Che cos’è il Geographical Profiling del prof. David Canter – riassunto dettagliato

dicembre 5th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Criminologia

Articolo di Valentina Pasqual

Il luogo in cui accade il crimine, ovvero la sua quarta dimensione[1], è sempre considerato essere di estrema importanza, concetto che però viene spesso trascurato specialmente nelle investigazioni da parte della polizia. Lo studio del comportamento spaziale che ha portato ogni criminale sulla scena del crimine è altresì chiamato profilo geografico. L’azione criminale è sempre il risultato di un incontro di tempo e spazio tra la vittima e il suo offender. Tradizionalmente parlando, la ricerca del colpevole si basava sullo studio della scena del crimine per poter risalire all’offender; la criminologia ambientale invece, ha ipotizzato e provato che si potesse utilizzare l’ubicazione di una serie di delitti collegati allo stesso offender per risalire alla sua abitazione. Infatti, nel comportamento spaziale che egli attua, lascia delle importanti tracce di sé che forniscono indizi sulla sua identità e che quindi, potrebbero aiutare la polizia a diminuire il numero dei sospetti.

Secondo il Dottor David Canter[2], il luogo della scena del crime rivestirà un ruolo significativo nella geografia personale dell’omicida, anche nel caso in cui il corpo dovesse essere rinvenuto in un luogo diverso rispetto al luogo dell’uccisione. Il Geographical Profiling si basa sull’utilizzo delle locazioni dei luoghi del crimine per comprendere il criminale e cercare di prevedere dove possa vivere. Il tutto si basa su uno degli aspetti più oggettivi e osservabili di tutto ciò che riguarda un crimine, ovvero il “dove”. I punti che vengono segnati sulla mappa devono essere studiati e analizzati in modo da comprendere il significato latente che si trova dietro alla scelta di quel determinato luogo durante il viaggio del criminale. Il punto in cui decide di colpire è sempre frutto di una sua decisione e ogni decisione è il risultato di processi mentali influenzati dalle esperienze passate della persona. Tutti abbiamo modelli di comportamento che ci portano a rapportarci con il mondo in un determinato modo e i criminali non ne sono esenti; I loro schemi comportamentali che rivelano chi sono e fanno parte delle loro scelte nel modo e nel luogo in cui commettono i crimini. Il percorso compiuto dai criminali non è solo uno spostamento su una mappa col fine di ricercare delle possibili vittime che rispecchino le sue volontà ma, di un viaggio interiore vero e proprio compiuto dal criminale, come un percorso di autoconoscenza e se siamo in grado di cogliere le tracce del comportamento che il criminale lascia nel suo comportamento spaziale (ovvero come impiega lo spazio a disposizione), riusciamo a reperire importanti informazioni sull’offender. Molte volte, nei casi di crimini seriali, è possibile non trovare somiglianze tra le vittime in sé ma tra i luoghi in cui si trovavano i loro crimini. I luoghi non sono mai privi di significato. L’obiettivo è ricercare quella zona, che chiameremo “zona rossa” ove c’è la maggior probabilità che sia ubicata la base dell’offender.

I luoghi importanti da prendere in considerazione durante un crimine sono 2: la base dell’offender e il luogo del crimine.

La base può assumere forme diverse, è il luogo di partenza del criminale, il suo “porto sicuro”, un luogo che gli trasmette tranquillità, al quale farà ritorno dopo aver compito i suoi crimini. La base può essere la sua abitazione, la casa in cui viveva quando era piccolo, il luogo dove lavora o talvolta può anche essere una base dove porta le sue vittime. Può persino essere una casa “mobile” come per esempio, un camper o un veicolo.

La base dell’offender ci permette di fare una differenziazione importante tra due tipi di criminali: i predatori e pendolari[3]. La dicotomia fra questi due modelli fu presentata proprio da Canter sulla base dell’ipotesi del cerchio[4], egli scoprì infatti che “una cifra compresa tra metà e tre quarti dei criminali presi in considerazione, viveva in un’area compresa all’interno di una circonferenza il cui diametro collegava i due crimini più lontani tra loro.” Definì quindi predatori i criminali la cui base e i luoghi in cui commettevano i crimini sono localizzata all’interno di questo cerchio, al contrario vengono definiti pendolari i criminali che si allontanano dal cerchio della loro base, spostandosi verso una nuova area che può anche essere lontana chilometri per commettere i crimini. La differenza sostanziale tra i due si trova dunque nel raggio d’azione.

 

L’immagine sulla sinistra rappresenta il modello comportamentale del criminale pendolare (o Commuter), il cerchio sulla sinistra rappresenta la zona circostante casa sua, dalla quale l’offender si sposta per compiere i crimini. Al contrario nell’immagine sulla destra è rappresentato il modello comportamentale del criminale predatore (o Marauder), nel quale è ben visibile uno dei fenomeni principali dello studio del geographical profiling ovvero la “domocentricità[5]” dove la base diventa il centro gravitazionale attorno al quale orbitano i crimini dell’offender ma sempre rimanendo all’interno dell’area geografica circoscritta.

 

“Si potrebbe ipotizzare che indipendentemente dalla distanza percorsa,

in media i luoghi scelti tendano a trovarsi all’interno del medesimo raggio.

In altre parole ci sarebbe la possibilità di distinguere i criminali sulla base della

 grandezza della zona in cui operano.”

Ludrigan S., Canter D.; “A multivariate analysis of serial murders’

Disposal site location choice” in Journal of Enviromental Psychology, n 21 (2001)

 

 

Le mappe degli omicidi diventano come le impronte dei criminali stessi; Canter nel suo libro Geografia Criminale[6] presenta una metafora esplicativa in grado di chiarire meglio questo concetto, paragonando il tipo di informazioni che possiamo ricavare analizzando l’impronta di una scarpa ritrovata su di una scena del crimine, la quale ci permette di predire in seguito a una buona analisi, per esempio, altezza, corporatura e stile di vita di chi indossava quella scarpa. Le impronte metaforiche che i criminali lasciano grazie alle loro decisioni sui luoghi in cui effettuare i crimini rivelano molto della loro indole. “Ci mostra parte del dramma psicologico che il criminale sta vivendo” – Canter.

Le azioni di un criminale seriale non sono mai casuali. I criminali sanno dove andare perché conoscono alla perfezione o hanno studiato la zona per verificarne l’idoneità per i loro scopi; sono consapevoli di essere maggiormente a rischio durante il compimento dell’atto criminale e subito dopo. Non conoscere una zona significherebbe non sapere come muoversi liberamente e destreggiarsi in caso di pericolo di cattura. È importante sottolineare che la maggior parte dei crimini, in particolar modo quelli seriali, non possiedono connessioni di conoscenza tra offender e vittima, l’assenza di queste relazioni rendono difficili i casi da risolvere poiché è difficile partire dalla vittima per le indagini. Si adotta dunque un approccio più generale, ecco perché nasce lo studio psicologico degli spostamenti delle persone. Eden[7] nel 1985 ha osservato come alcuni addestratori per cani poliziotto avessero notato dei modelli e degli schemi impiegati dai criminali per fuggire dalla scena dei loro crimini. Alcuni risultati delle sue osservazioni sono che i criminali destrosi, quando fuggono, tendono a girare a sinistra, si spostano sulla destra in caso di ostacoli, gettano sulla loro destra prove o oggetti probatori, e tendono a mantenersi vicino alle mura esterne di ampi edifici se devono nascondersi. Ha inoltre osservato che quando le persone si perdono, persone di genere maschile preferiscono percorsi in discesa mentre persone di genere femminile e bambini, tendono a scegliere percorsi in salita.

Arvind Verma, sovraintendente senior della polizia indiana nella provincia di Bihar ha impiegato l’analisi geografica durante le investigazioni di un particolare tipo di crimine simile a un fenomeno criminale che avveniva nel 500 a.C. nelle aree di campagna. Questo tipo di crimine veniva effettuato da gruppi di cinque o più ladri che nei loro crimini utilizzavano anche la violenza: i Dacoties[8].

I gruppi di Dacoties erano soliti attaccare quei villaggi al di fuori del loro e solo durante le notti di novilunio dove c’è pochissima luce poiché questo fenomeno crea una completa oscurità. Le indagini della polizia iniziavano calcolando il tempo trascorso tra il crimine e le prime luci dell’alba, quando i criminali sarebbero già dovuti essere di ritorno nel loro villaggio per non essere scoperti. Essendo già a conoscenza della velocità media raggiungibile per una persona che si spostava a piedi, poiché questo era il loro mezzo di spostamento, riuscivano a calcolare l’ipotetica distanza percorsa dai criminali disegnando una circonferenza sulla mappa il cui raggio ha il centro nel luogo del crimine. Questo permetteva di circoscrivere un’area rossa nella quale poi venivano esclusi i villaggi alleati con quello colpito.

 

2.1 Come nasce il geographical profiling

La prima applicazione teorica di profiling geografico avvenne nel 1854, da parte di un medico britannico straordinario che fu in grado di fermare l’espansione del contagio di un’epidemia di colera a Soho; John Snow[9]. Il suo lavoro iniziò con l’indicare su una mappa della città, il numero e la posizione delle abitazioni delle vittime colpite. Notò che i punti in cui si collocava il maggior numero di vittime, erano in prossimità di pompe dell’acqua e pozzi, dunque in seguito ad alcune osservazioni, questo gli permise di ipotizzare che la fonte dell’epidemia fosse proprio l’acqua e che il centro principale della malattia, che chiameremo centro di gravità, fosse un pozzo dal quale veniva presa l’acqua infetta. Questo lavoro servì per porre le basi per i moderni studi dell’epidemiologia. Ancora non si erano sviluppate le teorie connesse a questa metodologia ma con efferata intuizione si riuscì a metterlo in pratica.

Figura 1: Mappa dei pozzi infetti a Soho

Le prime teorie arrivarono agli inizi del XX secolo, più precisamente nel 1914 con la fondazione della Scuola dell’ecologia sociale urbana: la Scuola di Chicago. Le teorie della scuola di Chicago nascono in seguito a degli studi riguardanti quei fenomeni chiamati “problemi sociali”, tra i quali troviamo la criminalità, il suicidio, la prostituzione, l’alcolismo e perfino il divorzio, in relazione con l’ambiente in cui avvengono. La teoria prodromica a questa scuola è quella dell’approccio che viene definito “ecologico”; questo aggettivo deriva dalle integrazioni di due ricerche: la prima nel 1866 avvenuta grazie a un biologo tedesco, Ernst Haeckel, il quale si dedicò allo studio delle interazioni fra organismi viventi come le piante e l’ambiente in cui si trovavano, cercando di associare il tutto alle persone che ci vivevano; la seconda ricerca fu quella condotta da uno dei maggiori rappresentanti della scuola di Chicago, R.E. Park[10], il quale fu uno dei primi ad interessarsi della stretta correlazione tra ambiente e mente e, tramite degli studi con metodologia di ricerca osservazione partecipante[11], osservò gli esseri umani nella loro vita quotidiana nella grande metropoli al tempo della grande ondata di immigrazione. Analizzando cronologicamente, tra i due grandi ricercatori vi fu anche la figura di Emile Durkheim la quale nella sua opera “Il suicidio” del 1897, vuole dimostrare che le cause di questo fenomeno sociale non riguardano solo motivazioni di tipo personale ma anche di tipo ambientale.

Nel 1929 le ricerche condotte da E.W. Burgess fecero emergere dati statistici importanti, fu per esempio osservato che i tassi di delinquenza diminuivano allontanandosi dal centro città, questo costituì una delle basi per arrivare a credere che una delle influenze del tasso di criminalità sia il luogo stesso e la qualità di esso, e non solo caratteristiche di tipo economico o sociali.

