Segreti e tecniche psicologiche per l’ascolto del minore in tribunale

aprile 9th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Criminologia | Psicologia Clinica

L’ASCOLTO DEL MINORE IN AMBITO GIUDIZIARIO

Articolo di Alessia Chirico

Convalidare casi di abuso minorile attraverso un parere peritale è un compito insidioso, poiché gli esperti devono districarsi tra un numero significativo di variabili e altrettante fonti di errore, non sempre controllabili. Davide Dèttore (2002) ha contribuito proponendo una procedura di elaborazione che valuti sistematicamente i seguenti elementi:

  1. la qualità delle dichiarazioni del minore;
  2. i comportamenti del minore;
  3. le condizioni della denuncia;
  4. i fattori circostanti;
  5. il quadro clinico del minore e dei familiari[1].

Essi costituiscono gli elementi fondamentali da tener presente per esprimere un parere probabilistico che sia guidato da una struttura formale che eviti il più possibile effetti di distorsione o di alone. In Italia, il consulente ha il compito di valutare l’idoneità del minore a testimoniare e la sua credibilità, mentre il magistrato decreta l’attendibilità positiva o negativa della prova.

L’attendibilità della testimonianza è determinata da cinque costrutti: accuratezza, credibilità, affidabilità, ripetibilità e validità. La prima valuta le competenze percettive e cognitive del soggetto (tra cui la memoria e l’elaborazione dei dettagli), mentre la credibilità si riferisce alle motivazioni che spingono il soggetto a riportare una determinata versione dei fatti. L’affidabilità e la ripetibilità riguardano il valore temporale della testimonianza, e cioè se essa sia simile e costante in diverse circostanze; infine, la validità misura il grado di corrispondenza tra quanto dichiarato e la realtà. Nello specifico, vanno analizzate una serie di capacità del minore per avere un quadro il più possibile privo di fraintendimenti; va dunque valutata la capacità del minore di discriminare tra i propri pensieri e i fatti o quanto le emozioni influiscano sulla memoria e sul giudizio. Altrettanto importante è mettere in chiaro le relazioni familiari e la qualità delle stesse, soprattutto in casi di abuso intrafamiliare. È inoltre necessario valutare la competenza comunicativa del minore in relazione all’età dello stesso, poiché molti termini utilizzati dagli adulti possono risultare sconosciuti o fraintendibili. Alcuni ritengono che un livello cognitivo nella norma sia un prerequisito necessario per avvalorare l’attendibilità della testimonianza, laddove la presenza di un deficit verrebbe vista come un elemento problematico. L’esperienza giudiziaria non manca di casi-limite in cui le denunce vengono sporte da persone affette da ritardo mentale, spesso vittime di molestie extrafamiliari.

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Queste vittime sono svantaggiate poiché spesso presentano difficoltà di espressione, se non anche una grave compromissione delle funzioni principali. Per valutare la credibilità, è importante determinare il grado di suggestionabilità del bambino, poiché i bambini piccoli hanno una traccia mnestica più debole e quindi più vulnerabile all’intrusione, ma anche quanto egli dipenda dall’adulto; questo dato è rilevante poiché il bambino tende a voler soddisfare le aspettative dell’adulto perché ad essi viene conferito un alto valore di credibilità e competenza, e per questo motivo tendono a conformare le proprie risposte per dare quella “esatta”. Normalmente, si ritiene che anche bambini di quattro anni abbiano un ricordo accurato che può essere espresso attraverso la tecnica del ricordo libero; i dettagli però sono molto limitati, poiché i bambini ricordano meglio gli aspetti più caratterizzanti di un evento. Questo effetto è collegato all’effetto dell’importanza del coinvolgimento di un individuo nel ricordo, molto più rilevante nei bambini rispetto agli adulti, che quindi sono portati a modulare l’attenzione su ciò che sta accadendo direttamente a loro.

Quindi, il ricordo sarà più accurato quanto più il bambino ne è protagonista, piuttosto che in casi in cui è uno spettatore[2] (Mazzoni, 1995).  È preferibile, comunque, non ripetere l’intervista, soprattutto se il minore ha avuto accesso a nuove informazioni nel mentre; altrimenti, il bambino potrebbe sentire la necessità di aggiungere elementi di fantasia o di integrare con ciò che ha appreso, rendendo difficile il recupero dell’informazione originale. Nei casi in cui il ricordo libero non fornisca informazioni insufficienti, si potrebbe ricorrere al riconoscimento facciale, con tutti i rischi annessi: i falsi positivi sono estremamente elevati, soprattutto a causa delle ridotte capacità dei minori di riconoscere un certo numero di elementi; inoltre, i bambini tendono a riconoscere gli elementi nuovi, non presentati precedentemente. Per una maggiore efficacia, si ricorre alla ricostruzione del contesto in cui l’evento ha avuto luogo, che si è rivelato essere un ottimo metodo per migliorare l’accuratezza. Bisogna inoltre tener presente che i bambini tendono a rispondere “sì” a quelle domande che si aspettano una risposta sì o no, quindi sarebbe opportuno ovviare a tale tendenza cambiando la struttura della domanda, a meno che non venga posta come conseguenza di una informazione data dal bambino durante il ricordo libero.

È stato dimostrato che raramente i bambini mentono riguardo gli abusi sessuali, mentre quelli non abusati tendono a modificare o omettere dettagli del proprio vissuto; fino ai sei anni, questo atteggiamento non nasconde l’intenzione di ingannare l’adulto, anzi è espressione di desideri e fantasie partoriti dalla sua immaginazione, oppure diventa una strategia compensativa in casi di impotenza intellettuale. Dai sette anni in poi, però, la menzogna si complica e se ne riconoscono almeno tre tipi: menzogne per evitare di essere puniti, menzogne con scopi di guadagno e menzogne che nascondono un desiderio di vendetta.

I bambini, però, potrebbero raccontare cose che credono essere vere, quando in realtà sono frutto di suggestioni o manipolazioni. Comunque, casi di minori che, pianificando un inganno, accusano di abuso sessuale fornendo un racconto dettagliato e verosimile sono sempre più frequenti. In ogni caso, se ci si attiene alle più recenti teorie sulla memoria[3], ne consegue che il ricordo, quale ricostruzione fatta sulla base dei dati a disposizione, non costituisce la riproduzione fedele del reale episodio avvenuto, anche perché le informazioni più recenti potrebbero aver influenzato la ricostruzione stessa. Anche in fase di ritenzione può avvenire una modificazione causata da informazioni successivamente acquisite, siano essi giudizi altrui o notizie a posteriori.

Generalmente, in correlazione con la testimonianza, chi si trova, senza alcun preavviso, ad essere testimone di un evento, non coglie ogni singolo dettaglio dell’accaduto, e in fase di recupero viene utilizzata una memoria definita di tipo incidentale, più superficiale rispetto alla memoria di tipo intenzionale. L’obbiettivo comune di ridurre i casi di falsi positivi e di falsi negativi, ha portato all’elaborazione di strumenti appositi che, se utilizzati da esperti competenti, garantiscono un maggior livello di accuratezza. È facile, altrimenti, incorrere in svariati errori di valutazione. In primis, gli esperti potrebbero incorrere in quella che Tversky e Kahneman (1974) chiamano “euristica della disponibilità”[4]: quanto più si è competenti, tanto più si tende a percepire gli eventi che riguardano la specifica area di competenza in modo differente rispetto ai non competenti. Generalmente questo tipo di esperienza ha una valenza positiva, dunque il problema sta nel soffermarsi su quegli episodi che più sono rimasti impressi nella memoria; questo porta ad una visione alterata delle probabilità della frequenza degli eventi semplicemente perché se ne ricordano di più, e questo porta a vedere ciò che ci si aspetta di vedere.

Questo meccanismo, chiamato «codificazione dei dati viziata dalla teoria»[5] (Gullotta G., 1997), si affida a una ristretta cerchia di preconcetti e il rischio comune è quello di tralasciare dettagli fondamentali, volontariamente o involontariamente, col fine di servire il proprio bias, soprattutto quando i dati presentati si rivelano essere ambigui. Un altro problema è legato ai ruoli propriamente svolti dall’esperto; uno psicologo è tenuto ad ascoltare il proprio paziente senza curarsi dell’effettiva veridicità dei racconti esposti, dato che l’interesse è nel benessere psicologico dell’individuo. In una valutazione giuridica, la ricerca della verità è fondamentale e richiesta, e lo psicologo deve tenere a mente che ciò è diverso dall’attività terapeutica. Un’ulteriore pecca viene definita “metodo verificazionista”[6], che consiste nel partire da un’ipotesi e, anziché cercare di falsificarla, si tende a cercare le prove atte a confermarla, e questo è tipico nei casi di abuso sessuale, in cui si tende a comprovare delle ipotesi date per certe. Bisognerebbe, invece, stimolare l’investigazione e procedere vagliando ogni ipotesi alternativa. Non da meno è l’errore procedurale di non interrogare il presunto abusante o comunque avere un quadro di informazioni raccolte tramite le interviste sia della vittima sia dei genitori. Infine, è comune tra gli esperti conferire un’interpretazione clinica ad una realtà fenomenica attraverso l’interpretazione simbolica, per esempio, di disegni fatti dal minore in esame, nonostante sia emerso che i disegni dei bambini abusati sessualmente prima dei quattro anni presentano delle caratteristiche simboliche ricorrenti[7]. Per questo motivo la SINPIA assegna un basso livello di affidabilità a questo tipo di test proiettivo, poiché la soggettivita di chi li esamina è altamente intrusiva. In quest’ambito è preferito l’utilizzo di test quali il Test di Rorschach[8] o il Blacky Test[9], utili per ottenere dati sullo stato emotivo, affettivo e relazionale del bambino; il limite di questi test sta nel non poter identificare con certezza la cause del disagio che il bambino mostra eventualmente, quindi non sono utilizzabili per diagnosticare se l’abuso sessuale sia avvenuto o meno. Le conseguenze di questi errori sono molteplici e di gravità non indifferente, dato che i giudici fanno grande affidamento sui rapporti dei consulenti e li tengono altamente in considerazione per decretare la valutazione finale del caso. Inoltre, sono causa di una sovrastima della frequenza di abusi compiuti, più di quanti se ne verifichino realmente.

[1] Tale procedura è stata provata su 20 perizie, di cui 10 trattavano di abusi confermati, mentre le altre 10 riguardavano casi non confermati.

[2] G. Mazzoni, La testimonianza in età evolutiva, in Età evolutiva, 52, ottobre, 1995, pp. 56-64

[3] La psicologia cognitiva studia i processi che guidano l’acquisizione della conoscenza da parte dei soggetti, che si articola in tre fasi distinte: l’acquisizione, durante la quale il soggetto percepisce le informazioni provenienti dall’esterno; la ritenzione, durante la quale egli conserva in memoria le informazioni acquisite; il recupero, durante il quale egli ricorda l’informazione nel senso che la recupera dalla memoria dove era conservata. Questo processo non è passivo, ansi il soggetto elabora, con una serie di attività, al fine di partecipare attivamente alla costruzione della propria conoscenza. Esso è reso possibile da tre componenti: la memoria (o registro sensoriale); la memoria a breve termine (MBT); la memoria a lungo termine (MLT).  Il processo di recupero viene realizzato tramite la ricostruzione di un possibile evento a partire da tutta una serie di informazione e di dati che sono rappresentati in memoria e a cui si ha accesso. Questi dati ed informazioni, tuttavia, non sono necessariamente ben collegati tra loro e non rappresentano la totalità dell’evento che deve essere ricordato. Si tratta di dati sparsi, che provengono da più fonti, e che possono appartenere a momenti diversi nel corso dell’esperienza dell’individuo. Nel ricostruire il ricordo vengono messi insieme tali dati e coordinati in una forma più o meno coerente, in modo da avere nell’insieme il ricordo di un evento.

[4] Tversky A. E., Kahneman D., Judgement under uncertainty: heuristics and biases, in Science, n. 185, 1974, pp. 1124-1131

[5]  G. Gulotta, Le fonti di errore nelle valutazioni di abuso sessuale, in L. De Cataldo Neuburger, Abuso sessuale di minore e processo penale: ruoli e responsabilità, Cedam, Padova, 1997, pag. 172

[6] G. Gulotta, op. cit., pag. 169

[7] Dalle spiegazioni date dai bambini di quello che hanno voluto disegnare, è emerso che le vittime di abuso:

  • evitano di disegnare gli aspetti traumatici di quanto hanno subito ma proiettano, nel disegno, numerosi indicatori d’ansia, presenza di conflitti familiari e concezioni di se stessi come “oggetti trasparenti”;
  • rivelano una rappresentazione sessualizzata del proprio sé (attuale);
  • assumono, nel disegno, espressioni di tristezza e disorganizzazione affettiva.

[8] Il Test di Rorschach si deve ad Hermann Rorschach (1884-1922). Si tratta di un test diagnostico in cui vengono sottoposte all’osservatore figure indefinite e simmetriche ottenute dalla piegatura di un foglio di carta su cui è stata deposta una certa quantità di inchiostro, richiedendo al soggetto una interpretazione del significato delle figure casualmente derivate da quest’operazione. Il Test di Rorschach è un reattivo proiettivo di personalità, esso si basa sulla teoria psicoanalitica della proiezione: attraverso le risposte fornite a stimoli indeterminati, quali costituiti dalle macchie, un soggetto evidenzierebbe le sue caratteristiche più inconsapevoli che costituiscono l’asse portante della personalità. Data la sua delicatezza e complessità interpretativa sarebbe consigliabile, per il professionista che lo intende usare, ottenere previamente un’adeguata qualificazione ed esperienza d’uso.

[9]  Il Blacky Test è uno dei test cosiddetti proiettivi, che viene utilizzato soprattutto con i bambini. Si tratta di una serie di tavole contenenti sei o più domande, in cui è rappresentata una famiglia di cani: Blacky è un cagnolino nero, in cui si suppone possa identificarsi il bambino sottoposto al test, poi ci sono poi altri cani, papà cane e mamma cagna e un altro cagnolino. Il bambino racconta una storia in base a quello che vede e sulla base di alcune domande dell’esaminatore, che in nessun modo deve suggerire una risposta piuttosto che un’altra.

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