Comunicazione Non Verbale nelle investigazioni ed in Criminologia

giugno 30th, 2019 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo

Articolo di Alessandra Errichiello

La comunicazione verbale e non verbale nel colloquio investigativo

 

Il comportamento non verbale e, più nello specifico, l’analisi facciale hanno portato a dei risultati utili in ambito criminologico, dato che lo studio della comunicazione non verbale può essere di ausilio per riconoscere i segnali di veridicità o falsità delle dichiarazioni rese. In particolare, la raccolta di tali informazioni nel corso delle indagini preliminari, risulta un momento fondamentale, in quanto può indirizzare le investigazioni in una direzione anziché in un’altra.

Le ricerche svolte da Ekman, Friesen, Watzlawick ed altri, hanno cercato di portare alla luce quante più informazioni possibili sulla comunicazione non verbale, focalizzandosi anche sulle caratteristiche comportamentali che permettano il riconoscimento di chi sta mentendo.

Ekman (2015) ha definito la menzogna come

una caratteristica così centrale della vita, che una sua comprensione è quasi utile in tutti i rapporti umani”.[1]

Anolli (2003) ha invece identificato tre proprietà fondamentali del mentire: falsità del contenuto di quanto viene comunicato in modo linguistico o extralinguistico, consapevolezza di tale falsità e intenzione di ingannare il destinatario.[2]

Esistono inoltre due diverse modalità per mentire: dissimulare, ossia nascondere determinate informazioni senza dichiarare il falso quindi omettendole; oppure falsificare, quindi fornire un’informazione completamente falsa, dichiarandola però vera.

Quando un soggetto può scegliere il tipo di menzogna, generalmente favorisce la dissimulazione, in primo luogo perché è la modalità di menzogna più facile da attuare ed, inoltre, perchè la dissimulazione viene percepita come una modalità meno grave di mentire.

Ekman sostiene che l’uso della falsificazione avviene anche quando si devono nascondere le emozioni. Nascondere queste ultime è un processo particolarmente difficile, quindi, la soluzione migliore è quella di coprire l’emozioni originaria con una “maschera”, cioè un’emozione fittizia. La maschera maggiormente utilizzata sembrerebbe essere il sorriso, perchè compensa tutte le emozioni negative che il mentitore prova quando è messo alle strette.

Esistono poi altri modi per mentire, ad esempio ammettendo un’emozione reale ma attribuendo ad essa una finta causa.

Inoltre, non è possibile decidere in autonomia che tipo di emozione provare ed, in particolare, il volto rappresenta l’area del corpo più importante sul piano comunicativo. Altrettanto difficile è fingere di provare un’emozione che non si sta  provando, soprattutto nel momento in cui c’è il bisogno di nascondere un’ altra emozione.

Il timore di venir scoperto è una delle emozioni che maggiormente intervengono  nella fase dei colloqui investigativi. Questa emozione può portare con sé dei vantaggi, ad esempio, l’accrescere il livello di vigilanza. Ma anche il soggetto non colpevole può sperimentare questa emozione: il problema cruciale sta quindi nel distinguere tra la paura di non essere creduto da parte dell’innocente  e la medesima paura da parte del colpevole.

La menzogna può, però, suscitare anche emozioni positive nel mentitore, ad esempio, il piacere della beffa ed, in questo caso, il mentitore può provare eccitazione nel raccontare una bugia: paura, senso di colpa, piacere, possono manifestarsi tutti nell’espressione del viso, nel tono della voce e nei movimenti del corpo.[3]

La comunicazione non verbale e gli studi effettuati in questo ambito, rivestono particolare importanza nel corso dei colloqui investigativi.

La capacità di riuscire ad identificare segnali indicativi di menzogna, attraverso manifestazioni, soprattutto emozionali, risulta una competenze necessaria per coloro che ricoprono ruoli professionali, quali il poliziotto, l’investigatore, l’avvocato, lo psicologo ed il criminologo, che si trovano a dover compiere questo tipo di analisi nel corso dell’indagine forense.[4]

Il colloquio rappresenta uno degli strumenti principali di intervento del criminologo e si differenzia a seconda di due contesti: Il colloquio istituzionale, quando il professionista è impegnato in un contesto peritale o nella ricerca istituzionale e quello investigativo, cioè quando il professionista risulta impegnato in un contesto nel quale esiste un contatto con uno o più soggetti che hanno commesso un crimine.

Il colloquio investigativo è

una tecnica di comunicazione, che si svolge in una situazione che ha come ipotesi il fatto che l’intervistato abbia commesso un reato e come scopo quello di fornire, ad altri che hanno autorità su di lui, conferma di ciò ed informazioni sulla genesi e sulla dinamica del reato” (Merzagora, 1987)[5]

Il colloquio investigativo criminologico si differenzia da altre tipologie e forme di colloquio in quanto ha l’obiettivo principale di acquisire informazioni sul coinvolgimento del soggetto che si sta interrogando nel reato e di individuare una possibile presenza di menzogne.

Risulta importante distinguere tra colloquio investigativo, intervista investigativa ed interrogatorio. Sia il colloquio che l’intervista investigativa sono strumenti di indagine utilizzati con soggetti non indagati e la cui la colpevolezza non è stata ancora accertata; mentre il colloquio investigativo è un atto d’indagine preliminare di iniziativa della polizia, l’intervista è una tecnica applicata all’interno del colloquio criminologico. L’interrogatorio è previsto esclusivamente per il soggetto imputato e, a differenza del colloquio o intervista, le modalità sono spesso più oppressive ed incalzanti, mirate al raggiungimento della verità.[6]

In ambito criminologico-investigativo, possono insorgere difficoltà legate alle differenze tra stati psicologici e volontà dell’intervistante e dell’intervistato. Inoltre, il fatto di avere di fronte una figura autoritaria può portare molti soggetti ad assumere uno stato emotivo reattivo oppure uno stato emotivo di indisponibilità.

Di conseguenza entrano in gioco due dinamiche psico-comportamentali tra i due soggetti: le strategie dell’interrogato, il quale per nascondere la verità potrebbe fornire una versione artefatta degli eventi e quelle dell’interrogante, che deve essere in grado di rilevare eventuali segnali di menzogna e contraddizione.[7]

Inoltre, spesso può risultare difficile, per il soggetto interrogato, recuperare in memoria informazioni e fatti che si sono verificati, secondo il loro ordine temporale, portando a racconti falsi o inserimenti di dettagli inesistenti.

Lo studioso Bartlett ( 1930) aveva introdotto il concetto di “schermata” per quanto concerne la memorizzazione degli eventi: le conoscenze pregresse e le strutture mentali organizzano le esperienze passate e influenzano la ritenzione di nuove esperienze. Ognuno di noi adatta i propri ricordi a schemi personali che possono distorcere così come accrescere la memorizzazione (l’abitudinarietà di certe esperienze potrebbe interferire con la memorizzazione di nuove). Così anche nell’attività investigativa, il racconto di una persona, vittima o testimone, potrebbe non essere coerente con gli eventi realmente accaduti, in quanto l’azione da ricordare potrebbe subire interferenze soggettive e sociali.[8]

Anche Gulotta (1999) ha sottolineato come la costruzione di falsi ricordi appare come un evento non eccezionale nella pratica forense, spesso il testimone può impegnarsi a dire la verità, ma essere comunque influenzato da interferenze soggettive e sociali del ricordo (ad esempio, dire ciò che l’investigatore si aspetta che lui dica).[9]

L’analisi comunicativa, psicologica e del comportamento verbale risulta utile e può essere effettuata in qualsiasi contesto investigativo, come strumento di ricerca che consente di trarre informazioni utili sulla dinamica di un reato.

Inoltre, risulta importante porre attenzione al contenuto verbale ma, soprattutto, a quello non verbale, prendendo in considerazione il fenomeno della menzogna   e   le modalità di analizzarlo, distinguendo un fatto riportato in maniera incorretta (dovuto ai fattori qui sopra elencati) da una verità intenzionalmente distorta.

Pertanto, per svolgere un’analisi professionale del comportamento non verbale è fondamentale utilizzare delle tecniche che permettano di una descrizione oggettiva del comportamento, per poter attribuire ad esso un significato attendibile.

Per quanto concerne gli indicatori comportamentali di menzogna, la ricerca ha evidenziato che non esistono segnali verbali o non verbali che siano in grado di  provare direttamente che una persona stia mentendo o meno, ossia l’idea che la menzogna provochi un mutamento fisico percepibile. Attraverso metodi scientifici, quali ad esempio il F.A.C.S., è possibile rilevare, non tanto la menzogna, quanto i segnali emozionali oppure gli indici di incongruenza tra il comportamento verbale e quello non verbale, che potrebbero rappresentare indici di inattendibilità con quanto si sta dicendo.[10]

Generalmente, quando si parla di menzogna,  ci si riferisce a due tipologie: quelle a basso rischio, cioè semplici bugie, delle quali l’individuo è consapevole che non deriveranno conseguenze negative, che non comportano conseguenze significative e quelle ad alto rischio, dalle quali potrebbero invece derivare importanti conseguenze per l’individuo.

Alcuni studi svolti in ambito forense (Vrij, Granhag, 2012) si sono focalizzati sui metodi di analisi ed identificazione di comportamenti ed indicatori di menzogna. Tali ricerche hanno cercato di dimostrare che le domande poste dall’intervistatore potrebbero giocare un ruolo fondamentale nell’identificare possibili cambiamenti emozionali, soprattutto nel corso di colloqui investigativi ed interrogatori.

Bella De Paulo e collaboratori (2003)  hanno dimostrato che i tradizionali indicatori verbali e non verbali di menzogna (ad esempio, alti livelli di ansia ed iperattivazione) sarebbero tipicamente deboli ed inattendibili. Inoltre, sempre nel 2003, il US National Research Council (NRC) ha pubblicato dei reports nei quali concludono con i motivi secondo i quali stati psicologici di ansia o paura non sarebbero necessariamente più forti in persone che stanno mentendo rispetto a coloro che dicono la verità.

Di conseguenza, anche i protocolli di interviste basati sul presupposti che persone  le quali mentano abbiano livelli di ansia nettamente superiori rispetto a chi non mente, risulterebbero inadeguati. Per tale motivo, gli autori hanno ritenuto fondamentale lo sviluppo di protocolli alternativi basati su l’induzione di carichi cognitivi maggiori all’intervistato, ponendo domande inaspettate ed usando le evidenze in maniera strategica.

C’è un’ evidenza diffusa e cioè che mentire possa causare un carico cognitivo maggiore, visto che è molto più difficile che dire la verità e supporti empirici di questa teoria provengono da diverse fonti. In primo luogo, nel corso degli interrogatori condotti dagli ufficiali di polizia con persone altamente sospettate, le menzogne erano accompagnate dall’aumento di pause, una diminuzione di battito di ciglia e , per i soggetti di sesso maschile, da una diminuzione dei movimenti delle dita, tutti segnali di aumento del carico cognitivo. (Mann, Vrij & Bull, 2002)

Inoltre, attraverso la registrazione e visualizzazione di filmati di colloqui investigativi, è stato evidenziato che i sospettati mostravano più difficoltà a pensare quando mentivano, ma, al contempo, uno stato di minore tensione e attivazione rispetto a quando stavano dicendo la verità. Inoltre, ulteriori studi hanno dimostrato che l’inganno è associato con l’attivazione di determinate aree della corteccia frontale.  (Gamer, 2011)

Gli intervistatori possono utilizzare  queste differenze nel carico cognitivo, che persone che mentono possono manifestare, aumentando il carico cognitivo durante le interviste, in modo che chi menta possa trovarsi in difficoltà.

Un modo per aumentare il carico cognitivo è chiedere all’intervistato di ripetere la storia ma secondo un ordine inverso. Questo incrementa lo sforzo perché va in contrasto con l’ordine e la sequenzialità degli eventi che si sono verificati ed, inoltre, in quanto interrompe lo schema sottostante alla ricostruzione dei ricordi (Gilber and Fisher, 2006).

Un altro modo di incrementare le difficoltà cognitive è quello di chiedere all’intervistato di mantenere il contatto visivo con l’intervistatore. Infatti, quando le persone sono concentrate nel raccontare le loro storie (soprattutto quando sono chiamate a raccontare un accaduto) sono propense a portare lo sguardo lontano dal loro interlocutore, in quanto tenere il contatto visivo a lungo potrebbe distrarre dalla rievocazione degli eventi.

Un metodo alternativo per incrementare il carico cognitivo è quello di assicurare che, nel corso dell’interrogatorio, gli intervistatori possano parlare di più e più a lungo. In tal modo, coloro che mentono troveranno molto più difficile aggiungere altri dettagli oppure, sebbene possano riuscire a farlo, le informazioni aggiuntive risultano essere di bassa qualità e sembrare poco plausibili.

In sintesi, l’aumento dello sforzo cognitivo può essere raggiunto in due modalità diverse: sia attraverso tecniche che incrementano la difficoltà di ricordare le informazioni (ordine inverso del fatto raccontato o mantenimento del contatto visivo durante il racconto), sia utilizzando interventi che facciano sì che gli interrogati parlino di più.[11]

Alcuni studi si sono basati sul fatto che, coloro che sanno di mentire, si preparano in anticipo per gli interrogatori: prepararsi una storia da raccontare rende le cose più facili, ma al contempo rende anche possibile identificare delle differenze esistenti tra bugie spontanee e quelle pianificate. (De Paulo et al. , 2003)

Inoltre, l’effetto di pianificare un racconto, per poter nascondere una bugia, può riuscire solo a condizione che l’intervistato riesca ad anticipare le domande dell’intervistatore. Quindi, gli investigatori possono superare questa strategia, ponendo all’intervistato delle domande che egli non si aspetta. Infatti, confrontando le risposte date a domande più scontante (quindi facilmente anticipabili dei soggetti interrogati) e domande che non potevano essere anticipate dai soggetti, è stato evidenziato che coloro che mentono si sarebbero con più probabilità preparati la risposta in anticipo, quindi di conseguenza arricchirebbero il racconto con di dettagli non richiesti, a differenza di quanto avviene per risposte a domande inaspettate, che sarebbero molto meno dettagliate. É possibile evidenziare che soggetti colpevoli affronterebbero il colloquio con una serie di strategie diverse rispetto ai non colpevoli.

Con tali studi non si vuole suggerire che le teorie del carico cognitivo e quelle dell’attivazione e dei livelli di ansia sarebbero mutualmente esclusive, ma nel caso dell’approccio cognitivo, l’ansia risulterebbe un effetto secondario, presente sia in coloro che mentono che in coloro che dicono la verità, ma temono di non essere creduti.

Corso Comunicazione Non Verbale

 

[1]Ekman P. (2015) “I volti della menzogna” Giunti Editore, Firenze

[2]Anolli, L. (2003) “Mentire” Editore il Mulino, Bologna

[3]Thuernau, V. (2017) “L'inganno del crimine: Il linguaggio del corpo in ambito criminologico” In: Rivista italiana di antropologia applicata, Anno III Edizione II pp. 38-52

[4]Chovini M. “La menzogna: indizi verbali e non verbali nell'interrogatorio del sospettato” Associazione nazionale criminologi e criminalisti

[5]Merzagora  (1987) “Il colloquio criminologico”, Unicopli, Milano

[6]Vrij A. Caso L. (2009) “L'interrogatorio giudiziario e l'intervista investigativa” Il Mulino, Bologna

[7] Strano M. (2003) “Manuale di criminologia clinica” SEE Società Editrice Europea di Nicodemo Maggiulli &C snc, Firenze

[8]Bartlett, F.C. (1932) “Remembering: An experimental and social study” Cambridge University Press

[9]Gulotta G. Zettin M. (1999) “Psicologia giuridica e responsabilità” Giuffrè, Milano

[10]Jelovcich M. (2010-2014) “Il Facial Action Coding System: pseudoscienza o metodo affidabile per accertare l'attendibilità del contributo dichiarativo?” Diritto penale contemporaneo

[11]Vrij A. Granhag P.A. (2012) “Journal of Applied Research in Memory and Cognition”  110-117

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