Uno dei contributi più importanti per la criminologia fu dato da due dei massimi esponenti della scuola, ovvero i sociologi Clifford Richard Shaw ed Henry Donald McKay i quali cominciarono ad elaborare delle teorie per la fondazione della criminologia ambientale. I loro studi portano a teorie interessanti, per esempio si scoprì che:

  • I tassi di delinquenza diminuivano allontanandosi dal centro;
  • Coloro che durante il periodo dell’infanzia/adolescenza facevano frequenti assenze a scuola, erano più portati a diventare criminali;
  • Il tasso di criminalità rimane pressoché invariato in determinate zone della città nonostante vi siano stati notevoli cambiamenti anche della popolazione che vi abita, quasi come se la delinquenza fosse intrinseca nell’ambiente fisico; queste aree vengino definite “aree naturali” o “aree criminali”.

 

Sempre rimanendo in ambito criminologico, altra figura rappresentativa di questa scuola fu Franz Exner che nel 1949 affermò che: “il divenire della personalità viene determinato anche dall’ambiente esterno e il delitto è sempre in relazione a impressioni ambientali”[12].

L’ambiente esercita una tale influenza che sembra quasi “intrecciarsi” ai pattern di comportamento delle persone, viene considerato determinante per la nascita di vari comportamenti criminali. Riassume in modo esaustivo tutto il pensiero della scuola di Chicago, la teoria del campo di Kurt Zadek Lewin il quale, con la formula C= f (PA), intende evidenziare come il comportamento (C) sia in funzione delle persone (P) e dell’ambiente (A).

La scuola di Chicago fornisce un punto di partenza per il crearsi di tante altre teorie concatenate da un filo conduttore ovvero, l’importanza soggettiva che un luogo assume.

Nel 1960 negli Stati Uniti nascono due scienze prestigiose: la psicologia ambientale e la geografia comportamentale. La prima, conosciuta anche con il nome di Enviromental psychology, è una disciplina che studia come il comportamento umano, i suoi cambiamenti e la mente degli esseri umani, siano correlati e influenzati dall’ambiente esterno, quello in cui l’individuo vive. Questa disciplina prende in esame vari aspetti della psiche umana, tra i quali gli aspetti emotivi, cognitivi, percettivi e affettivi per esempio. L’ambiente fornisce dati percettivo-sensoriali che vengono elaborati nella mente dell’individuo e questa rielaborazione lascia delle tracce nel comportamento umano. Secondo la psicologia ambientale, l’ambiente svolge un ruolo attivo nella vita quotidiana di ciascun individuo, è tramite la teoria degli schemi mentali (di U. Neisser) che siamo in grado di elaborare le informazioni che ricaviamo dai vari aspetti dell’ambiente.       Kaplan, parla di un altro concetto importante sviluppato da questa disciplina ovvero la “compatibilità ambientale”, cioè il rapporto tra le azioni di una persona e quanto l’ambiente possa favorire l’avvenire di esse.

La geografia comportamentale invece, conosciuta meglio come Behavioral geography, è una disciplina che esamina come i processi cognitivi, tra cui per esempio quello di prendere una decisione o ricordare qualcosa, agiscano nella scelta di uno spostamento in un’area territoriale; l’obiettivo di questa scienza è quello di comprendere e far luce sul comportamento spaziale delle persone. Questo genere di comportamento è di tipo soggettivo. Uno degli esiti di vari studi svolti è l’importanza, spesse volte sottovaluta, che il fattore “distanza” può avere sulle attività di un individuo. La premessa di questa scienza deriva da teorie che studiano come un individuo tende a vedere nella sua mente l’immagine di una mappa e dei vari luoghi, questo meccanismo avviene grazie a delle rappresentazioni di pensiero chiamate mappe cognitive[13]. Le mappe cognitive ci permettono di immaginare gli spostamenti che faremmo per raggiungere un determinato luogo, uno dei primi modelli fu ideato da Lynch, nella sua opera “l’immagine della città”, nella quale individua 5 fattori presenti nell’immagine di una città: 1) le piste, ovvero i percorsi possibili che il soggetto usa per muoversi; 2) i margini, ovvero delle barriere che difficilmente si possono superare (es. i muri); 3) i quartieri; 4) i nodi, ovvero dei punti strategici che permette un’alternativa; 5) i riferimenti, ovvero dei punti di riferimento presi in considerazione dal soggetto. Grazie alla presa in considerazione di questi punti e ai processi cognitivi alla base di modelli di decisione, un individuo sceglie come muoversi, attuando un comportamento spaziale probabilmente diverso dagli altri. L’immagine oggettiva di una determinata zona viene come modificata da un “filtro” soggettivo che esiste nella nostra mente creato dall’esperienza individuale.

