Riassunto dettagliato e specifico sul Criminal Profiling

dicembre 4th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Criminologia

Articolo di Valentina Pasqual

Il Criminal Profiling, o profilo psicologico criminale, è una tecnica investigativa che individua l’insieme di tutte quelle informazioni riguardanti un sospetto sconosciuto, tra cui principalmente caratteristiche comportamentali e di personalità, tramite lo studio e l’analisi dei crimini che ha commesso. Il Profiling non fornisce l’identità dell’offender ma identifica il tipo di persona che potrebbe aver commesso quel tipo di crimine in base a dei modelli unici di comportamento che egli ha e che quindi utilizza.

Il compito di stilare questo ritratto psico-comportamentale è affidato alla figura del profiler, il quale generalmente dotato di competenze accademiche di area psicologica, attinge a conoscenze di varie discipline come la sociologia, la psichiatria, la medicina e molte altre inerenti al suo scopo, per aiutare la polizia a ridurre la lista dei sospetti e indirizzare le loro indagini solo verso coloro che presentano pattern di comportamento attinenti a quelli sviluppati. Tuttavia, è lecito evidenziare che questa tecnica non gode ancora di leggi standardizzate, non esistono infatti manuali che insegnino come ottenere un risultato ottimale in questo compito.

Per pattern di comportamento si intendono quei modelli o schemi comportamentali che ogni individuo ha come parte integrante del proprio carattere e personalità; essi sono modelli stabili che sono osservabili in ciò che ogni individuo fa nel suo quotidiano. Adattando questa definizione all’ambito criminale potremmo sicuramente dunque affermare che l’offender durante il compimento dei suoi crimini esibisce un determinato modello di comportamento e di conseguenza l’individuazione e lo studio di questo modello permettono di desumere alcune caratteristiche dell’autore del crimine. A sostegno di questa teoria vi è una nota affermazione di Gregg O. McCrary, agente dell’FBI che contribuì alla stesura del Crime Classification Manual[1], il quale afferma per l’appunto che il comportamento riflette la personalità.

La scena del crimine diventa dunque a tutti gli effetti una sorta di canale comunicativo con cui l’autore inconsapevolmente comunica con la polizia, lasciando tracce di sé non solo di matrice biologica ma anche tracce che sono esiti dei suoi comportamenti. “Ogni scena del crimine è un’aula di scuola dove il sospetto sconosciuto insegna agli investigatori qualcosa di sé”[2].

La prima traccia di questa affascinante teoria fu riscontrata negli studi di Cesare Lombroso, medico criminologo italiano (1835-1909) il quale studiò oltre 380 carcerati italiani, comparandone elementi come razza, età, sesso, caratteristiche fisiche, educazione e influenze derivanti dalla posizione geografica, arrivando alla conclusione che i comportamenti criminali possono essere studiati e quindi previsti. Questi studi furono poi pubblicati nel suo libro “L’uomo criminale” nel 1876 ove Lombroso suggerisce la distinzione di tre tipi di criminali: il criminale nato, ovvero criminali dotati di bassa evoluzione sociale e fisica, il criminale malato, ovvero criminali affetti da disturbi fisici e/o mentali e il criminaloide, ovvero criminali non dotati di particolari caratteristiche fisiche che commettevano crimini perché spinti da situazioni o circostanze esterne.

Il suo percorso lo portò all’elaborazione della teoria della moderna Antropologia Criminale, i cui presupposti principali sono la fisionomica moderna di Johann Kaspar Lavater, il quale sosteneva che vari aspetti del carattere e della predisposizione di ogni individuo fossero strettamente correlati con le forme del volto e delle ossa del cranio, e la frenologia, dottrina di Joseph Gall sviluppata a seguito di quella di Lavater, secondo la quale a seconda della morfologia del cranio era possibile risalire alle caratteristiche psicologiche. Difatti, secondo la teoria di Lombroso sarebbe stato possibile riconoscere un criminale nato in base ad alcune caratteristiche fisiche riscontrabili in esso; esistono infatti 18 caratteristiche fisiche associabili a questa classificazione di criminale ed è sufficiente la presenza di almeno 5 di questi per fare una diagnosi.

Il primo tentativo di profilo criminale fu assemblato dal medico forense del Metropolitan Police, (ovvero il corpo di polizia civile del Regno Unito), Thomas Bond sul famigerato assassino seriale Jack lo Squartatore che nel periodo tra l’agosto e il novembre del 1888 uccise dalle 5 alle 15 prostitute nella zona di Whitechapel, un quartiere nell’area est di Londra.

Il suo modus operandi consisteva nello sgozzamento delle sue vittime per poi inferire sui loro cadaveri con numerose mutilazioni e in base a questo e ad altre osservazioni effettuate durante le autopsie sulle varie vittime, Thomas Bond lascia la prima traccia scritta di profilo criminale in una lettera, nella quale affermò che: “L’assassino è probabilmente un uomo fisicamente forte e di grande freddezza e audacia. Niente indica che avesse un complice. A mio avviso, si tratta di un uomo soggetto a periodici attacchi di parossismo omicida ed erotico. Il tipo di mutilazioni inferte indica che il soggetto può trovarsi in una condizione sessuale definibile satiriasi. È naturalmente possibile che l’impulso omicida possa avere origine in una condizione mentale vendicativa o rimuginante, o che la malattia originaria sia una mania religiosa, ma non credo probabile nessuna di queste due ipotesi. È molto verosimile che l’assassino appaia esternamente innocuo e tranquillo, forse di mezza età e vestito in maniera ordinata e rispettabile. Ritengo che indossi abitualmente un mantello o un soprabito, altrimenti difficilmente sarebbe riuscito a non attirare l’attenzione in strada se il sangue sulle mani o sui vestiti fosse stato visibile. […] è probabile che egli sia un uomo solitario e di abitudini eccentriche, che non abbia una occupazione regolare ma che goda forse di un piccolo reddito o di una pensione. È possibile che viva tra persone rispettabili che hanno una certa conoscenza del suo carattere e delle sue abitudini e che possono avere motivo di sospettare che, talvolta, non è sano di mente. È probabile che tali persone non siano disposte a comunicare i propri sospetti alla polizia per timore di avere dei guai o di esporsi troppo, mentre la prospettiva di una ricompensa consentirebbe loro di superare ogni scrupolo.”[3]

Ciò che scrive il Dr. Bond nel suo report autoptico è considerato il primo esempio di bozza di un profilo criminale tramite l’utilizzo di un metodo deduttivo. Sfortunatamente non si è mai potuto avere un riscontro del profilo stilato poiché ad oggi il caso rimane irrisolto nonostante le varie deduzioni.

Un ulteriore tentativo di profilazione criminale la si ha nel 1943, quando allo psicologo statunitense Walter C. Langer fu chiesto da parte dell’OSS (Office of Strategic Services, poi divenuto Central Intelligence Agency ovvero CIA) di elaborare il profilo psicologico di Adolf Hitler al fine di tentare di comprendere le sue future azioni e il miglior modo per catturarlo. Il Dottor W. Langer dopo aver completato i suoi studi presso l’università di Harvard si trasferì a Vienna dove conobbe Anna Freud ed ebbe modo di entrare in contatto con il padre, Sigmund Freud e fu anche grazie a questa esperienza che poté perfezionare il suo elaborato profilo di ben 135 pagine sulla personalità di Hitler.

In seguito a numerose analisi di varie interviste e testimonianze di persone che avevano avuto modo di incontrare e conoscere la figura del Führer tedesco, fu in grado non solo di stilarne un profilo, ma addirittura di prevedere azioni future che si verificarono essere corrette come ad esempio la previsione del continuo aumento dell’instabilità delle sue condizioni mentali in relazione alle sconfitte che la Germania stava subendo durante la II Guerra Mondiale e il suo suicidio a fronte di una cattura.

Per quanto sorprendentemente meticolosa e attendibile sia stata la valutazione psicologica fatta dal Dott. Langer, nel 1956 lo psichiatra forense James Brussel fornisce un preziosissimo aiuto alla polizia di New York, fornendo un profilo psicologico estremamente preciso del bombarolo seriale che stava terrorizzando l’intera rete cittadina a causa dei suoi ordigni esplosivi creati da lui stesso, i quali venivano piazzati in giro per la città. Il terrorista che fu definito dai media dell’epoca “Mad Bomber” fu considerato responsabile di 37 esplosioni durante l’arco di 16 anni durante i quali ci fu un periodo di pausa durante la guerra poiché, come afferma egli stesso in una delle solite lettere che accompagnavano gli ordigni “i miei sentimenti patriottici mi hanno fatto decidere questo”.

“Non costruirò più bombe durante tutto il periodo della guerra. I miei sentimenti patriottici mi hanno fatto decidere questo. Successivamente farò giustizia con Edison, devono pagare per i loro ignobili atti. “

[4]

 

Questa immagine rappresenta una delle lettere realizzate da Mad Bomber tramite ritagli di giornale, nella quale è ben chiaro che il motivo scatenante di queste azioni aveva a che vedere con qualche torto subito dall’azienda di erogazione elettrica Edison e questa lettera, come anche altre, è carica di odio verso quest’ultima. Dopo anni di indagini la polizia decise di rivolgersi J. Brussel il quale dopo un’attenta analisi delle vicende e delle lettere, scrive alcuni elementi che secondo lui erano caratteristici del soggetto che stavano ricercando, tra questi possiamo ritrovare il fatto che fosse scapolo, affetto da schizofrenia paranoide, di religione cattolica, età compresa tra i 45-55 anni, di statura media, originario dell’Europa orientale, che viveva con un parente, aveva un rapporto di odio con il padre, nutriva rancore per la società Edison e, ultima ma non di minor importanza, è la cosa più curiosa di questo profilo ovvero che il Dottor Brussel presagì che quando avrebbero individuato il colpevole, egli avrebbe indossato un abito a doppio petto abbottonato; spiegò questa sua affermazione dicendo che dalla cura che Mad Bomber aveva dimostrato nel costruire i suoi ordigni e nel ritagliare ed incollare le lettere nei suoi messaggi, era chiaro che si dovesse trattare di una persona pignola e meticolosa. Tale assunto fece ritenere che tale meticolosità poteva essere estesa anche ad altri aspetti della sua vita come per esempio l’abbigliamento, la moda degli anni ’50 prevedeva proprio abiti a doppiopetto e questo tipo di giacche non si potevano lasciare sbottonate poiché si rischiava di apparire goffi e sformati.[5]

Poco dopo l’elaborazione del profilo la polizia individuò il colpevole, George Metesky un ex dipendente della società Edison che fu licenziato in seguito ad un incidente sul lavoro nel 1931 e a cui in seguitò fu negata la richiesta di invalidità permanente. Il profilo combaciava perfettamente e quando la polizia si presentò a casa sua per arrestarlo si presentò con una giacca doppiopetto completamente abbottonata.

“Brussel, DeRiver, Bond e Langer non erano criminologi ma medici (psichiatri in prevalenza) che solo occasionalmente affiancavano gli investigatori nel delicato compito di arrivare all’individuazione di un pericoloso criminale. È solo negli anni ’60 infatti che assistiamo alla nascita di un vero e proprio team di “Psycho-detectives” all’interno delle Forze dell’Ordine.” [6] Con questa espressione di una nota criminologa italiana Roberta Bruzzone, si apre il sipario del nostro excursus storico a una svolta fondamentale per il mondo del profiling, ovvero la nascita del primo dipartimento di analisi comportamentale all’interno del Federal Bureau of Investigation, ossia l’FBI, che prende il nome di Behavioral Science Unit (BSU). La nascita di questo nuovo dipartimento nel 1972 ha portato l’FBI a essere la prima forza di polizia ad applicare le tecniche del profilo criminale in supporto al lavoro investigativo in determinati reati di particolare efferatezza, senza apparente movente e/o con caratteristiche di serialità. Questa unità deve la sua inaugurazione all’agente speciale dell’FBI Howard Teten, il quale a metà degli anni ’60 era ritenuto padre indiscusso dell’analisi comportamentale della scena del crimine, e che con l’aiuto dello psicologo Pat Mullany, crea un nuovo metodo che si basava sull’osservazione della scena del crimine, generando maggiori inferenze comportamentali. “E’ il metodo per identificare l’autore di un reato basato sull’analisi della natura del crimine e del modo in cui questo è stato commesso, partendo dal presupposto che vari aspetti della personalità dell’autore si riflettono nelle azioni che sceglie di compiere, prima, durante e dopo il crimine”. (H. Teten, 1970) Uno dei più grandi successi della BSU lo si ha nel 1992 con la pubblicazione del Crime Classification Manual ovvero il manuale sulla classificazione e sull’investigazione dei crimini violenti tra cui omicidio, incendi dolosi e crimini a sfondo sessuale. La realizzazione di quest’opera è avvenuta grazie al progetto degli agenti dell’FBI dell’unità di analisi comportamentale, Robert Ressler e John E. Douglas che decisero di intervistare in carcere i 36 più famigerati criminali d’America, tra i quali erano compresi numerosi serial Killer tra cui Jeffery Dahmer – “Il cannibale di Milwaukee” e Richard Chase – “Il vampiro di sacramento”, pedofili, maniaci, stupratori e cannibali con l’intento di entrare nelle loro menti per conoscerli in modo da capire come essi ragionassero e per essere poi in grado di provare a prevederne le mosse. Tra gli elementi principali di quest’opera inestimabile riconosciuta come caposaldo del profiling moderno, troviamo vari concetti innovativi formulati dai due agenti come per esempio il concetto di serialità e di conseguenza la definizione ufficiale di chi viene classificato come criminale seriale, o serial killer.

