

Nonostante i suoi maestri furono Ferenczi, Abraham e Jones che erano i più influenti collaboratori di Freud, quando la Klein si stabilì a Londra, il suo lavoro provocò una profonda lacerazione nella Società Psicoanalitica Inglese, poiché nonostante la Klein considerasse il suo lavoro un’estensione della teoria freudiana, molti autori psicoanalitici l’accusarono di distorcere e tradire i principi basilari della teoria e della pratica psicoanalitica ortodossa.

La Società Psicoanalitica Inglese, si scisse in “Gruppo A” caratterizzato dai seguaci di Anna Freud[3] in disaccordo con la Klein sulla tecnica di analisi infantile, il “Gruppo B” popolato dai seguaci della stessa Klein e il “Gruppo Medio” rappresentato da tutti quegli autori che come Winnicott non scelsero nessuna delle due parti.

Quando la Klein tentò di applicare la tecnica psicoanalitica all’analisi dei bambini, andò in contro a molti ostacoli perché si accorse che i bambini erano meno propensi a parlare degli adulti e più disposti ad agire, è per questo che trovò nella tecnica del gioco la strada giusta per accedere alla fantasie e alla vita interiore del bambino.

Melanie Klein considerava il gioco la funzione centrale dell’economia psichica dell’infanzia, attraverso il quale era possibile far affiorare i desideri e le paure inconsce del bambino.[4] Attraverso l’interpretazione del gioco, indagò a fondo le ipotesi freudiane a proposito dell’esperienza infantile. Nei suoi primi scritti, si concentrò esclusivamente sulla sessualità infantile ancor più di Freud che con la sua propensione per le formulazioni dualistiche, tendeva a contrapporre alla sessualità altri temi motivazionali. Per la Klein invece, il mondo del bambino era interamente governato dalla sessualità genitale, edipica: lettere, numeri e linguaggio rappresentavano il pene e la vagina, la musica e l’aritmetica, in particolare la divisione, rappresentavano il coito violento, la storia era conforme alla fantasie e alle battaglie sessuali di natura precoce e così via. Per quanto riguarda la spinta del bambino a conoscere, al contrario di Hartmann che postula la curiosità intellettuale come una funzione dell’Io, separabile, dal punto di vista della motivazione, dalle pulsioni, la Klein afferma che lo sviluppo libidico è strettamente collegato alla spinta a conoscere del bambino, che è visto come un esploratore del mondo esterno rappresentato dal corpo materno, quindi elabora fantasie a proposito dell’interno del corpo della madre e dei misteri che esso contiene come il cibo, le feci, i neonati e il pene paterno. Come Freud, anche la Klein sostiene che ogni psicopatologia deriva da una conseguente rimozione di aspetti della sessualità infantile, quindi, anche se era convinta di aver trovato delle prove convincenti riguardo la teoria elaborata da Freud, sorsero delle divergenze riguardo i termini dello sviluppo.

Mentre Freud considerava la fase edipica il culmine della sessualità infantile e la sua risoluzione il tassello necessario per far nascere il Superio, la Klein indentificò l’apparizione dei sentimenti edipici già nella fase dello svezzamento, ovvero nel primo anno di vita, dove la rottura del legame tra la madre e il bambino conduce l’interesse di quest’ultimo verso il padre che assume forme di fantasie genitali e solo durante la fase genitale, possiamo vedere nel maschietto un ritorno alla madre; anche la nascita del Superio, secondo la Klein, appare precocemente sotto forma di severe e critiche autoaccuse che accompagnano le fantasie edipiche più precoci. Nel libro sopracitato, parlando del Super-Io durante la psicoanalisi, la Klein afferma che: <<Nei bambini di qualsiasi età, è difficilissimo, persino con un’analisi approfondita, mitigare la severità del Super-Io. Però, nella misura in cui ciò si ottenga, senza esercitare alcuna influenza pedagogica, l’analisi non solo non indebolisce l’Io del bambino, ma in effetti lo rafforza.>>[5]

Se in una prima fase, dava assoluta importanza ai problemi libidici, agli inizi degli anni ’30, il suo interesse si spostò sul concetto di aggressività, concepita da Freud come una tendenza biologica autodistruttiva che chiamò istinto di morte.