Nel 1979 viene postulata un’altra teoria, la Routine Activity Theory di Lawrence Cohen e Marcus Felson. Questa teoria afferma che un crimine è il risultato della convergenza fra un offender motivato ad uccidere, un bersaglio adeguato e soddisfacente per l’offender e una mancanza di qualcuno che supervisioni l’area per non essere catturati, è come se vi fosse un incontro tra luogo e tempo tra l’offender e la sua vittima che sono stati considerati idonei e cruciali per l’avvenimento del fatto.

Quella che viene considerata la prima vera applicazione del geographical profiling fu quella proposta da Kind nel 1980. Stuart Kind, un biologo forense, fu chiamato a servizio della polizia del Regno Unito per dare il proprio contributo per le indagini del famigerato serial killer britannico del tempo, Lo squartatore dello Yorkshire. Quando cominciò le sue indagini, ancora nessuno aveva preso in seria considerazione l’importanza che la geografia avesse nella psiche di un assassino e di quanto questa potesse essere utile per la scoperta di importanti indizi per la cattura dell’offender. L’assassino che stavano ricercando era un serial killer accusato di aver aggredito e ucciso brutalmente 13 donne e di averne cercato di uccidere altre 7. L’offender le colpiva con un martello e cacciavite, comuni utensili da lavoro, e le aggrediva con essi. Kind, dopo un attento studio di tempi e luoghi dei vari crimini, suppose che per non essere catturato o avvistato, l’offender dovesse rientrare in casa propria il prima possibile; creò dunque una mappa ove erano segnati i luoghi dei suoi crimini con degli spilli e ad ogni spillo era collegato un filo. Tracciata una tela era ben semplice individuare quello che poteva essere il punto focale di tutta la mappa, ovvero il centro di gravità. Studiando le distanze in linea d’aria e osservando che le varie aggressioni erano ubicate circa a 20 km l’una dall’altra, suppose dunque la possibile ubicazione della base dell’offender. Tra le cose che tenne in considerazione maggiormente vi fu anche l’ora del delitto, poiché suppose che i crimi avvenuti più tardi durante l’arco delle 24h, fossero quelle più vicine alla sua base. Affermò che: “la prospettiva di guidare per lunghe distanze su strade quasi deserte nel cuore della notte, dopo aver commesso un’aggressione, avrebbe certamente avuto un peso nella scelta del luogo dove cercare le proprie vittime.”[14]

Nonostante l’applicazione di questa tecnica innovativa non servì per catturare Peter Sutcliffe, poiché fu catturato nella tradizionale maniera, si può con certezza affermare che se le tecniche di Kind fossero state applicate prima e non dopo 5 anni e mezzo dal primo delitto, probabilmente alcuni delitti si sarebbero potuti evitare.

Lo scienziato britannico, come era solito Kind considerarsi, aveva posto le basi pratiche e logiche per il profiling geografico.

Figura 2: Mappa dei luoghi del delitto dello Squartatore dello Yorkshire

 

2.2: Teorie riguardanti il geographical profiling:

Qui di seguito verranno esposte e spiegate alcune teorie che hanno contribuito all’arricchimento della tecnica del geographical profiling.

 

2.2.1: La teoria dei “buchi neri”

Abbiamo precedentemente visto l’importanza che la propria base/casa rivestisse per l’offender, è stato anche accennato che questa non è sempre e solo il luogo in cui il criminale vuole tornare dopo il compimento di un crimine ma a volte diventa proprio lo scenario delle sue attività criminali. Accade spesso infatti che il criminale agisca senza spostarsi da essa, creando una base “segreta” proprio all’interno della sua abitazione. Quando questo fenomeno accade, non si hanno prove materiali di questa attività poiché i cadaveri delle vittime vengono nascosti nella propria abitazione e dunque non vengono ritrovati; l’unico indizio che si ha è che ci sono persone che scompaiono.