Parallelamente agli Stati Uniti d’America, in Inghilterra si elabora un nuovo approccio investigativo psicologico grazie al contributo di David V. Canter, indiscusso luminare del profiling a livello mondiale, professore emerito della University of Liverpool, professore di Psicologia Forense della University of Huddersfield, direttore dell’accademia internazionale di psicologia investigativa, autore di numerosi libri, oltre 30, e più di 400 articoli in riviste accademiche e professionali, dal 1985 ha contribuito a oltre 150 indagini di polizia come psicologo e a 40 casi giudiziari come perito, è diventato famoso a livello internazionale nel 1986 per il profilo che ha aiutato la polizia a catturare “lo stupratore della ferrovia “ il serial killer John Duffy responsabile di oltre 20 stupri e 3 omicidi e questa viene inoltre ritenuta essere la prima volta che l’offender profiling sia stato usato dalla polizia nel Regno Unito. Ideatore e sviluppatore del software Dragnet, (il quale verrà approfondito in seguito) ed esperto associato del Jill Dando Institute, un dipartimento di ricerca di scienze criminali facente parte dell’università di Londra, è stato inoltre vincitore del Golden Dagger Award, ovvero un premio letterario assegnato dall’associazione degli scrittori di romanzi gialli e del Premio Anthony per il Non-Fiction Series sul crimine. Il suo innovativo approccio investigativo nasce con l’obiettivo di dare maggior scientificità e oggettività a ciò che era stato considerato il profiling fino a quel momento, e l’alternativa che egli trova al profiling tradizionale è l’Investigative Psychology (ovvero la psicologia investigativa), il cui scopo, in termini di usare le scene del crimine per dedurre informazioni relative all’offender, è circa lo stesso dell’approccio dell’FBI. Essenzialmente si vuole essere in grado di poter riferire agli agenti di polizia informazioni riguardanti le caratteristiche di un determinato criminale in base ai comportamenti tenuti durante il compimento dell’atto criminale, questo permette poi alla polizia di fare una cernita di sospetti e concentrarsi poi su una cerchia ristretta esattamente come il profiling tradizionale. Tuttavia al contrario dell’approccio dell’FBI, la psicologia investigativa tenta di individuare queste caratteristiche analizzando il comportamento in una maniera indipendente dai meccanismi psicologici che vi stanno dietro. L’approccio di psicologia investigativa non è focalizzato sull’identificazione del “perché” un criminale abbia compiuto un determinato crimine ma semplicemente deduce le caratteristiche di un offender dalle azioni di cui si è a conoscenza, quelle che l’offender ha avuto nel compiere il crimine. L’approccio tradizionale segue una linea di domande che iniziano dal “come”, proseguono con il “perché” per arrivare al “chi”, invece la psicologia investigativa vuole individuare il “chi” analizzando solo il “come”. Con questo approccio è possibile analizzare statisticamente una grossa quantità di dati ricavati dalla scomposizione delle scene del crimine per poi mettere in relazione le sue componenti a diversi aspetti caratteristici dell’offender. Queste analisi sono poi presentate per essere pubblicate in riviste specializzate dove altri ricercatori valutano con criticità se le analisi siano state condotte secondo appropriate procedure di ricerca. A differenza dell’approccio che analizza caso per caso dell’FBI, l’analisi di questi set di dati permette di determinare in un modo più certo come determinati tipi di comportamento osservati di frequente in un offender siano correlati ai vari tipi di crimine. Un eccellente esempio di questo approccio è un’analisi condotta da Salfati e Canter poi pubblicata nel 1999[7]. Salfati e Canter hanno studiato le scene del crimine di 82 casi britannici risolti di singoli criminali che avevano commesso un singolo omicidio. Il loro interesse era quello di vedere se ci fosse una struttura tematica dietro alle azioni che accadevano in queste scene del crimine. Hanno dunque decodificato le informazioni presenti nei file della polizia inerenti a questi casi per cercare la presenza o l’assenza di alcune variabili inerenti a:

  1. a) Azioni del criminale sulla vittima
  2. b) Descrizione del comportamento del criminale
  3. c) Caratteristiche dell’offender
  4. d) Caratteristiche della vittima

Le variabili che si sono verificate in più del 90% o in meno del 10% dei casi sono state escluse dato che sono state considerate essere o troppo frequenti e comuni o troppo rare per poi poter contribuire la classificazione. Salfati e Canter hanno poi analizzato questi dati per individuare la co-occorrenza di ogni variabile con ogni altra variabile e questa analisi ha permesso loro di produrre una rappresentazione visiva di fattori che co-occorrono frequentemente e quelli che hanno meno probabilità di accadere insieme in determinati tipi di crimine. Per avere un esempio pratico essi hanno scoperto che in questi tipi di omicidio singolo, era insolito trovare un cadavere rivolto verso l’alto quando degli oggetti di valore erano stati rubati alla vittime. Tramite questa analisi Salfati e Canter hanno identificato 3 temi delle scene del crimine i quali riflettono il ruolo dell’aggressione nel criminale, il primo di questi è l’impulsivo-espressivo dove lo scopo latente dell’aggressione è quello di danneggiare e ferire la vittima, il secondo è l’opportunista-strumentale e infine vi è il cognitivo-strumentale, dove l’assassinio è un sottoprodotto di altre intenzioni dominanti come ad esempio il desiderio per oggetti. Tra gli 82 casi impiegati per questa analisi, 53 casi potevano essere classificati come situazioni in cui venivano manifestati desideri dominanti, come nei casi dell’opportunista-strumentale o del cognitivo-strumentale, e di questi 53 casi 21 seguivano uno schema comportamentale impulsivo sulla scena del crimine. Dunque, una scena del crimine derivata da un comportamento impulsivo-espressivo, presenterà ferite da taglio multiple sul corpo della vittima, molti altri tipi di ferite, l’arma del delitto sarà sulla scena o verrà usata un’arma presa dalla scena e altri vari comportamenti. Al contrario, in una scena del crimine di tipo cognitivo-strumentale, l’offender tenderà a nascondere il suo crimine o lo commetterà al di fuori del luogo in cui si trova la vittima o sposterà il corpo al di fuori e cancellerà le sue tracce e/o eventuali prove dalla scena del crimine. Dato che queste analisi si erano basate su casi già risolti, le caratteristiche degli offender erano già note quindi è stato possibile osservare quali caratteristiche degli offender co-occorrevano e in quali tipi di comportamenti sulle scene del crimine. Dunque per esempio, è stato osservato come l’offender la cui scena del crimine è stata classificata come espressivo-impulsiva, era statisticamente portato ad avere precedenti di violenza o aggressioni sessuali o precedenti di atti vandalici e/o di essere stato precedentemente sposati. Coloro classificati come aventi comportamenti sulla scene del crimine di tipo cognitivo-strumentali invece, statisticamente sono coloro che hanno prestato servizio nelle forze armate o hanno avuto precedenti condanne detentive. Si può dunque osservare come, qualora l’autore del crimine in ogni sua occasione non cambi atteggiamento dal tipico comportamento determinato dalle analisi, che questo metodo permette di ridurre la cerchia di sospettati e focalizzare le analisi. Se si individuasse sulla scena del crimine un comportamento di tipo espressivo-strumentale e si verificassero vere le caratteristiche legate a questo tema, bisognerebbe iniziare le future indagini indagando su quei sospetti che hanno precedenti penali per aggressione verso altre persone o con altre persone.

