Le emozioni si leggono allo stesso modo in tutto il mondo

ottobre 9th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo | Psicologia Clinica

Articolo di Katsiaryna Valko

L’origine dei primi studi di Paul Ekman

La maggior parte dei suoi scritti sono basati su esperimenti scientifici riguardanti le particolari correlazioni biologiche di emozioni specifiche; inoltre la sua attenzione era principalmente indirizzata a studiare le espressione facciali dal punto di vista interculturale.

Quando Ekman iniziò le sue ricerche, gli scienziati discutevano su un carattere specifico delle espressioni, ossia se fossero universali o specifiche per ciascuna cultura. Bisogna dire che era ancora tenuta in considerazione l’idea di Charles Darwin che, alla fine del 1800, fu il primo a suggerire che le espressioni facciali delle emozioni sono le stesse ovunque nel mondo, cioè che siano innate. Tuttavia, la maggior parte della comunità scientifica era in disaccordo con questa teoria.

Inizialmente Ekman riteneva che le espressioni e i gesti fossero appresi  all’interno di ciascuna società e che, quindi, fossero culturalmente variabili. E’ chiaro che la sua visione iniziale era opposta a quella di Charles Darwin e Silvan Tomkins.

Ekman iniziò a condurre esperimenti in tutto il mondo per provare la sostenibilità della teoria riguardante l’universalità delle emozioni e le loro manifestazioni facciali. Lo studio iniziale consisteva nel mostrare fotografie di individui con diverse espressioni facciali di emozioni a gruppi di persone provenienti da Cile, Argentina, Brasile, Giappone e Stati Uniti. Si chiedeva loro di valutare quale emozione fosse stata mostrata in ogni espressione facciale. La maggior parte di questi gruppi, appartenenti a culture diverse, concordava sul tipo di emozioni espresse nelle foto, il che ha portato a considerare il fatto che esse potessero davvero essere di carattere universale.

Nello stesso periodo, un altro psicologo, Carrol Izard, conduceva un esperimento simile giungendo alle stesse conclusioni[1]; di conseguenza, sembrava che la visione di Darwin secondo cui le espressioni di emozioni fossero universali fosse giusta, ma Ekman nutriva qualche dubbio sui risultati. Infatti, si doveva tenere in considerazione aspetti molto diversi:

Innanzitutto, poteva esserci la possibilità che le cinque culture si fossero sviluppate in un ambiente simile, avessero avuto esperienze simili o avuto accesso alla stessa rappresentazione di attività umane, come film e spettacoli televisivi. Pertanto, il significato delle espressioni facciali dei caucasici potrebbe essere stato appreso dai media o dal contatto con altre culture, anche se le cinque culture studiate da Ekman erano diverse l’una dall’altra.

Inoltre, c’erano le opinioni di altri scienziati, ad esempio, Birdwhistell, un antropologo specializzato nello studio dell’espressione e del gesto, che sosteneva di non credere più nelle idee di Darwin, perché aveva scoperto che in molte culture le persone sorridevano anche quando erano infelici[2]. Un’altra delle opinioni di Birdwhistell era che ogni aspetto umano significativo, da un punto di vista sociale (come le espressioni facciali delle emozioni), doveva essere appreso e quindi, diverso da cultura a cultura.

Per questa particolare idea, Ekman trovò una spiegazione sotto forma di regole di esibizione; infatti spiegò che, anche se le espressioni sono universali, tuttavia ci sono alcune regole , spesso specifiche per ogni cultura , che stabiliscono come e quando le emozioni possono essere mostrate. Da ciò ne consegue che possiamo gestire,  modificando in parte, nascondendo completamente, o addirittura mascherando le espressioni delle emozioni che proviamo[3].

Per dimostrare la sua teoria sulle regole di esibizione[4], Ekman ha condotto una serie di studi che hanno evidenziato nella sfera privata delle persone espressioni innate mentre nella sfera pubblica esse risultano controllate[5]. Uno degli esperimenti , con partecipanti dal Giappone e dall’America, consisteva nel mostrare loro film di chirurgia e incidenti. Il risultato emerso è che trovandosi da soli, i giapponesi e gli americani mostravano le stesse espressioni facciali,  ma in presenza di uno scienziato durante i film, i giapponesi più degli americani nascondevano dietro ad un sorriso le espressioni negative.