Il mostro di Nerola, per esempio, un serial killer italiano che fu accusato di 8 omicidi tra il 1944 e il 1947, era solito seppellire i cadaveri delle proprie vittime nel suo giardino. La sua abitazione si trovava al km 47 della via Salaria, una via che da Rieti conduceva a Roma e che era solitamente attraversata da coloro che con la propria bicicletta, dovevano andare a lavorare proprio a Roma. Un serial killer organizzato che attirava le proprie vittime nella trappola che aveva costruito egli stesso molto vicino a casa sua; infatti era solito mettere dei chiodi sulla strada così che coloro che passavano con la bicicletta, inevitabilmente subivano dei danni alle proprie gomme, ed era in quel momento che Picchioni si presentava in loro soccorso. Offriva poi loro aiuto, invitandoli a casa propria dicendo che aveva tutto il materiale per aiutarli lì e una volta condotti nella abitazione, li uccideva.

Un altro esempio è dato dal caso di Robert W. Pickton, considerato il peggior serial killer del Canada, responsabile di 49 omicidi tra il 1983 e il 2002, la cui base era la propria fattoria di famiglia dove allevava maiali per la macellazione. L’offender attirava le proprie vittime nella sua fattoria offrendo loro soldi e droga gratis in cambio di rapporti sessuali, le uccideva e riduceva i loro cadaveri in pezzi più piccoli con l’aiuto di una cippatrice e dava i resti dei cadaveri ai maiali come mangime.

Dennis Nilsen fu accusato di 15 omicidi tra il 1978 e il 1983, era solito abbordare ragazzi in un locale gay a Soho e li portava nella sua abitazione dove offriva loro un posto dove dormire poiché le vittime generalmente erano persone senza fissa dimora e nel sonno li uccideva e seppelliva i loro corpi sotto le mattonelle del pavimento.

Un ulteriore esempio di questo fenomeno, che useremo per ricondurci all’etimologia del termine “buco nero” è quello del serial killer delle babysitter, ovvero Fred West, accusato insieme alla moglie, sua complice, di aver ucciso, violentato e stuprato 12 donne. Considerati dei vicini di casa modello, nessuno poté immaginarsi quello che accadeva dentro quelle mura. Nel sotterraneo aveva creato un suo luogo nascosto dove abusava delle vittime per poi seppellire i loro cadaveri nel giardino. Si accorsero dell’esistenza di un presunto serial killer poiché sparivano delle donne nella zona circostante casa di West nella zona di Gloucester, nel sud ovest dell’Inghilterra. La sua abitazione, dopo il suo arresto, fu rasa al suolo e oggi rimane solo un vuoto tra le case di Cromwell Street. Questo strano vuoto lasciato venne paragonato a un buco lasciato da un vortice che aveva risucchiato tutto ciò che si trovava ubicato nei dintorni, da qui venne il paragone con un fenomeno astronomico ovvero quello dei buchi neri. Questo fenomeno fu scoperto per caso, osservando delle zone nel cielo in cui non vi era niente. Gli scienziati affermarono che vi erano dei corpi celesti di dimensioni molto grandi il cui campo gravitazionale attirava tutta la materia che li circondava, la luce compresa, lasciando dei vuoti nel corpo celeste di colore nero, colore dell’invisibilità. Tutto ciò che entrava in questi buchi celesti non poteva più uscire, come se fosse stato catturato. L’assenza di qualcosa portò al domandarsi le cause di tutto ciò e alla scoperta di questo fenomeno. Si cominciò dunque a guardare l’assenza di dati in una maniera diversa, di modo da poter osservare su di una mappa i luoghi del rapimento e cercare il centro dell’attività criminale.