L’altro notevole aspetto dell’analisi di Canter è che il comportamento interattivo degli offender durante il crimine non sembra essere tanto diverso dal loro comportamento abituale quando non commettono crimini. David Canter suggerì che il modo in cui le persone interagiscono tra di loro nel quotidiano è talmente tanto radicato che influenzerà qualsiasi tipo di interazione con qualsiasi altra persone comprese le loro vittime durante il crimine, vi è coerenza nelle loro interazioni personali. La coerenza interpersonale è uno dei fattori del modello a cinque fattori di Canter utilizzato per interpretare una scena del crimine, questo primo fattore ha lo scopo di dire agli investigatori qualche informazioni sul passato e sul presente dell’offender. Il secondo fattore di questo modello è l’importanza di tempo e spazio nella scelta di dove il crimine ha avuto luogo, le scene del crimine sono raramente scelte a caso, i criminali scelgono tempo e ubicazione dei loro crimini sempre per una ragione, dunque gli investigatori potrebbero essere in grado di dedurre qualcosa riguardo al criminale basandosi sulle sue scelte di quando e dove agire. Per esempio Canter deduce che se un criminale è impegnato in un crimine dove ha bisogno di sentirsi in controllo, allora sarà più portato a farlo in un luogo che gli è familiare, probabilmente vicino alla sua “base”, luogo in cui si sente più sicuro e a suo agio essendo bene a conoscenza del posto e in controllo ciò che potrebbe succedere. Adottare un comportamento sulla scena del crimine o non adottarlo può anche dare tante valide indicazioni sul background del criminale, semplicemente potrebbe dare informazioni sul livello di intelligenza dell’offender o potrebbe dare informazioni più dettagliate. Per esempio un criminale che utilizza un coltello in un determinato modo molto specifico potrebbe aver avuto un addestramento nella sua occupazione che gli ha insegnato a usare il coltello in quella determinata maniera. Questo comportamento porta anche informazioni su quella che viene chiamata consapevolezza criminale, terzo punto del modello di Canter; si immagini per esempio che in una scena del crimine si capisca che il criminale ha fatto il minimo sforzo per nascondere, coprire o rimuovere alcune tracce, questo suggerisce che il criminale non abbia una grande esperienza criminale poiché non stanno cercando di rendere il lavoro alla scientifica della polizia più difficile ergo questo criminale potrebbe avere pochi precedenti o addirittura nessuno. La consapevolezza criminale è strettamente correlata al quarto fattore del modello cioè la carriera criminale, ovvero l’idea che i criminali si comporteranno in maniera relativamente costante nei loro crimini dunque qualsiasi crimine commesso precedentemente dall’offender assomiglierà a quello corrente. La carriera criminale comprende anche l’idea che deviazioni o cambiamenti rispetto al modello dei precedenti crimini, siano una risposta a qualcosa che è successo mentre la persona stava aspettando di compiere il crimine. Ad esempio un criminale che non ha mai drogato le sue vittime prima, potrebbe cominciare a farlo in futuro perché magari una vittima ha cercato di difendersi dall’attacco. L’ultimo fattore sono le caratteristiche criminali ovvero l’idea di poter usare caratteristiche del crimine per correlarli a casi di crimine simili. È tramite l’utilizzo di questo modello che andrebbe quindi studiata e analizzata la scena del crimine; una volta conclusa questa analisi alla luce del modello si possono fare deduzioni sulle caratteristiche che l’offender dovrebbe avere come per esempio caratteristiche sociali, personali, occupazione lavorativa, livello di istruzione e il suo luogo di residenza in modo da avere una vera e propria descrizione del tipo di individuo che bisogna cercare come colpevole. Uno dei principali lavori del Dott. Canter è il perfezionamento di una scienza metodologica investigativa, considerata come un’evoluzione della tecnica di profilng criminologico, ovvero il Geographical profiling, o profilo criminale geografico.

Corso Internazionale di Psicologia Criminale

 

[1]  Crime Classification Manual: A standard system for investigating and classifying violent crimes (1992); J. Dougals, A. Burgess, R. Ressler – è un manuale pubblicato negli Stati Uniti d’America sulla classificazione e investigazione di crimini violenti.

[2] Motto della Behavioral Science Unit, Federal Bureau of Investigation

[3] Estratto della relazione che Thomas Bond inviò come risposta a Robert Anderson, contenete il profilo di Jack lo Squartatore – Fonte: http://www.casebook.org/witnesses/thomas-bond.html -

[4] Fotografia di una delle lettere scritte da Mad Bomber – Fonte: http://www.neatorama.com/2012/07/16/the-mad-bomber/

[5] Brussel J., Casebook of a Crime Psychiatrist., Bernard Geis Associates, 1968, Classic

[6] Roberta Bruzzone rivista Alterego, Aprile 2007

[7] C. Gabrielle Salfati & David V. Canter, 1999 – “Differentiating stranger murders: profiling offender characteristics from behavioral styles”

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