Etnopsichiatria: il punto di vista di Frantz Fanon e Henry Collomb:

marzo 18th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Culturale

etnopsichiatriaIn questo statuto mentale delle colonie dove le dimensioni storiche e sociali della sofferenza o i drammi psicologici generati dalla situazione coloniale venivano offuscati da spiegazioni che tiravano in ballo la follia e la differenza culturale dei popoli colonizzati come spiegazioni alla base dei comportamenti e dei fenomeni osservati, gli scritti di Frantz Fanon (1925-1961), psichiatra, scrittore e filosofo francese, segnano una discontinuità epistemologica. Dopo qualche anno di pratica a Bildà, vicino ad Algeri, Fanon decise di dare le dimissioni perché secondo lui tra medici colonizzatori e pazienti colonizzati non vi può essere relazione alcuna, la volontà di umiliazione dei primi soffoca ogni parola rendendo l’incontro tra i due impossibile in qualsivoglia situazione. Fanon si trova a dover fare i conti con i lavori della scuola di Algeri o i testi di Carothers e di Octave Mannoni: egli ha quindi di fronte questi autori e ci dice che quest’etnopsichiatria, così formulata, così intrisa di giudizi razziali, e così indissolubilmente legata ad un progetto politico-coloniale dell’epoca (per dare un esempio: agli psichiatri e agli psicologi, ritenuti detentori di cultura, veniva chiesto come sedare le rivolte, come meglio dominare quella massa di indigeni indisciplinati e pigri), non serve, è inutile. Fanon non può che criticare questo sistema, ed è su queste critiche che si viene a fondare l’etnopsichiatria contemporanea.

Lo psichiatra francese analizza le relazione tra bianchi e neri, tra coloni e colonizzati e riferisce le forme mascherate (e non ) del razzismo e le dinamiche psicologiche caratteristiche del contesto coloniale, dove l’alienazione era esperienza comune, e il senso di colpa o di inferiorità, erano da riferirsi meno alla presenza o all’assenza di temi depressivi o di un Super-Io nella popolazione africana quanto piuttosto alla particolare e violenta situazione in cui si erano trovati a dover vivere. Lo psichiatra francese, muovendosi in questo sistema di critica della psichiatria dell’epoca, si vede sostenitore delle tesi secondo cui il comportamento del nordafricano provocava spesso nel personale medico diffidenza per ciò che concerne la realtà della malattia, spesso si pensava a simulazioni; inoltre, reduce dal trattamento di responsabili di atti criminali e dell’osservazione di comportamenti di negazione da parte di questi, piuttosto che catalogare l’africano come “menzognero” intese il silenzio e la negazione del nordafricano come detentori di un significato politico, come il rifiuto di partecipare alla cultura del colonizzatore, ai suoi valori, alla sua legalità ed espressione dunque di una forma di resistenza. Riconosce inoltre il bisogno di costruzione di un nuovo approccio diagnostico, un approccio situazionale, che situi il problema clinico in contesti di vita che rimangono spesso sorprendentemente ignorati. Con Fanon si vede quindi l’emergere di un’etnopsichiatria autoriflessiva, rivolta cioè a considerare non solo i modelli di malattia e di cura di altre società, o l’influenza della cultura sul comportamento, ma le categorie della psichiatria occidentale e quindi ad analizzare criticamente le matrici sociali e politiche della diagnosi della cura, l’ideologia dei dispositivi terapeutici e delle categorie psichiatriche occidentali e il loro grado di applicabilità in altre società:

Una psichiatria in grado di liberare l’uomo, capace di farlo sentire a proprio agio nel suo ambiente di vita [..] non poteva però essere realizzata in un contesto caratterizzato dalla violenza, dalla tortura, dall’alienazione, dentro una situazione come quella coloniale che proprio l’umanità dei colonizzati voleva negare. La scelta di Fanon parla di questa impossibilità. (Beneduce,2007, p. 113)

Sempre in questo scenario coloniale, un’altra lampadina si accende in Senegal grazie ad Henry Collomb, fra i primi a realizzare la consapevolezza che altri modelli di diagnosi e di cura si rendono necessari per le culture altre, nel caso di Collomb in Africa.

Egli nasce nel 1913 a Valbonnais, in Francia. A ventitré anni si laurea alla scuola di medicina militare della marina e sceglie di specializzarsi in psichiatria. Nel 1938 è però inviato a Gibuti, e in Africa orientale dove resterà dieci anni senza mai rientrare in Francia, lavorando come medico. Ha quindi la possibilità di apprendere l’arabo, di occuparsi degli espatriati e nel trattare i problemi sanitari della popolazione locale: ciò gli permette di familiarizzare con altri codici della malattia e della cura, con altri significati della sofferenza. Dopo una nuova missione in Indocina rientra in Francia per poi essere chiamato alla cattedra di Psichiatria della facoltà di medicina a Dakar. Là, Collomb non vuole esportare la psichiatria occidentale, non vuole colonizzare la follia ma mettersi all’ascolto dei saperi e dei terapeuti locali:

L’etnopsichiatria non è lo studio comparativo delle malattie mentali nelle diverse società e culture. È il modo in cui società e culture si difendono contro la follia, riducono o penetrano la distanza tra il folle e il non folle. L’etnopsichiatria diventa ad una stesso tempo un modo di comprensione dei malati mentali e una pratica per guarire i malati, comprensione e pratica proprie di ciascuna cultura o società. ( Collomb, cit. in Boussat, 2002, p. 419)

L’assistenza terapeutica viene quindi completamente rimodellata: una divisione del servizio di psichiatria decide di organizzarsi sull’esempio del “villaggio terapeutico”, eleggendo un leader come i villaggi locali eleggevano un capo villaggio. La filosofia di base è non isolare il malato dal suo ambiente familiare e sociale, ma lavorare perché egli partecipi a pieno titolo alla vita ordinaria della sua comunità. L’equipe diretta da Collomb è composta da etnologi, filosofi, psicoanalisti, psicologi, psichiatri ed etnolinguisti sia francesi che senegalesi: un approccio pluridisciplinare. La cura della malattia mentale è ispirata dalla volontà di costruire uno spazio di ascolto e di intervento che non risulti estraneo al paziente e non generi l’esperienza di alienazione vissuta nelle istituzioni coloniali. La ricerca svolta da questa equipe pluridisciplinare non è priva di ombre e di limiti ma segnerà una svolta nella storia etnopsichiatrica: oltre all’innovativo approccio, uno spazio nuovo viene riservato ai guaritori. Collomb riconosce al guaritore una conoscenza empirica, tecniche particolari e una sensibilità propriamente psicologica. La sua è una conoscenza appresa al prezzo di sofferenze e sacrifici, solitamente un’esperienza iniziatica da cui deriva un potere terapeutico che nasce dalla presa di coscienza dei propri limiti e dei propri conflitti. Quindi l’etnopsichiatria da un lato nasce dal tentativo di fare scienza della psiche vedendo se altrove gli umani “reggono” le nostre categorie (quelle occidentali) e i nostri modelli e come funzionano in contesti diversi, e dall’altro dal fatto che si è constatato che altri sistemi all’interno delle loro culture sono più operativi, funzionano meglio, hanno la stessa dignità epistemologica, la stessa coerenza che possono avere la psichiatria o la psicologia nel nostro mondo.

George Devereux, certo dell’universalità della psiche descritta da Freud e seguaci, critica Collomb e la pratica corrente che consiste nell’utilizzare degli stregoni guaritori come terapeuti in certi ospedali psichiatrici dei paesi detti sotto-sviluppati e di chiamarli “colleghi”. (Devereux, 1961, p.47)

Tra i suoi allievi è stato Tobie Nathan a fare il passo che Devereux, per via delle sue appartenenze mitteleuropee, non aveva potuto fare. Ci inoltriamo così in territorio francese, arrivando alle origini dell’etnopsichiatria contemporanea.

di Alessia Maccarrone

alessia maccarrone

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