 

2.2.2: Linking Case:

Uno dei primi dati da ricercare, necessari per l’applicazione del geographical profiling, è il numero degli omicidi attribuiti allo stesso offender. Infatti, per poter segnare sulla mappa le corrette informazioni è necessario essere sicuri di includere solo quelli riferiti a un solo criminale, per essere in grado di determinare il suo centro d’azione e localizzarlo. Questa tecnica, ideata da David Canter, prevede di collegare i crimini usando dati comportamentali, creando delle categorie comportamentali dove si evidenzia la presenza, o l’assenza, di determinati comportamenti. Si valutano comportamenti attuati nel compimento del crimine come ad esempio, la presenza o meno di violenza, di linguaggio aggressivo, di vestiti strappati, di applicazione di forza fisica e vari elementi che fanno parte del caratteristico e individuale modus operandi dell’offender. Successivamente sono stati raggruppati in una griglia tutti i casi individuati per verificare se vi erano somiglianze tra i modus operandi e comprendere se il responsabile fosse solo uno. Del modus operandi fanno parte tutte quelle caratteristiche dinamiche che il criminale attua affinché il crimine venga condotto con successo. Di queste caratteristiche ne fanno parte anche come arriva alla sua vittima e come fugge dalla scena del crimine. Un altro elemento da analizzare, utile per questa tecnica, è la firma. Anche questo fenomeno è di tipo soggettivo e individuale, è qualcosa che da unicità al crimine. La firma è un comportamento rituale che è sempre presente nei casi seriali. La firma racchiude l’insieme di azioni non volte alla finalità stessa del crimine, ovvero l’uccisione. Sono azioni costanti che si ritrovano in ogni crimine, allo stesso modo, come se appagassero emotivamente l’offender.

L’analisi di questi due elementi rivela grandi quantità di informazioni riguardanti il criminale preso in esame e questo avviene perché sono questi fenomeni sono il risultato della convergenza di elementi individuali che rendono questi elementi unici. Utilizzare questi elementi permette di individuare con facilità quali crimini presentano un medesimo schema e che quindi risultino essere compiuti dalla medesima mano.

 

2.2.3: I vissuti narrativi interni – Inner Narratives:

Secondo Canter, i luoghi scelti dall’offender sono frutto di narrazioni interiori degli individui; queste storie sono racconti rivelatori prodotti dall’individuo stesso il quale ci incorpora una visione di sé per dare un senso alle sue azioni. Le varie serie di crimini non sono frutto di un raptus di rabbia ma sono sempre premeditati e immaginati nella mente dell’assassino. Nella loro immaginazione, giustificano le loro azioni e programmano un modo per non essere catturati. Le narrazioni interiori forniscono una mappa che ci conduce a ciò che facciamo, poiché non sono altro che ciò che abbiamo assimilato nella vita tramite l’esperienza. Indagando i possibili processi mentali di un criminale potremmo essere in grado di “interpretare la sua geografia personale” (D. Canter). La mappa che un criminale si crea mostre le scelte e i processi decisionali che hanno portato il criminale a compiere in quel luogo, quella determinata azione. Scoprire il viaggio psicologico dell’offender che collega i luoghi del delitto individuati, significa comprendere le dinamiche del criminale e l’identità. Nel 2009, Lois Presser[15] afferma che le narrazioni interne dei criminali sono l’azione immediatamente precedente al crimine e sono considerati la via d’accesso all’istinto che spinge il criminale al compimento del crimine. Il ruolo di queste narrazioni è quello di fornire uno sfondo psicologico che dà un senso emotivo alle azioni di una persona, suggeriscono delle vie particolari in cui specifiche emozioni sono state implicate nel crimine. Il comportamento spaziale è frutto della premeditata immaginazione del come muoversi in una zona, il luogo scelto dal criminale è quello che fornisce il target giusto di vittime. Una volta individuato il target, il criminale immagina una mappa possibile utilizzando i dati che già ha nella sua mente poiché conosce bene i luoghi, infatti i criminali agiscono sempre in zone che conoscono bene o poiché residenti o poiché hanno avuto modo di studiare le zone. Quando si chiederà all’offender di disegnare la mappa che collegava lui ai suoi crimini, si potranno notare tracce soggettive e individuali poiché alcuni punti di riferimento suoi, possono non essere punti importanti per altre persone che vivono nella zona.

