Comunicazione Non Verbale: l’interpretazione dei gesti

ottobre 23rd, 2018 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo

Generalmente si definisce “gesto” qualunque movimento corporeo, prevalentemente compiuto dalle mani e che serve a sincronizzare il discorso, sostituirlo, completarlo o regolare il turno della conversazione; ad esempio l’uso dei gesti ci può essere utile per illustrare azioni od oggetti difficili da spiegare a parole. Ce ne sono alcuni che aiutano ad enfatizzare le parole, mentre altri hanno la funzione di attirare l’attenzione del nostro ascoltatore[1]. Sotto questo punto di vista, si può considerare il gesto un secondo canale espressivo, affiancandolo alla parola e, in alcuni casi, sostituirlo al discorso stesso in quanto consente di inviare molte più informazioni di quanto non sia possibile esprimere a parole[2].

I gesti possono essere azioni intenzionali volte a comunicare volontariamente uno specifico significato destinato all’interlocutore, e proprio quelli intenzionali costituiscono la parte più ampia della categoria del comportamento gestuale. Vi sono poi quelli spontanei e involontari, legati all’emozione vissuta nel momento della comunicazione, che seppur a prima vista sembrino esser privi di scopo comunicativo, rappresentano tuttavia segni percettibili ben osservati dagli interlocutori.

I gesti nel loro complesso rappresentano un sistema molto variegato, atto a eseguire funzioni anche distanti fra loro e per questo motivo non esiste finora una classificazione unitaria e condivisa fra gli studiosi che si occupano del comportamento gestuale.

In questa tesi ci rivolgiamo alla classificazione che collega i singoli gesti alle condizioni d’uso, alla loro origine e alla loro codificazione, messa in luce da due studiosi Paul Ekman ed Wallace Friesen[3] che propongono una suddivisione in cinque categorie funzionali:

1) Gesti simbolici o Emblemi;

2) Gesti illustratori;

3) Gesti che esprimono stati emotivi o Affect-display;

4) Gesti regolatori dell’interazione;

5) Gesti di adattamento o adattatori.

Analizziamo in dettaglio ognuna di queste categorie:

Gesti simbolici o Emblemi. Secondo Ekman questi gesti sono particolarmente utili quando un soggetto può fare scarso affidamento alle parole, per esempio nel caso ci sia in un ambiente rumoroso o ci sia troppa distanza con il suo interlocutore. Essi rappresentano segni non verbali generati in modo consapevole con la finalità di indicare qualcosa di specifico e quindi hanno un loro inizio e una loro fine. Gli emblemi hanno, infatti, il compito di rafforzare, ripetere o sostituire un concetto espresso verbalmente.  Un esempio è il segno di saluto con la mano o fare l’“ok”, unendo pollice e indice. Hanno un’origine culturale in quanto vengono appresi socialmente all’interno di determinati gruppi di persone, tant’è vero che l’esempio dell’“ok” appena riportato, viene riconosciuto solo in alcuni contesti. Quindi, è molto importante prestare attenzione quando si usano i gesti-emblemi, visto che trattandosi di gesti appartenenti a un dato ambito culturale, in un paese diverso dal proprio, potrebbero perfino esprimere un significato totalmente opposto con valenza anche di offesa, suscitando in tal modo reazioni negative dell’interlocutore stesso.

Ma Ekman ha anche scoperto che ci sono emblemi multiculturali. Una spiegazione di questo fatto può essere che essi siano passati da una cultura all’altra tramite contatti diretti o attraverso i mass media. Un’ altra potrebbe essere che un emblema impieghi caratteristiche di segnali universali: per esempio il sollevamento delle sopracciglia nel saluto iniziale fa parte della specifica espressione della sorpresa.

Solitamente gli emblemi coinvolgono le mani, ma in alcuni casi sono eseguiti usando le spalle, i cambiamenti del posizionamento della testa, i movimenti del volto e persino lo spostamento di parole nell’ordine del discorso.

Talvolta l’emblema ha un significato affine all’emozione: in questo caso si può parlare di emblemi emotivi. Quando siamo in loro presenza la persona non sta realmente provando l’emozione, ma vuole comunicarla all’altro; sono, infatti, segni dal tratto fortemente sociali. Un esempio di segno emblematico emotivo è quello del disgusto che contiene il messaggio di ripugnanza, e che prevede solitamente l’arricciamento del naso, reale contrazione muscolare del ribrezzo.

