Perchè il cambiamento fa paura a tutti (se non sai come usarlo)

marzo 23rd, 2019 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica | Uncategorized

Alcuni lo chiamano cambiamento, altri progresso, e ci sono anche alcuni che lo chiamano adattamento. Alcune persone sviluppano praticamente una fobia del cambiamento mentre altre sono quasi dipendenti dalla novità che implica.

Le prime preferiscono la regolarità, la prevedibilità e le cose all’antica. I dipendenti amano la novità, la differenza e l’incertezza. In ogni caso, la vita stessa è cambiamento. Schopenhauer lo disse: “Il cambiamento è l’unica cosa immutabile”.

Ecco perché è fondamentale sviluppare un livello di tolleranza al cambiamento che ci permetta di affrontare le trasformazioni senza compromettere troppo il nostro equilibrio psicologico.

Che cosa induca l’essere umano a cambiare le sue relazioni, le sue abitudini, il modo in cui vive e si si pone di fronte alla realtà esterna, e perché una persona cambi, sono gli interrogativi con cui ognuno di noi, nel corso della propria vita, prima o poi si confronta. Ma soprattutto coloro che, per la loro professione, sono giornalmente impegnati nel tentativo di modificare gli altri, di aiutarli ad affrontare ed accettare il cambiamento, hanno bisogno di trovare una risposta a queste domande. Per cercare di definire il problema che ci interessa occorre prendere in considerazione alcuni punti. Il cambiamento comporta il passaggio da uno stato di funzionamento mentale a un altro e la mente è un’entità complessa basata su una rete di relazioni tra strutture anatomiche e cognitive mediate, nel loro funzionamento e nei loro rapporti, da processi biochimici, cognitivi e affettivi (Dennett 1991; Edelman 1992; Damasio 1994).

Il cambiamento, a livello psicologico e comportamentale, va quindi inteso come una modificazione delle relazioni esistenti tra le parti che concorrono a formare questa entità e che contribuiscono a determinare il Sé dell’individuo (Guidano 1987; Liotti 1994), il suo senso di identità.

Quando si parla di mente, nella concezione attuale, non parliamo di una realtà che risiede esclusivamente all’interno dell’individuo e che, quindi, risente solo di processi interiori, ma di un’entità che può esistere solo nella misura in cui l’individuo è visto in relazione con la sua realtà esterna (Liotti 1994). In questa prospettiva, non ha senso parlare di un individuo indipendente dal suo mondo esterno: in tutti gli esperimenti che hanno tentato di isolare il primo dal secondo (attraverso l’annullamento degli stimoli), il soggetto ha cominciato ad avere allucinazioni su ciò che non poteva più percepire.

Ciò indica che la sensazione di esistere, il sentimento di vitalità e di coscienza, è subordinato alla continua presenza di un’attività percettiva che elabora le sensazioni provenienti dall’interno e dall’esterno dell’organismo ed è condizionata dalla qualità degli stimoli.

 

Teoria cognitivo comportamentale del cambiamento

Fatte queste premesse, ne consegue che in ogni caso, anche quando parliamo di un singolo individuo, ci troviamo di fronte a un sistema di elementi (di cui l’individuo è solo una delle parti) collegati tra loro da relazioni specifiche in una rete di possibili interazioni; è sufficiente che si verifichi un cambiamento nei rapporti esistenti tra un numero più o meno grande di questi elementi, perché si abbia un cambiamento nel sistema considerato, di entità maggiore o minore a seconda dell’importanza da essi rivestita e/o dell’importanza delle loro relazioni all’interno del sistema stesso.

Vi è, quindi, un rapporto tra la funzione della/e relazione/i modificata/e nell’assetto complessivo del sistema e il risultato finale.

Vi è, inoltre, la possibilità che la mutazione di un solo elemento abbia effetti macroscopici o, viceversa, che la trasformazione di più elementi abbia un risultato scarsamente percepibile. L’esito non è prevedibile sulla base di una semplice conoscenza degli elementi in gioco, perché dipenderà dalle interazioni che si svilupperanno a partire dalle condizioni iniziali, soggette a loro volta all’influenza di circostanze e di fattori incontrollabili, soprattutto nel corso del processo.

La verifica e l’elaborazione del flusso dei dati di esperienza vengono a collocarsi, in una concezione gerarchica delle strutture e delle funzioni della mente, a livello della coscienza e dei processi cognitivi superiori attraverso i quali quest’ultima si manifesta.

A essi viene deputato il compito di attribuire un ‘significato’ a ciò che sta accadendo, di riconoscere, cioè, il luogo, la classe in cui collocare gli eventi che si susseguono nella vita quotidiana, nel proprio mondo di riferimento.

Ogni persona elabora nel tempo una propria ‘struttura cognitiva’ e qualsiasi espressione psichica, anche quelle identificabili con le cosiddette manifestazioni sintomatiche di un disturbo psicologico, è riconducibile a uno specifico assetto cognitivo.

Il problema del cambiamento si pone, quindi, inevitabilmente come problema di trasformazione della struttura cognitiva, più o meno ampia, più o meno profonda, ma comunque tale da produrre una modificazione psicologica o comportamentale nella persona.

Non è detto che tale modificazione sia esteriormente percepibile, perché, come si comprende facilmente, il suo effetto non si traduce costantemente in un cambiamento macroscopico dell’atteggiamento o del comportamento della persona.

E non è neanche scontato che si abbia una percezione soggettiva del c. interno: le modificazioni possono non superare la soglia di coscienza, pur producendo una serie di effetti all’interno del soggetto, dei quali questi può prendere coscienza solo successivamente, quando si sarà verificato un loro accumulo o una loro stabilizzazione nel tempo.

Frequentemente, la persona non si rende subito conto di quanto sta accadendo e, anzi, riferisce un senso di confusione, corrispondente al venir meno dei parametri abituali.

Ciò evidenzia come la dimensione tempo e il parametro movimento abbiano una loro importanza, in quanto è difficile percepire un processo di c.; quantomeno è difficile definire che cosa stia accadendo, perché ogni definizione equivale al ‘congelamento’, alla cristallizzazione del movimento.

È più facile invece, a processo concluso, rendersi conto delle differenze esistenti tra l’attuale modo di percepire e quello precedente. Alcune volte la trasformazione degli elementi che concorrono a determinare il significato di una specifica situazione è talmente rapida e globale, come si verifica in occasione di un evento fortemente traumatico, che si ha un repentino c. dei significati che sono alla base delle matrici percettive: per es., la morte di una persona alla quale siamo particolarmente legati può improvvisamente cambiare la nostra visione di noi stessi, della vita e del mondo.

Quest’ultimo esempio evidenzia come alla base della creazione dei significati non esistano semplicemente delle operazioni di carattere logico, come quelle che, nel corso dello sviluppo, ci portano al riconoscimento di un oggetto attraverso l’integrazione di una serie di caratteristiche che lo contraddistinguono. Gli studi sul linguaggio e sulla semiotica (Eco 1975) hanno evidenziato la relazione esistente tra aspetti denotativi e connotativi del linguaggio usato in riferimento a un oggetto, a una persona o a un evento: le proprietà
‘evidenziabili’ dell’elemento nominato (riferibili agli aspetti denotativi) sono inestricabilmente collegate a quelle dipendenti dal contesto e dalle relazioni in cui esso viene esperito (riferibili agli aspetti connotativi).

Ciò indica l’importanza delle componenti affettive nell’attribuzione dei significati (Damasio 1994).
Non esiste in pratica alcun significato che sia del tutto esente da valenze affettive e, corrispondentemente, le relazioni, gli oggetti, le circostanze, le persone acquistano per ciascuno una collocazione particolare nel sistema cognitivo personale soprattutto per il valore affettivo di cui sono portatori e che viene loro attribuito.

Questo si vede molto bene nei disturbi deliranti, dove solo apparentemente il problema sembra consistere in un errore logico: un esame più approfondito rivela invece come l’errata interpretazione di quanto accade sia conseguente a una valenza affettiva particolarmente intensa che condiziona l’intero ragionamento, falsando il significato attribuito agli eventi, agli oggetti o alle persone.

Ciò spiega perché sia illusorio pensare di correggere il ragionamento sbagliato dei pazienti deliranti cercando di spingerli a un esame di realtà secondo dei parametri logici. Il motore primario del c. di significato sta nell’investimento affettivo che viene effettuato dal soggetto su singoli elementi cognitivi, che acquistano un valore particolare rispetto ad altri e condizionano l’organizzazione cognitiva globale.

Tenendo presenti tali premesse, si comprende come alla base di un c. dell’individuo vi sia una trasformazione del suo rapporto con la realtà esterna e interna, conseguente in gran parte a una
trasformazione dei valori attribuiti agli elementi costitutivi delle realtà in questione.

Essi sono portatori di valenze di carattere affettivo. La persona cerca prima di tutto di far corrispondere i significati e i rapporti percepiti o intuiti all’emozione sottostante ed è portata istintivamente a comportarsi come se non vi potessero essere dei significati alternativi.

Si comprende come ciò abbia un’importanza fondamentale nella creazione di un mondo personale costituito
principalmente di relazioni con persone e oggetti. Gli aspetti cognitivi di una relazione evolvono sulla base del sentimento di fondo che la caratterizza, influenzato profondamente dalla qualità del rapporto (di fiducia o di sfiducia).

Questo evidenzia come, in una relazione terapeutica, il c. sia strettamente condizionato dal rapporto (di fiducia o di sfiducia) che si instaura tra paziente e terapista. È solo l’attribuzione di un valore di ‘bontà’ o di ‘lealtà’ a tale rapporto che permetterà l’accettazione dei significati che verranno proposti nel corso del processo terapeutico.

Il c. sarà tanto più accentuato, quanto più cambieranno i valori che sottendono l’attribuzione di significati alle singole relazioni. Parallelamente, le manifestazioni di carattere emotivo che accompagnano l’interazione terapeutica, rilevabili sia da parte del paziente che da parte del terapeuta, diventeranno gli ‘indicatori’ dei
punti nodali di particolare rilievo sui quali intervenire, nel mondo dei significati rappresentati.

Articolo di Olga Pagano

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