In precedenza, la Klein aveva definito il bambino come un esploratore che indaga il contenuto del corpo materno spinto dal piacere e dal bisogno di conoscere, ma, con lo spostamento d’interesse dai problemi libidici al concetto dell’aggressività, il piacere e il desiderio di conoscere vengono sostituiti con il possesso, il controllo e la distruzione; come scrissero Mitchell e Greenberg: <<Lo scopo dominante è quello di impossessarsi del corpo materno e di distruggere la madre per mezzo di ogni arma che il sadismo può imporre. Solamente negli ultimi stadi del conflitto edipico compare la difesa contro gli impulsi libidici; negli stadi precedenti la difesa è diretta contro gli impulsi distruttivi che li accompagnano>>[6]. La natura del complesso di Edipo[7]quindi, dalla visione freudiana, si trasforma in una lotta per il possesso e la distruzione, dove la vita emotiva del bambino è incentrata sul concetto che la Klein ha denominato ansia paranoide, ovvero la paura che il pene paterno e quello materno, che possiede al suo interno, attuino una rappresaglia contro di lui per vendicare la distruzione che il bambino, nella sua fantasia, ha attuato nei confronti dei genitori stessi e della loro unione sessuale; l’interna distruttività, diviene il fulcro del conflitto psichico e sostituisce la conoscenza e il piacere come forza pulsionale nella vita.

Infatti, nel libro La psicoanalisi dei bambini, la Klein, parlando del complesso edipico scrive:<< Secondo me il conflitto edipico si instaura nel bambino dal momento in cui egli comincia a provare sentimento di odio verso il pene paterno e a desiderare di congiungersi genitalmente con la madre distruggendo il pene del padre che immagina sia in lei incorporato.>>[8]

Melanie Klein rinnovò il concetto freudiano di fantasia, che prevedeva la comparsa di quest’ultima dopo che si fosse instaurato il principio di realtà e solo in conseguenza a una frustrazione, quindi rappresentava una forma illusoria di soddisfacimento interno, che interveniva solo in assenza di una gratificazione esterna. Secondo la sua formulazione invece, la fantasia è un’attività continua che si manifesta sin dalla nascita e trasforma a livello mentale le percezioni e le sensazioni che sperimenta il bambino, infatti viene definito come il rappresentate psichico dell’istinto, perché il desiderio sia libidico che distruttivo[9], viene sperimentato come una specifica fantasia inconscia che porta il bambino a rappresentarsi ciò che intende fare all’oggetto.

Secondo la visione di Susan Isaacs, adottata più tardi dalla Klein, la fantasia costituisce la sostanza di base di tutti i processi mentali, quindi rappresenta la vera sostanza della vita mentale del bambino; come vedremo più avanti questa riformulazione del concetto di fantasia, portò la Klein a riformulare anche il concetto di pulsione.

Il termine fantasia nella concezione kleiniana, è strettamente legato alla nozione degli oggetti interni, poiché si stabilisce una complessa serie di relazioni oggettuali interiorizzate, fantasie ed ansie, riguardanti lo stato del mondo oggettuale interno del bambino, che andranno a caratterizzare la base sottostante dei comportamenti, degli umori e del senso di Sé dell’individuo.

Il bambino è spinto dal desiderio di possedere tutte le ricchezze all’interno del grembo materno, quindi attraverso la fantasia distrugge il rapporto sessuale reciproco dei genitori che percepisce come una scambio di preziose sostanze nutritive inaccessibili a lui stesso. Siccome l’infante immagina il proprio corpo come l’interno simile a quello dei genitori, costituito da sostanze e oggetti buoni e cattivi, tenta di afferrare gli oggetti buoni, come il latte ad esempio, per paralizzare l’azione di oggetti e sostanze cattive e contemporaneamente, ammassare al suo interno abbastanza riserve per poter resistere agli attacchi sferrati contro di lui dai suoi oggetti esterni.