Ekman ha confermato l’idea di alcuni scienziati del comportamento riguardo i gesti simbolici, come il cenno della testa per dire “sì”, quello della testa “no”, e il gesto “OK”, il cui significato cambia all’interno di culture diverse[6].

Gli studi successivi riguardarono una cultura separata dal resto del mondo. Ekman volle trovare un gruppo di persone che non aveva accesso ai media internazionali (come film, televisione, riviste) e con pochissimi contatti con soggetti al di fuori del loro ambiente.  Pensava che se tali persone avessero avuto le stesse opinioni sulle emozioni mostrate nelle sue fotografie, come le persone del suo precedente studio, (con partecipanti dal Cile, dall’Argentina, dal Brasile, dal Giappone e dagli Stati Uniti), allora avrebbe potuto avere una solida prova che le espressioni delle emozione fossero universali.

Inizialmente Ekman si è recò in Papua Nuova Guinea dove esistevano ancora  culture dell’”età della pietra”. Qui entrò in contatto con neurologo Carleton Gajdusek, il quale, preoccupato per l’imminente estinzione delle culture dell’”età della pietra” con cui lavorava, fece riprese cinematografici della vita quotidiana di queste popolazioni. Gajdusek prestò delle copie a Ekman e al suo collega Friesen per fargliele esaminare. Dopo appena sei mesi, durante i quali questo materiale fu studiato, si poteva già verificare che era plausibile poter parlare dell’universalità delle espressioni facciali delle emozioni.

Si possono considerare come prove a sostegno dell’universalità delle espressioni delle emozioni i seguenti fatti. In primo luogo fu osservato che le espressioni facciali a noi familiari non indicassero emozioni diverse anche per queste tribù isolate. Ciò significa che non ci fosse un “apprendimento” di espressioni derivante dal proprio ambito sociale poiché in tal caso gli studiosi si sarebbero trovati di fronte ad espressioni diverse e nuove, sconosciute alla nostra cultura.  Secondariamente, quando veniva mostrata un’immagine in cui appariva ciò che era successo prima o dopo una certa espressione, veniva confermato ciò che gli scienziati si aspettavano.

Per essere completamente sicuro di questi risultati, Ekman portò una persona al di fuori della tribù, isolò le immagini che mostravano le emozioni da quelle che mostravano il contesto (cosa accadeva prima o dopo l’emozione) e gli chiedeva di interpretare le emozioni che lui vedeva. Il soggetto non ebbe alcun problema: ogni sua interpretazione si adattava al contesto sociale che non aveva visto. Inoltre, sapeva esattamente spiegare come aveva ottenuto tale informazione indicando sulle immagini quali specifici movimenti muscolari segnalavano ogni singola emozione. Oltre a ciò, gli fu chiesto di dire la sua opinione riguardo alle due culture che aveva visto: uno dei due gruppi gli parve essere cordiale, l’altro, invece, lo interpretò come pieno di rabbia, fortemente diffidente e omosessuale. Dopo aver confrontato la sua opinione con le storie di Gajdusek, si notò che la descrizione era accurata. Ekman ritenne che dovesse essere sviluppato un metodo oggettivo per misurare il comportamento facciale in maniera tale che qualsiasi scienziato potesse oggettivamente derivare dal movimento del viso quali emozioni vi venissero visualizzate.

Nel 1967, Ekman andò nella Nuova Guinea  per fare ricerche sulla tribù primitiva dei Fore che viveva in villaggi di pochi individui. Non sapendo parlare la lingua, Ekman trovò alcune persone che lo aiutarono con le traduzioni. Egli portò con sé le immagini con espressioni facciali che aveva usato nei primi studi, quelli fatti con culture alfabetizzate e quelli condotti con persone appartenenti a culture dell’”età della pietra”. Le persone della tribù dei Fore non ebbero problemi con le differenze culturali tra i soggetti delle foto ma non avevano una lingua scritta, quindi Ekman non poteva chiedere loro di scegliere una parola da una lista che corrispondesse all’emozione mostrata. Per risolvere questo problema, Ekman chiese loro di creare un racconto riguardante le espressioni facciali che gli venivano mostrate: i partecipanti allo studio dovevano dire cosa stava succedendo nelle immagini e fare un esempio di ciò che poteva essere accaduto a quella persona prima che fossero prese quelle foto e quello che pensavano sarebbe accaduto dopo. La maggior parte delle loro storie si adattò all’emozione che ogni foto presumibilmente mostrava (ad esempio, per ciò che viene considerata tristezza – dissero che il bambino della persona dell’immagine era morto).

Ekman provò ad utilizzare anche altri modi per catturare le emozioni, filmando espressioni spontanee e riuscendo a catturare l’espressione di gioia quando le persone di un altro villaggio vicino incontrarono i loro amici. Inoltre, predispose situazioni per suscitare emozioni, per esempio registrando due persone intente a suonare i loro strumenti musicali e filmando la sorpresa che apparve sui loro volti dopo aver sentito per la prima volta il suono riprodotto da un registratore.

Nel 1968 Ekman tornò con un nuovo metodo per raccogliere dati dai suoi soggetti. Inventò alcune racconti e chiese alle persone di abbinare le sue storie con le espressioni facciali delle immagini. Creò una serie di tre foto che sarebbero state mostrate mentre una delle storie veniva letta. Si giunse così a risultati molto chiari per quanto riguarda la tristezza, la felicità, il disgusto, la rabbia, mentre mancava loro la capacità di discernere paura e sorpresa; anche se tali emozioni venivano tenute distinte dal disgusto, dalla felicità, dalla rabbia, dalla tristezza. Ekman, pur non potendo dire la ragione esatta, suppose che esse non fossero distinte l’una dall’altra perché entrambe tali emozioni erano spesso mescolate nella vita di queste persone in maniera indistinguibile. I risultati di altri studi mostrarono che nelle culture alfabetizzate la paura e la sorpresa venivano distinte l’una dall’altra[7].

In un altro studio, è stato chiesto ai soggetti di ascoltare le storie e di mostrare come sarebbe la loro faccia se fossero la persona nella storia. Per fare questo Ekman videoregistrò alcuni soggetti mai coinvolti nello studio precedente. Le videocassette inedite sono state fatte vedere ad un gruppo di studenti americani.

Il nostro autore riteneva che se le espressioni fossero state determinate da una specifica cultura, allora esse non potevano essere comprese in maniera corretta da questi studenti.  Ma i risultati di tale studio hanno evidenziato che gli universitari non avevano difficoltà a riconoscere esattamente le emozioni, ma per quanto riguarda la sorpresa e la paura erano altrettanto propensi a chiamare queste emozioni proprio come i neoguineani.

Nonostante queste scoperte ci furono studiosi che ancora dubitavano dell’universalità delle espressioni e che dunque esse dovevano essere ricondotte alle specificità delle diverse culture. Per questo motivo Ekman decise di rifare l’esperimento in un’altra cultura simile alle precedenti.  La scelta cadde sulla tribù dei Dani. Ekman stabilì di affidare ad un’ altro studioso, l’antropologo Karl Heider, che aveva trascorso alcuni anni a studiare questa tribù, il compito di eseguire questo studio, consegnandogli i materiali raccolti precedentemente e spiegandogli come eseguire l’esperimento.  Le conclusioni di Karl Heider coincidevano con le scoperte di Ekman perfino per quanto riguarda il non distinguere tra le emozioni di paura e sorpresa.

[1] Izard, C., (1971), The Face of Emotion, Appleton-Century-Crofts, New York.

[2] Birdwhistell, R.L.,(1970), Kinesics and Context, University of Pensylvania Press, Philadelphia.

[3] Ekman, P., Friesen, W.V., (1969), The repertoire of Nonverbal Behavior: Categories, Origins, Usage, and Coding, Semiotica 1 (1).

[4] Ekman, P., (2008), Te lo leggo in faccia. Riconoscere le emozioni anche quando sono nascoste, Edizioni Amrita, Torino.

[5] Ekman, P., (1972), Universals and cultural differences in facial expressions of emotions, in Gole. J (a cura di), Nebraska Symposium on Motivation, University of Nebraska Press, Lincoln, pp.207-283.

[6] Johnson, H.G. ed Ekman, P., Friesen, W.V., (1975), Communicative body movements: American Emblems, Semiotica, 15 (4), pp.335-353.

[7] Ekman, P., Friesen, W. V., O’Sullivan, M., Chan, A., Diacoyanni-Tarlatzis, I., Heider, K., Krause, R., LeCompte, W.A., Pitcairn, T., Ricci-Bitti, P.E., Scherer, K. R., Tomita, M. & Tzavaras, A., (1987), Universals and cultural differences in the judgments of facial expressions of emotion, Journal of Personality and Social Psychology, 53, pp. 712-717.

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