Gli studi di Ekman hanno anche fatto scoprire che esistono i cosiddetti “frammenti emblematici” di cui la persona non è consapevole. Questi frammenti possono rivelare informazioni soffocate o informazioni deliberatamente soppresse[4].

2) Gesti illustratori: servono per illustrare il discorso, dandogli enfasi e regolandolo ma anche per catturare e mantenere l’attenzione dell’ascoltatore.

Generalmente questi gesti sono eseguiti con le mani, benché possa essere coinvolta anche la testa, i piedi o alcuni movimenti facciali[5].

Di solito vengono prodotti contemporaneamente alla discorsività, in modo consapevole e intenzionale. Spesso si ricorre a essi quando si sta esprimendo un concetto difficile da descrivere a parole (ad esempio, spiegare il significato di “zig-zag”). Allora ci si aiuterà con le mani, o ancora il solo volto può bastarci come, ad esempio, innalzando le sopracciglia per sottolineare una parola pronunciata. A questo proposito può essere interessante citare uno studio di David Efron, per cui il gesticolare non costituiva un comportamento innato, ma piuttosto acquisito in base all’ambiente culturale in cui è inserito il soggetto[6].

Ekman utilizza la tipologia dei cinque gesti illustratori descritti da Efron e ne aggiunge altri due. Qui di seguito elenchiamo la classificazione dei gesti secondo Ekman e Efron:

1)      Gesti come il battere il dito sul tavolo per enfatizzare una particolare parola o frase dando in tal modo il ritmo al discorso.

2)      Movimenti ideografici tracciano il percorso o la direzione del pensiero, ad esempio quando si passa la mano sulla fronte per indicare una condizione di turbamento.

3)      Movimenti deittici indicano gli oggetti o le persone nell’ambito delle coordinate spazio-temporali.

4)      Movimenti cinetografici in cui viene eseguito un movimento del corpo, ad esempio se si vuole dare l’idea di avere ricacciato qualcuno, lo possiamo fare allungando le braccia davanti a noi simulando così l’atto del respingere.

5)      Movimenti spaziali mostrano un movimento che avviene nello spazio, ad esempio congiungendo la punta delle dita che provengono da due direzioni opposte per esprimere l’idea di uno scontro come nel caso di un incidente automobilistico.

6)      Pittogrammi gesti utilizzati per delineare convenzionalmente il profilo di una figura a cui ci stiamo riferendo, ad esempio quando con il gesto delle mani indichiamo una caratteristica fisica come la prominente pancia di qualcuno.

7)      Movimenti ritmici che raffigurano il ritmo di un evento.

Ekman suggerisce l’utilità del prestare attenzione anche ai gesti illustratori. Si è osservato, infatti, che questi segni sono indice di maggiore scioltezza nel linguaggio e diminuiscono man mano che aumenta la cautela con la quale il soggetto riflette sulle parole che pronuncia, concentrandosi nel dire la cosa più corretta. Di conseguenza, potremmo ipotizzare che siano meno frequenti quando si stia mentendo poiché proprio in tale condizione si presta più attenzione del solito a ciò che si esprime a voce. Quindi una diminuzione nell’uso degli illustratori può essere un indicatore utile per smascherare la menzogna[7].

Da una parte, gli emblemi tendono a indicare un significato ben preciso e vanno prodotti in una forma prestabilita, inoltre, talvolta sostituiscono la parola stessa. Al contrario, i gesti illustratori sono molto più soggettivi e vaghi, e per definizione, non sostituiscono la parola, ma la accompagnano.

3) Affect-display: sono gesti dimostratori delle emozioni primarie, che prevalentemente si manifestano con particolari movimenti dei muscoli facciali, ma possono anche dimostrarsi nei movimenti corporei. Tuttavia, numerosi studi hanno dimostrato che il volto, meglio delle altre parti del corpo, fornisce gli indizi sullo stato emotivo della persona e, quindi, rappresenta il canale comunicativo principale destinato a trasmettere le emozioni provate da un individuo in un dato momento; mentre i movimenti corporei comunicano informazioni concernenti l’intensità dell’emozione sperimentata[8]. Però visto che la mimica facciale può essere controllata da un soggetto dissimulatore in modo consapevole, di conseguenza essa non rappresenta una fonte del tutto attendibile di informazioni sul suo stato d’animo; al contrario, gli affect-display del corpo sono molto più difficili da controllare e sono rivelatori dei reali sentimenti dell’interlocutore. Tali affect-display possono, infine, essere collegati al comportamento verbale, ripetendo e qualificando o, persino, contraddicendo, un’emozione espressa a voce.