Parlando del concetto di fantasia, la Klein afferma che: <<Man mano che si accrescono le tendenze sadiche, e il bambino si impossessa fantasticamente dell’interno del corpo materno, quella parte del corpo della madre viene ad assumere il valore di tutta la sua persona, quale oggetto, e nello stesso tempo viene a simboleggiare il mondo esterno e la realtà. Infatti, attraverso il proprio seno, essa originariamente già rappresentava per il bambino tutto il mondo esterno. Ora però l’interno del corpo della madre rappresenta l’oggetto ed il mondo esterno, nel senso più lato, in quanto, in conseguenza della più ampia distribuzione dell’angoscia del bambino è diventato il luogo che contiene molti e disparati oggetti. Così, le fantasie sadiche del bambino sull’interno del corpo materno, costituiscono la base di un rapporto fondamentale tra lui ed il mondo esterno e la realtà.>>[10]

Successivamente, con la formulazione del concetto di angoscia depressiva, la Klein tornò a concentrarsi nuovamente sui temi libidici, senza accentuare l’interesse del classico modello strutturale delle pulsioni come aveva fatto in un primo momento, ma concentrandosi su emozioni d’amore più complesse come il desiderio di riparazione.

Melanie Klein afferma che la primaria organizzazione dell’esperienza del bambino, che viene definita “posizione schizoparanoide”, si basa sul fatto che quest’ultimo tenta di evitare i pericoli degli oggetti cattivi, sia interni che esterni, tenendo le immagini di essi separate e isolate dal Sé e dagli oggetti buoni; anche l’Io viene scisso in parti buone e cattive e quest’ultime, come ad esempio l’aggressività e l’istinto di morte, vengono proiettate all’esterno e questo porta il bambino a vedere il mondo come popolato da oggetti cattivi da cui difendersi, quindi questa fase assume anche una valenza adattiva perché permette al piccolo di difendere sé stesso dai pericoli.

In questa fase, l’infante tenta di purificare se stesso proiettando l’aggressività e gli aspetti negativi sulla madre attraverso il suo seno, quindi il piccolo vive l’esperienza con il seno materno come una relazione a due oggetti, il seno “buono” che lo nutre, gli offre gratificazione e lo protegge dall’ansia persecutoria del seno “cattivo” e quest’ultimo, che oltre a fallire nel provvedere la gratificazione, minaccia l’infante attraverso la distruzione. L’obiettivo del bambino, è quello di arrivare all’identificazione con l’oggetto ideale proteggendosi dagli attacchi sferrati dall’oggetto cattivo che contiene l’istinto di morte, quindi il meccanismo primitivo che prevale in questa fase è quello proiettivo, dove appunto il piccolo proietta nel seno materno le parti negative di Sé che ancora non riesce ad accettare; un altro meccanismo molto importante, che si sviluppa durante il periodo preedipico, si chiama “Splitting” e serve al bambino non solo per mantenere separati l’odio e l’amore ma anche per essere protetto dall’oggetto persecutorio, quindi si crea due immagini distinte di se stesso e della madre: “madre buona” e “madre cattiva”, “Sé buono” e “Sé cattivo”; l’obiettivo dell’infante però, non è quello di scappare dagli aspetti negativi presenti nella madre, ma quello di riuscire a controllare l’oggetto, quindi in questa fase entra in gioco un altro meccanismo più primitivo rispetto alla proiezione, che prevede semplicemente di proiettare nell’altro gli aspetti negativi del proprio mondo interno e si chiama identificazione proiettiva.

L’“identificazione proiettiva” nella visione kleiniana, rappresenta la prima relazione oggettuale aggressiva, perché il bambino proietta parti del proprio Sé, in particolare quelle considerate negative, nel corpo materno per poterlo possedere, controllare ed eventualmente danneggiare e allo stesso tempo, attraverso l’introiezione, il bambino protegge le parti del proprio Sé considerate buone; come disse successivamente la Klein, a questo meccanismo non partecipano solo le parti considerate negative ma anche quelle positive, perché se un’identificazione proiettiva negativa produce un legame persecutorio, un’identificazione proiettiva positiva porta all’idealizzazione di cui un esempio può essere l’amore.

Nella seconda metà del primo anno di vita, quando l’Io è sufficientemente integrato e può tollerare l’ambivalenza della presenza di aspetti buoni e cattivi all’interno dello stesso oggetto percepito come unitario, il bambino sviluppa la capacità di interiorizzare interi oggetti, diventando capace di integrare le precedenti percezioni scisse della madre e arrivando alla comprensione che la figura materna è solo una e quindi possiede contemporaneamente caratteristiche buone e cattive. Come scrissero Greenberg e Mitchell: <<se c’è solamente una madre, è lei, non una cattiva madre separata, il bersaglio delle ire del bambino>>[11], quindi è la sua madre tanto amata che il bambino distrugge durante i periodi di frustrazione e ansia.

Questa fase porta il bambino a distinguere se stesso dal mondo esterno, di conseguenza gli oggetti acquisiscono una loro autonomia e il piccolo può tollerarne l’assenza formando un’immagine mentale dell’oggetto e accedendo così alla facoltà della simbolizzazione[12]. Come possiamo vedere nel libro Melanie Klein, scritto da Adriano Voltolin, la Klein afferma che l’identificazione: <<è al tempo stesso preliminare sia alla formazione dei simboli sia allo sviluppo del linguaggio e della sublimazione.>>[13]

Come abbiamo detto in precedenza, l’angoscia depressiva riflette la paura del bambino di aver distrutto il suo oggetto interno, mentre l’angoscia paranoide implica la paura della distruzione del Sé dall’esterno, di conseguenza il bambino tenta di risolvere la sua angoscia depressiva e il senso di colpa che lo accompagna per mezzo della “riparazione”, ovvero il restauro della madre attraverso fantasie e comportamenti ricostruttivi utilizzando la sua onnipotenza a favore dell’amore.

Se prima abbiamo detto che l’obiettivo principale del bambino è la ricerca del piacere sessuale e della conoscenza, ora la forza motrice all’interno della personalità è caratterizzata dall’ansia per il destino dell’oggetto e il tentativo di ricostruirlo per renderlo di nuovo intero attraverso la forza dell’amore; questo costituisce un nodo centrale per il passaggio dal modello strutturale delle pulsioni al modello strutturale delle relazioni, perché l’oggetto non è più il mezzo della gratificazione pulsionale, ma  è diventato un “altro” con cui il bambino mantiene intense relazioni personali.

L’angoscia depressiva, che nella concezione kleiniana racchiude in sé in complesso di Edipo, non viene mai completamente superata, perché ogni perdita viene vissuta come il risultato della propria distruttività che non solo ci porta a percepire il mondo e la propria interiorità come vuoti, ma ci porta a percepire la nostra capacità di creare e proteggere le buone relazioni con gli altri, come qualcosa di inadeguato e impotente.

Nelle ultime formulazioni, “l’altro” inteso come reale, assume un ruolo decisivo nella sua teoria perché la qualità delle relazioni che si instaurano con i genitori e con gli altri, determinano l’opinione che il bambino ha di sé e gli permettono di integrare gli aspetti estremi della sua personalità.

La posizione depressiva infantile, rappresenta l’aspetto centrale della vita del bambino, perché ogni individuo, comprese le personalità paranoidi e schizofreniche, introiettando oggetti interi, lottano continuamente contro l’angoscia depressiva, la differenza è che un’organizzazione paranoide ha rinunciato a lottare contro l’angoscia depressiva a causa del danno che sente di aver provocato a quelli che ama, mentre una personalità schizofrenica è caratterizzata dalla disperazione, perché sente di essere dominata dagli impulsi distruttivi che hanno distrutto se stessa e il suo oggetto buono, quindi queste due personalità sotto la scissione e la malevolenza, sono dominate da un profondo amore.

Per concludere, è essenziale porre l’attenzione sulla formulazione kleiniana di pulsione che, come abbiamo detto in precedenza, con l’introduzione del concetto di fantasia ha assunto un diverso significato rispetto a quello freudiano.

Secondo la teoria freudiana, l’oggetto assume un ruolo secondario perché rappresenta il veicolo attraverso il quale la gratificazione viene ottenuta o negata, quindi è subordinato alla meta della gratificazione pulsionale. Secondo la concezione kleiniana invece, la pulsione è maggiormente legata all’oggetto, perché il bambino piccolo ha una relazione con la realtà che è molto più profonda di quella che gli attribuiva la precedente teoria psicoanalitica.

Per la Klein le pulsioni stesse, grazie alla loro intrinseca relazione con gli oggetti,  possiedono molte delle caratteristiche che nella teoria freudiana erano attribuite all’Io e al processo secondario; le pulsioni sono orientate verso gli altri, verso la realtà e contengono informazioni sugli oggetti dai quali cercano gratificazione, perché il bambino sviluppa un rapporto con l’oggetto, e quindi con la madre, fin dall’inizio della vita prenatale e questa visione contrasta con l’idea freudiana, secondo la quale, la relazione con la madre si sviluppa solo in conseguenza alla frustrazione delle sue richieste pulsionali originarie.

L’energia psichica, nella visione kleiniana, è intrinsecamente direzionata e strutturata, perché non esiste spinta istintuale o processo mentale che non implichi oggetti interni ed esterni, quindi le relazioni oggettuali sono al centro della vita emotiva.

Freud considera la natura delle pulsioni come una forza biologica, la cui sorgente ha sede nel corpo del bambino, che comporta delle manifestazioni e conseguenze psicologiche; al contrario, la Klein afferma che le pulsioni sono fenomeni psicologici orientati, che costituiscono emozioni complesse e utilizzano il corpo come veicolo di espressione. L’aggressività ad esempio, non è un’energia distruttiva e senza oggetto, ma un’avversione consapevole e personale legata a specifiche relazioni con gli altri, infatti il bambino invidia alla madre i beni che essa ha dentro di sé e che rimangono fuori dal suo controllo, quindi vuole impossessarsene, è geloso dei suoi bambini non nati e del possesso del pene del padre che porta a reciproche gratificazioni dei genitori, lasciando il  bambino in uno stato di frustrazione, che bilancia immaginandosi dispettosi e ironici trionfi e vendette. Come l’aggressività nella concezione kleiniana, anche la libido è organizzata, diretta e personale, perché l’amore del bambino verso i genitori e i fratelli comporta un intenso “prendersi cura” di loro che nasce in risposta all’amore e alle cure materne, ma non è subordinato alla gratificazione, bensì implica un bisogno profondo di fare sacrifici per rendere gli altri felici, infatti, è per amore dei suoi oggetti che al bambino interessa inibire i più distruttivi dei suoi impulsi e cerca l’aiuto dei genitori per sviluppare tale controllo.

Se per Freud il corpo è la sede della forze pulsionali, la Klein vede il corpo come il mezzo più efficace per la loro espressione, in quanto il linguaggio a quest’età non si è ancora sviluppato, pertanto, le parti e le funzioni del corpo diventano segni di primitiva grammatica di espressione fisica.

Il bambino usa il lessico corporeo per attuare le passioni di odio e amore che lo guidano; l’odio, utilizza il corpo come arma di distruzione, mentre l’amore lo utilizza come un dono che gli permette di mettere in atto la riparazione.

Per concludere, nella visione kleiniana, la regolazione pulsionale è stata sostituita da una complessa rete di relazioni con altri, reali e immaginari; per lei, il carattere è costituito da fantasie riguardanti oggetti interni, che derivano dalle relazioni oggettuali innate di amore e di odio. Le relazioni oggettuali interne quindi, costituiscono la sub-struttura fondamentale dell’esperienza e la sostanza dell’intera personalità.

 

[1] Abbiamo scritto “analisi di seconda mano” perché le informazioni analizzate da Freud, erano state raccolte dal padre del piccolo paziente.

[2] Klein, M., 1969, La psicoanalisi dei bambini, G. Martinelli Editore, Firenze, 1970, p. 9.

[3] Le conclusioni teoriche alle quali Anna Freud è giunta, differiscono da quelle della Klein in alcuni punti essenziali. Innanzitutto Anna Freud non ritiene possibile che una nevrosi di transfert possa verificarsi nei bambini, quindi per essi viene a mancare la condizione essenziale di ogni trattamento psicoanalitico. Inoltre sostiene che non è possibile applicare ai bambini un metodo psicoanalitico simile a quello degli adulti, in quanto il loro infantile ideale dell’Io è ancora troppo debole. Secondo Anna Freud, il bambino, a differenza dell’adulto, non è ancora pronto a produrre una nuova edizione dei suoi rapporti affettivi, perché i suoi primi oggetti d’amore, i suoi genitori, fanno parte della vita reale e non di quella immaginativa come nei nevrotici adulti. Inoltre l’analista non può dare al bambino, rispetto ai suoi oggetti originali, quei vantaggi che invece un adulto può ottenere trasformando i suoi oggetti immaginari con una persona della realtà. Al contrario la Klein, non solo afferma che nei bambini può benissimo svilupparsi una nevrosi di transfert, ma che in essi, come negli adulti, il transfert si verifica solo se si usa un metodo analogo a quello degli adulti, che implichi l’analisi degli impulsi negativi diretti verso l’analista.

[4] La tecnica psicoanalitica del gioco permetteva di analizzare il bambino mentre svolgeva determinati giochi da solo, ma molto spesso veniva coinvolto anche il terapeuta attraverso l’assegnazione di specifici ruoli, ad esempio quello del bambino cattivo punito dal piccolo paziente o quello del genitore amorevole che ricompensava quest’ultimo e così via. Osservando ed interpretando l’assegnazione di questi ruoli, la Klein era in grado di aiutare il bambino ad elaborare i vari conflitti, relazioni con altri e svariate identificazioni.

[5] Ivi, p. 11.

[6]Greenberg & Mitchell, op. cit., p. 130.

[7] Secondo la Klein non si può stabilire una distinzione netta tra gli stadi precoci del conflitto edipico e gli stadi successivi, in quanto gli impulsi genitali si presentano contemporaneamente agli impulsi pregenitali influenzando e modificando questi ultimi; gli impulsi genitali portano in sé le tracce degli impulsi pregenitali, anche in successivi stadi dello sviluppo, quindi in conclusione possiamo dire che il raggiungimento dello stadio genitale, altro non è che un rafforzamento degli impulsi genitali. In altre parole i primi impulsi e le prime fantasie genitali, anche se si presentano durante la fase del sadismo, costituiscono i primi stadi del conflitto edipico, quindi, anche se predominano ancora le pulsioni pregenitali, il bambino oltre ai desideri orali, uretrali e anali, comincia già a sperimentare il conflitto dovuto ai desideri genitali che prova nei confronti del genitore del sesso opposto e gelosia e odio per il genitore dello stesso sesso.

[8] Klein, op. cit., p. 188.

[9]Il bambino, provando paura per gli oggetti internalizzati, sposta tale sentimento verso il mondo esterno e arriva così ad attuare un’equivalenza tra i propri organi, gli oggetti, le feci, i propri oggetti internalizzati e gli oggetti del mondo esterno. In altre parole, i desideri distruttivi rivolti dal bambino verso gli oggetti, rappresentati dai singoli organi del proprio corpo, provocano in lui la paura per tali organi e tali oggetti. Nell’immaginazione del piccolo, questo oggetti sono situati all’interno del corpo della madre, il quale è l’obiettivo delle sue pulsioni libidiche e distruttive.

[10] Ivi, pp. 206-207.

[11] Ivi, p. 133.

[12] La simbolizzazione è fondamentale per l’acquisizione della capacità linguistica come fattore di limitazione dell’onnipotenza e per tutte quelle capacità che sono correlate alla vita sociale e intellettuale dell’individuo. La simbolizzazione nasce all’interno della posizione schizoparanoide, con la funzione di liberare l’individuo dagli oggetti persecutori interni. Il simbolismo però non è solo alla base degli investimenti oggettuali angosciosi, ma è ciò che permette all’individuo di rapportarsi con il mondo esterno e con la realtà.

[13] Voltolin, A., Melanie Klein, Paravia Bruno Mondadori Editore, Milano, 2003, p. 63.

[1] Greenberg & Mitchell, op. cit., pp. 23-24.

[2] Con Ronald Fairbairn, la pulsione viene posta al servizio delle relazioni e la libido diventa la ricerca del contatto oggettuale. Quindi come possiamo vedere, la libido non viene totalmente abbandonata, ma perde la sua connotazione di ricerca del piacere, per essere sostituita con la ricerca dell’oggetto; il piacere, in conclusione, non è più il fine della pulsione come diceva Freud, ma diventa il mezzo per raggiungere il nuovo fine, ovvero quello della ricerca oggettuale.

di Marta Di Massimo

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