Il costrutto di antifragilità: definizione e riassunto

febbraio 1st, 2019 | Posted by Igor Vitale in Psicologia dello Sport

Articolo di Francesco Clemente

In ultima analisi, emerge che il costrutto dell’antifragilità, secondo la lettura che ne compie il modello S.F.E.R.A., presenta cinque dimensioni:

1) l’adattabilità, ovvero la capacità di adattarsi ad un evento negativo;

2) l’equilibrio dinamico, ovvero la capacità di trovare un equilibrio in situazioni impreviste;

3) pensiero/linguaggio descrittivo, ovvero la capacità di leggere gli eventi come un dato, senza una valutazione emotiva;

4) la maturità emotiva, ovvero la capacità di controllare le emozioni nelle avversità;

5) la concezione circolare del tempo e dell’ambiente, ovvero la capacità di gestire a proprio vantaggio il tempo.

Si tratta di una concezione molto soggettiva del tempo, perché ad esempio in un tempo brevissimo si riesce a compiere tutte le operazioni necessarie per fronteggiare un’avversità. A ciò si deve aggiungere la Noosfera, ovvero al capacità di rendere visibile tutto ciò che non si è ancora manifestato nel corso di un’azione o prestazione sportiva.

Con il termine “Noosfera”[1] s’intende quell’insieme delle incognite che l’atleta potrebbe trovarsi a dover affrontare   durante la competizione sportiva, responsabili della casualità della prestazione. Questa capacità di prevedere, anticipare, ipotizzare situazioni di difficoltà, permetterebbe a chiunque di trovarsi meno impreparato al momento in cui esse si presentano, consentendo così di ridurre al minimo la casualità   della prestazione. Proprio da queste dimensioni ricordate si deve partire per leggere queste capacità connotative e identificative dell’antifragilità nell’ottica appunto delle situazioni stressanti e più proficuamente nell’ottica del fronteggiamento efficace di queste ultime. Più nello specifico, l’assunzione per lo sviluppo di questo discorso è costituita dall’intrinseco funzionamento antifragile della stessa evoluzione naturale, per cui proprio alla luce di ciò è utile evidenziare la relazione virtuosa fra l’antifragilità e lo stress, al fine di evidenziare  le potenziali applicazioni delle situazioni stressanti in direzione dell’antifragilità:

“In effetti, l’aspetto più interessante dell’evoluzione è il fatto di funzionare solo grazie all’antifragilità; l’evoluzione predilige i fattori di stress, la casualità, l’incertezza e il disordine: se i singoli organismi sono relativamente fragili, il pool genetico trae beneficio dagli scossoni per affinare la propria capacità di adattamento. Se ne deduce che tra la natura e i singoli organismi esiste una tensione.”[2]

Proprio la consapevolezza del ruolo fondamentale che i fattori di stress esprimono nell’economia complessiva della vita, induce ad un ripensamento in positivo delle situazioni da essi determinati, in vista di una loro tesaurizzazione. L’antifragilità si connota, quindi, come una sorta di elemento alchemico capace di valorizzare la dimensione di stress, spesso letta solo ed esclusivamente come una fonte di svantaggio e come tale da evitare se non proprio da rimuovere.

 

[1]Crf. VERCELLI G., Dispense del corso di Psicologia dello sport a.c.2017/2018, Unicusano.

[2]TALEB N., Antifragile, cit.,p.87.

Comments

Comments

You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback.