Come capire le emozioni nelle diverse culture

giugno 28th, 2019 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo

Articolo di Alessandra Errichiello

Per rispondere ai quesiti relativi ai legami esistenti tra espressioni facciali, caratteristiche di personalità, esperienza emotiva e processi comunicativi, sono stati messi a punto, a partire dagli anni sessanta, numerose tecniche di rilevazione e di analisi delle espressioni facciali. Come detto fino ad ora, le espressioni facciali possono rivelare informazioni circa gli stati interni e le emozioni del soggetto.

Alcuni degli studi cross-culturali condotti alla fine degli anni sessanta hanno dimostrato inoltre che gli individui sarebbero in grado di riconoscere le emozioni attraverso i movimenti facciali delle persone con cui si trovano ad interagire.

Inoltre, da tali studi è emerso che gli individui, seppur appartenenti a culture differenti, si troverebbero d’accordo nell’attribuire una specifica emozione ad una determinata espressione facciale.

In una ricerca condotta all’inizio degli anni settanta, Ekman e Friesen (1972) studiarono le espressioni facciali di studenti statunitensi e giapponesi, i quali erano stati chiamati a visualizzare alcuni filmati dal contenuto stressogeno (ad esempio scene di violenza). Gli autori intendevano esaminare se ed in che modo le espressioni facciali potessero variare in base la contesto sociale nel quale i soggetti si trovavano a guardare i filmati e se le cosiddette “display rules” giocassero un ruolo nell’espressione facciale delle emozioni.

I soggetti sperimentali guardarono i filmati in due condizioni differenti: da soli o in presenza di uno sperimentatore appartenente alla stessa cultura dei partecipanti. Nel corso dell’esperimento, Ekman e Friesen monitorarono le espressioni facciali dei soggetti, utilizzando un primo strumento di osservazione chiamato: “FAST- Facial Affect Scoring Technique”.

Dai risultati ottenuti, gli autori trovarono evidenza sia dell’universalità delle espressioni facciali che dell’influenza delle “display rules” su di esse.

Infatti, mentre guardavano i filmati da soli, gli studenti esibirono espressioni facciali di emozioni negative (disgusto, rabbia, tristezza) mentre, se in presenza della figura dello sperimentatore, le differenze culturali sembravano emergere: gli studenti americani manifestarono comunque espressioni negative attraverso il volto, mentre gli studenti giapponesi mostrarono le emozioni negative molto meno e talora sorridendo per mascherare tali emozioni.[1]

Agli inizi degli anni settanta le tecniche elettromiografiche (per studiare i movimenti dei muscoli del volto) furono applicate allo studio delle espressioni facciali e le attività dei muscoli facciali furono esaminate in relazione ad una serie di variabili psicologiche. Inoltre, le emozioni di base – rabbia, tristezza, felicità, paura, disgusto e sorpresa[2]– si esprimerebbero attraverso espressioni del volto che utilizzano un repertorio innato ed individuabile in determinate contrazioni muscolari. I gruppi muscolari di cui si compone il volto sarebbero, quindi, i principali  vettori di comunicazione emozionale.[3]

Sulla base ti tali studi, nel 1978 Ekman e Friesen elaborano il FACS (Facial Action Coding System), un sistema di codifica delle espressioni facciali che permette di classificare e di identificare i movimenti facciali visibili, in riferimento alle componenti anatomo-fisiologiche corrispondenti.

L’identificazione delle caratteristiche di un’espressione facciale è resa possibile grazie alla parcellizzazione delle singole porzioni del viso interessate nella codifica.

Già dalle prime ricerche apparve chiaro agli autori che il metodo di analisi non poteva basarsi su una correlazione lineare fra un’espressione facciale e un singolo muscolo, poiché spesso un movimento visibile sul viso è il frutto dell’azione di numerosi muscoli coinvolti o, al contrario, di una sola parte di un muscolo. Inoltre, uno stesso muscolo può produrre movimenti diversi. Fu così introdotto il concetto di “unità di azione”che ha una logica inversa: essa parte dal risultato visivo del movimento sul viso, con una descrizione dettagliata delle singole modifiche che prevedono un coinvolgimento di determinati muscoli mimici, gli stessi osservati in ogni soggetto.

Ekman e Friesen (1978) suddivisero il viso in base alle azioni della parte superiore (Upper face) parte inferiore (Lower face) e azioni verticali, orizzontali, oblique e della bocca.

Ogni unità di azione poteva presentarsi singolarmente o in concomitanza con altre unità. Inoltre dovevano essere valutate tre variabili: la codifica (quindi le unità di azioni individuate), la volocità con cui si verificavano i movimenti di contrazione dei muscoli del volto e l’intensità dei movimenti prodotti. L’intensità delle unità di azione aveva una scala di cinque livelli (Trace-Slight-Marked pronounced-Severe-Extreme-Maximum) e veniva registrata con etichette alfabetiche da A ad E.

La maggior parte delle espressioni aveva una durata di pochi secondi. Ekman rilevò anche le “microespressioni” che erano composte da Aus velocissime, dell’ordine di frazioni di secondo. Questa scoperta fu particolarmente importante poiché le microespressioni svelavano le emozioni realmente provate dai soggetti, in quanto espresse prima che il controllo cognitivo avviasse un’azione di inibizione o mascheramento. Quindi,osservando le microespressioni possiamo comprendere sia le emozioni principali (felicità, rabbia, disgusto, ecc) che le emozioni che la persona cerca di dissimulare ed inoltre distinguere tra espressioni spontanee o volontarie e quindi se la persona sta fingendo di provare emozioni che in verità non prova.

[1]Ekman P.  Rosenberg E.L. (2005): “What the face reveals, Basic and Applied Studies of Spontaneous Expression Using the Facial Action Coding System”, Second Edition. Oxford University Press, pp.11-13

[2]18 Queste le espressioni di base universali individuate da Ekman: la lista venne integrata nel 1992 e vi si aggiunsero, fra le altre, le emozioni di divertimento, disprezzo, eccitazione, colpa, soddisfazione e vergogna.

[3]Jelovcich  M. “Il Facial Action Coding System: Pseudoscienza o metodo affidabile per accertare l’attendibilità del contributo dichiarativo?” Rivista di diritto penale contemporaneo.

Corso Comunicazione Non Verbale

 

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