 

2.2.4: Buffer Zone, Decay Function e Criminal Range:

La Buffer Zone, o zona cuscinetto, è la zona circostante la base dell’offender, nella quale, secondo la logica dell’offender, il target di bersagli individuati sarebbero troppo rischiosi per la vicinanza alla sua abitazione[16]. È una zona in cui egli non colpirebbe mai, considerata una zona neutra che separa la sua base dalla zona in cui commetterà i crimini. È un concetto studiato da Brantingham e Brantingham nel 1981e applicato molto negli studi di Kim Rossmo.

La Decay Function, o funzione di decadimento, è una teoria postulata in seguito agli studi della distribuzione dei crimini. Osservando una ricostruzione delle mappe dei crimini si osserverà che la collocazione, in linea con la distanza dalla casa dell’offender, non è omogenea e costante anzi, la frequenza dei crimini diminuisce con l’allontanarsi dalla casa dell’offender. Viene chiamata di “decadimento” poiché se rappresentassimo graficamente questa linea, ci sarebbe una curva decrescente con l’aumentare della distanza. Questo accade perché a livello psicologico le distanze non vengono percepite tutte nello stesso modo.

La Criminal Range, o area criminale, è quella zona dove l’offender svolge le sue azioni criminali. È la sua zona di confort che conosce nei minimi dettagli e nella quale si sente a suo agio ad agire poiché è a conoscenza di come non farsi scoprire.

1) La base dell’offender

2) La zona cuscinetto

3) La “zona di confort” dove l’offender è più propenso a commettere atti criminali

4) Zona della funzione di decadimento, ovvero zona troppo distante dalla base

Corso Internazionale di Psicologia Criminale

[1] Martin A. Andresen, Paul J. Brantingham, J. Bryan Kinney, Classics in Enviromental Criminology, Simon Fraser University 2010

[2] D. Canter, How offender profiling became Investivative Psychologu, Conference 2018

[3] Meaney, R. (2004). Commuters and marauders: An examination of the spatial behaviour of serial criminals. Journal of Investigative Psychology and Offender Profiling

[4]   Canter D., Gregory A., “Identifying the residential location of rapist” nel Journal of the Forensic Science Society, n. 34 (1994)

[5] Canter D., Donna Youngs, Investigative Psychology: Offender Profiling and the Analysis of Criminal Action, International Research Centre for investicative Psychology, UK 2009

[6] Canter D., “Geografia Criminale – Sulle tracce del serial killer”, Centro Scientifico Editore. (2009)

[7] Canter D., Laurance J. Alison, Criminal Detection and the Psychology of Crime, Dartmouth 1997

[8] Rossmo K., “Place, space, and police investigations: Hunting serial violent criminals”

[9] Canter D., Donna Youngs, Principles og Geographical Offender Profiling, Ashgate Pubblishing 2008

[10] Park Robert E.- Burgess Ernest W. - Mac Kenzie Roderick D., La città, (introduzione di Alessandro Pizzorno), Edizioni di Comunità, Milano, 1967, p. 5.

[11] L’osservazione partecipante è una tecnica di ricerca che si basa sul contatto diretto tra il ricercatore e l’ambiente sociale-fisico che sta studiando. Questo metodo fu inventato dall’antropologo polacco Bronisal Malinowski.

[12] Exner F., Kriminologie, Casa Editrice Dr. Francesco Vallardi, 1949, p. 118.

[13] Concetto che verrà approfondito nel cap. 2.2.3

[14] Citazione di S. Kind. – D. Canter; “Geografia Criminale, sulle tracce del serial killer” (2007); Byford L. “The Yorkshire Ripper Case, review of the police investigation”, HMSO, London 1981

[15] Presser, L. (2009). The narratives of offenders. Theoretical Criminology, 13, 177-200.

Presser, L. (2012). Getting on top through mass murder: Narrative, metaphor and violence.

Crime, Media, Culture, 8, 3-21.

[16] Newton and Swoope, 1987

Comments

Comments

You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback.