Come disintossicarsi da una setta

ottobre 20th, 2016 | Posted by Igor Vitale in Criminologia

Far parte di un gruppo spesso comporta una forte alienazione dei membri, al punto da rivelare loro tendenze antisociali. Gli ex-membri di culti che si presentano in terapia, lo fanno poiché provano forte rimorso per gli atti compiuti durante la loro permanenza nel gruppo e spesso viene loro diagnostica un disturbo post-traumatico da stress.

Lorna Goldberg (2012) riporta le osservazioni e l’andamento di una terapia con una ex-affiliata che ha commesso atti criminali in nome della dottrina. La terapia si è dimostrata valida in quanto ha incrementato la comprensione del proprio Sé alla paziente, ed in particolare le cause interne ed esterne che l’hanno portata ad entrare nel gruppo. Secondariamente, affiancando alla terapia verbale il modelle psico-educazionale, la terapeuta ha potuto incrementare la consapevolezza della cliente su come la manipolazione del leader e le sue risposte complementari hanno modificato le sue credenze e comportamento in favore del culto.

Spesso i membri che escono dal gruppo lo vivono come un fallimento o un rifiuto, infatti che sia un allontanamento volontario o forzato la causa è sempre il non essere conformi alle necessità del leader e alle norme del gruppo. All’interno della comunità questi soggetti si sentono forti, ma in terapia portano un’immagine di loro stessi distaccata emozionalmente e piena di vergogna. Generalmente riportano che durante l’indottrinamento il leader li ha indotti poco a poco a sentirsi paranoici e negativi nei confronti dell’esterno, comprese le loro famiglie considerate spesso la causa di tutti i loro problemi in contrasto con la figura benevola e disponibile del leader.

La Goldberg (2012), descrivendo l’inizio della terapia, mette in luce che è comune esperire un forte transfer in cui il terapeuta diventa l’incarnazione perfetta dell’Io ideale dell’ex-membro e viene piazzato nel ruolo che prima era ricoperto dal leader del culto. Questa idealizzazione, con la stretta collaborazione del cliente, decade e svela la rinascita del processo di pensiero critico personale, dell’accettazione di sé come persona con dei limiti e un’emergente senso di responsabilità per le proprie azioni. Tutti questi aspetti sono solitamente repressi nel culto, per garantire una completa sottomissione e coesione. Quando la terapia raggiunge questo livello è chiaro che si stia prendendo la direzione giusta ed è a questo punto che spesso il paziente esprime una forte rabbia nei confronti del leader.

Gli ex-seguaci che ricorrono alla terapia possono riportare sintomi ben più gravi rispetto all’esempio riportato. L’Etang (1974) esplica gli effetti della fatica causata dalla grande responsabilità di cui si sentono investiti i membri nel gruppo e l’utilizzo comune e collettivo di stimolanti e sedativi. Si verificano così alterazioni di coscienza e deliri, e nei momenti di attività più frenetica del gruppo, dovuta al clima carismatico e all’eccitamento che ne deriva, possono comparire conversioni isteriche transitorie caratterizzate da paralisi e disturbi sensoriali. Alcuni di questi soggetti possono soffrirne in un secondo momento, dopo l’allontanamento dall’esperienza del gruppo, e necessitare di un sostegno psichiatrico, sfociando in disturbo psicotico sia nella forma di paranoia che depressiva.

Partendo da queste osservazioni, Rosen (2014) ha elaborato una terapia volta alla cura del trauma negli ex-membri suddivisa in quattro fasi. La prima è l’assessment, comune a qualunque terapia, in cui il terapeuta deve conoscere il cliente in termini di situazione e storia personale, cultura e problemi correnti. Successivamente subentra la fase della sicurezza e stabilizzazione in cui si lavora concretamente per rafforzare la sicurezza personale ed interpersonale del paziente, incrementare la sua capacità di gestire un arousal estremo e costruire la capacità di gestire stati affettivi e corporali come flashback, dissociazione, congelamento e così via. In questa fase ci si occupa anche della psicoeducazione del paziente, tramite la conoscenza del senso di sé e delle proprie capacità relazionali e lavorando sulle paure emerse nella relazione terapeutica e  quelle relative a ricordi correlati al trauma. Segue la fase del processing, in cui di fornisce lo spazio adatto al cliente per aprirsi ed esporre i ricordi traumatici. Infine c’è la reintegrazione in cui ci si occupa di costruire una narrazione integrata tra pensieri, sensazioni corporee e immagini. Si provvede a rielaborare il lutto e il dolore e si incrementa il livello di funzionamento del paziente nel mondo al di fuori della terapia, così da permettergli di rafforzare le capacità sociali con amici, parenti e possibili partner romantici e poter aumentare le possibilità lavorative. Si conclude quindi con un vero e proprio reinserimento nella società, all’infuori del culto.

Poiché gli ex-membri sono pazienti particolari, occorre avere alcune accortezze per poter lavorare in modo efficace e soddisfacente. Innanzitutto, come con qualunque altro paziente traumatizzato, non bisogna introdurre la domanda del “perché?” per indagare i motivi che hanno spinto la persona ad entrare nel gruppo troppo precocemente. Questa domanda per quanto utile è molto pericolosa, implica una personale responsabilità negli eventi e rischia di amplificare nel cliente il senso di colpa oppure stimolare le paure relative al trauma dell’esperienza interna del soggetto, facendolo sentire sotto giudizio. Bisogna riporre molta attenzione al linguaggio usato che non deve essere patologizzante e deve essere comune a entrambe le parti per garantire una comunicazione chiara e va ricoperta una posizione collaborativa non autoritaria, ma autorevole. A volte può rivelarsi necessaria la somministrazione di farmaci psicotropi, soprattutto per contrastare gli effetti del trauma sul ritmo sonno-veglia e per i problemi dell’umore. Molti di questi pazienti riportano la sensazione di aver “sprecato del tempo” e stigmatizzano se stessi per le esperienza vissute. In aggiunta, molti membri di prima generazione, entrati a far parte del culto da adulti, provano un profondo dolore e grave senso di colpa nei confronti delle famiglie e amici per le sofferenze che hanno subito durante il periodo in cui appartenevano al gruppo. Molti membri di seconda generazione, cioè coloro nati e cresciuti nel culto, figli dei primi seguaci, hanno perso qualunque legame con le famiglie se hanno deciso di lasciare il gruppo e i parenti sono rimasti a farne parte. Per questi motivi è molto importante che il terapeuta non si rivolga a queste organizzazioni famigliari o culturali  come anormale. Il trauma dei soggetti infatti non nasce e non è perpetrato dalla struttura atipica del gruppo o dall’ideologia di cui si fa portatore, bensì dal modo in cui il leader ha usato la dottrina del culto e il suo formarsi per manipolare e dominare i fedeli.

Il terapeuta deve scegliere scrupolosamente le tecniche da utilizzare in terapia. Ad esempio la meditazione mindfulness, anche se spesso efficace con i pazienti traumatizzati nello stabilizzare e incrementare la loro soglia di tolleranza del dolore, è sconsigliata per questo tipo particolare di traumi poiché in molti culti è una pratica diffusa e riproponendola in terapia potrebbe far emergere immagini negative del periodo trascorso all’interno del gruppo. Anche la EMDR è da evitare, soprattutto con i membri di seconda generazione che presentano traumi sia infantili che dell’età adulta. Andrebbe utilizzata solo quando il paziente ha realmente acquisito una certa stabilità e se il terapeuta è esperto nel trattare la dissociazione e utilizzare questo tipo di intervento.

Gli interventi psicoeducativi sono quelli che,  in conclusione, risultano più efficaci. È importantissimo educare prima di tutto il paziente riguardo il processo terapeutico come controbilanciamento del pensiero magico esperito nel culto. Il terapeuta può anche introdurre concetti di neuroscienze o spiegare il pensiero psicoanalitico, il potere delle cognizioni negative, i fenomeni dissociativi e così via. È possibile educare il cliente sulle proprie reazioni comportamentali e cognitive causate dagli eventi passati e presenti ed è infine molto positivo insegnargli che le esperienze dissociative hanno un valore adattivo e possono essere migliorate in terapia. Generalmente gli ex-membri con disturbo post-traumatico da stress sentono voci interne o hanno esperienze allucinatorie o  di depersonalizzazioni  e arrivano a credere erroneamente di essere psicotici spaventandosi molto, perciò vanno rassicurati sul fatto che sono sintomi molto comuni del PTSD e che non si tratta di una situazione permanente (Rosen, 2014). Secondo questo punto di vista, sarebbe quindi utile una terapia costruita ad hoc per tali pazienti, proprio perché hanno alle spalle un’esperienza particolare e molto alienante. Il terapeuta dovrebbe porsi come una guida positiva, differente dal leader del culto a cui sono abituati gli ex-membri, ed aiutarli a ritornare autonomi nel pensiero e nelle azioni, elaborando e superando il trauma.

di Valentina Conte

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