Per Ekman le espressioni emotive sono segnali involontari che forniscono informazioni rilevanti agli altri ma possono manifestarsi anche quando la persona è da sola[9].

Nel corso dell’evoluzione tali espressioni si sono gradualmente perfezionate a causa della loro importanza nella comunicazione sociale e per affrontare alcune fondamentali funzioni della vita[10].  Ekman afferma che è giusto chiamare questi segnali espressioni perché sono parte di un’emozione, cioè un segno del suo verificarsi.

 

4) Gesti regolatori: sono delle azioni utilizzate per mantenere in equilibrio il flusso della conversazione, segnalando il cambiamento dei turni del parlato e che, al contempo, indicano le nostre intenzioni nell’essere interessati o meno a proseguire o interrompere la conversazione. Il gesto regolatore più universale è quello di annuire con la testa. Rientrano in questa categoria anche i gesti come, per esempio: i contatti visivi, gli spostamenti del corpo, i cambiamenti posturali e gli abbassamenti di sopracciglia. Per esempio per esprimere accordo durante la conversazione l’ascoltatore annuisce con la testa, sorride per dare in tal modo il suo consenso, alza le sopracciglia nell’esclamazione. Mentre per esprimere una mancata comprensione abbassa la fronte, nel caso di incredulità solleva il sopracciglio. Quando un ascoltatore cerca di prendere la parola può fare le seguenti azioni: sporgersi in avanti o fare un movimento con le labbra per parlare.

Come gli illustratori, i regolatori sono legati a situazioni conversazionali, ma a differenza dei primi, che sono collegati a ciò che si dice, e, quindi, sono consapevoli e intenzionali, i regolatori, invece, sono eseguiti in maniera inconsapevole e abituale, e non dipendono dai significati verbali, ma solo dalla situazione in cui avviene la conversazione.

 

4) Gesti di adattamento o adattatori comprendono tutti quei movimenti inconsapevoli, difficili da controllare volontariamente che vengono generalmente appresi nell’infanzia e correlati al soddisfacimento di bisogni fisici o all’espressione di stati d’animo atti a mantenere o sviluppare contatti personali. Alcuni adattatori sono appresi mediante l’esperienza personale, per questo motivo i significati correlati sono estremamente individuali, legati all’abitudine personale e privi di intenzioni di trasmettere un messaggio specifico. Gli adattatori si possono distinguere in tre tipologie:

  • Gesti “auto-adattatori” sono dei movimenti corporei attraverso i quali il soggetto manipola una qualche parte del suo corpo durante l’interazione, ad esempio graffiandola, stuzzicandola o strofinandola. Classici esempi sono mordersi le labbra o avvolgere una ciocca di capelli, mangiarsi le unghie oppure toccarsi il volto.
  • Gesti “etero-adattatori” sono invece tutti quei movimenti corporei rivolti a un’altra persona, cioè alla persona con cui si sta parlando, ad esempio, quando battiamo sulla spalla del nostro interlocutore durante la conversazione.
  • Gesti “oggetto-adattatori” sono gesti indirizzati verso oggetti che ci stanno attorno, per esempio mordicchiare la penna o giocare con bracciali e collane.

Ekman afferma che questi gesti possono non avere una finalità strumentale. Dal suo punto di vista l’aspetto rassicurante e confortante sono una possibilità ma molti adattatori sembrano riflettere semplicemente nervosismo o un’azione abituale. Egli dice che gli individui aumentano spesso la frequenza degli adattatori con crescente disagio sebbene qualcuno ricorra meno a tali gesti e si irrigidisca in una posizione tesa quando si trova in una situazione spiacevole.  Nello stesso tempo l’uso degli adattatori può aumentare quando una persona si trova in un’ambiente confortevole, per esempio in compagnia degli amici, non preoccupandosi delle apparenze. In una delle sue ricerche Ekman[11] scoprì che alcuni diffidano delle persone che usano molti adattatori i quali sono interpretati come indizi della menzogna. Ma, in realtà, nella maggior parte delle persone, essi non rappresentano un segno affidabile per indicare il fatto di mentire.

A nostro avviso ci pare opportuno considerare alcuni gesti che indicano un comando, tra i più importanti dei quali vanno segnalati: il palmo verso l’alto, il palmo verso il basso e la mano chiusa col dito puntato[12]. Le differenze fra tali posizioni possono essere illustrate dall’esempio seguente: immaginiamo di chiedere a qualcuno di raccogliere un oggetto e di portarlo altrove e usiamo sempre lo stesso tono di voce, le stesse parole, le stesse espressioni facciali, ma modifichiamo la posizione del palmo. Possiamo verificare che il palmo verso l’alto è considerato un gesto innocuo, di sottomissione, che rinvia a quello di un mendicante e che, sotto il profilo evolutivo, suggerisce che il soggetto sia disarmato. In conseguenza di ciò la persona a cui chiediamo di spostare l’oggetto non si sentirà intimorita o costretta a farlo.

Quando, invece, il palmo è girato verso il basso in tal caso si trasmette un senso di autorità e l’interlocutore avrà l’impressione che la richiesta di spostare l’oggetto sia un ordine. Il palmo voltato verso il basso è uno dei simboli che esprimeva autorità durante il regime nazista. Se Hitler (Fig.1) avesse usato un saluto col palmo verso l’alto non avrebbe suscitato il senso di autorità derivante dalla sua persona.

Fig. 1

Il terzo gesto di comando è quello con la mano chiusa e un dito puntato che ha un significato di dominanza. Il dito che spunta fuori dal pugno simboleggia un bastone che vuole battere l’ascoltatore. Si tratta di un gesto fortemente negativo e minaccioso.

Detto tutto questo possiamo concludere che i gesti rappresentano un potente mezzo espressivo che ci aiuta a esprimere meglio i nostri pensieri e le nostre emozioni, rendendo una conversazione più vivace.

 

[1] Argyle M., (1978), Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli, Bologna.

[2] Ottone M., (1997), I gesti e i movimenti del corpo. In Mancini A. ( cura di) Il corpo ritrovato. Introduzione ai segnali della comunicazione non verbale. ISU, Università Cattolica, Milano.

[3] Ekman P. e Friesen W. (1969), The Repertoire of Nonverbal Behaviour: Categories, Origins, Usage and Coding, in Semiotica, I, 1 (tr. it. Il repertorio del comportamento non verbale: categorie, origini, uso, codici, in Lamedica, 1987, pp. 117-160).

 

[4] Ekman P., (2001), Telling lies: clues to deceit in the marketplace, marriage, and politics, 3th edition, W. W. Norton, New York.

[5]  Ekman P., (1979), About brows: emotional and conversational signals. In Human ethology, (ed. M. von Cranach, K. Foppa, W. Lepenies, and D. Ploog), Cambridge University Press, Cambridge, pp. 169-248.

 

[6]  Efron D., (1968), Gesture and environment, King’s Crown, New York.

[7]  Ekman P., Friesen W. V., and Scherer K., (1976), Body movement and voice pitch in deceptive interaction, Semiotica, 16 (1), 23-27.

[8] Argyle M., (1978), Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli, Bologna.

[9] Ekman P., (1997), Expression or communication about emotion. Uniting psychology and biology: integrative perspectives on human development ( ed. N. Segal, G.E. Weisfeld, and C.C. Weisfeld), APA,Washington, pp. 315-38.

[10] Ekman P., (1992), An argument for basic emotions, Cognition and Emotion, 6, pp. 169-200.

 

[11] Ekman, P., Friesen, W. V., O’Sullivan, M., and Scherer, K., (1980a). Relative importance of face, body, and speech in judgments of personality and affect, A Journal of Personality and Social Psychology, 38, pp. 270-277.

[12] Rizzolatti  G., Sinigaglia C., (2006), So  quel che  fai.  Il cervello  che  agisce  e i neuroni  specchio, Raffaello  Cortina Editore, Milano.

Corso Comunicazione Non Verbale

 

Comments

Comments

You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback.