La Psicologia Oscura dei Social Network

settembre 20th, 2016 | Posted by Igor Vitale in Relazioni Interpersonali | Tecniche di Comunicazione

lato oscuro social network

La natura ibrida dei social network, che è allo stesso tempo sia digitale sia reale, può creare opportunità, ma anche nuovi problemi. I comportamenti disfunzionali attivati dai social network, non sempre visibili, sono i seguenti:

  • Cambiamento di identità: oggi la maggior parte dei social network come Facebook prevede l’utilizzo di nome e cognome da parte degli iscritti, ma siccome non possiamo guardare negli occhi l’altra persona, questo non implica necessariamente che la persona con cui interagiamo ci stia mostrando la sua vera identità. Infatti molti soggetti adottano identità fittizie caratterizzate da un sesso differente (gender swapping) oppure impersonano personaggi famosi (fake). L’obiettivo di questi individui è quello di entrare in contatto con altre persone per un eventuale incontro o per conoscere meglio sentimenti, gusti e amici degli altri. C’è anche chi lo fa per il puro piacere di fingersi qualcun altro.
  • Comportamenti aggressivi: i più comuni sono il troll, che consiste nell’interagire con gli altri, nel social network, tramite messaggi provocatori, paradossali, irritanti, fuori tema o senza senso, con il solo obiettivo di fomentare gli animi e disturbare la comunicazione. Un chiaro esempio è rappresentato dalla creazione di pagine Facebook dal titolo “Falcone e Borsellino falsi eroi” o “Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down”. Questa cattiva “ironia” ha lo scopo di suscitare indignazione e attirare l’attenzione su di sé o sui temi presentati.
  • Stalking: consiste nell’uso del social network per perseguitare un determinato soggetto, spesso per motivi futili.
  • Sexting: chiamato così dall’inglese sex > sesso e texting > invio di messaggi, consiste nella trasmissione mediante social network di immagini e/o video a sfondo sessuale di persone conosciute personalmente. È frequente tra i giovani e può essere utilizzato in forme di cyberbullismo.
  • Violazione o manipolazione dell’informazione: ne fanno parte l’hacking, lo spywar, il phishing e il lurking. Con il primo termine si intende il tentativo di penetrare nei profili altrui, la creazione di virus o di applicazioni che cercano di inserirsi in altre applicazioni al fine di modificare i dati che vi sono presenti. Il secondo termine si riferisce alle applicazioni che raccolgono informazioni riguardanti l’attività e le preferenze di un utente, senza il suo consenso. Il phishing è l’ottenere l’accesso a informazioni di tipo personale attraverso comunicazione fasulle che imitano grafica e contenuti di siti istituzionali. Infine, il lurking avviene quando si visitano profili altrui, senza che l’utente proprietario abbia dato l’autorizzazione o ne sia consapevole.
  • Abuso e distribuzione dell’informazione: qui rientra lo scambio di programmi commerciali, canzoni, film protetti da copyright e l’invio di messaggi non desiderati (spam) spesso di tipo commerciale.

La domanda che ci poniamo è la seguente: come mai i social network sono in grado di attivare così tanti comportamenti disfunzionali? Uno dei motivi principali è l’anonimato, anche se questo è alquanto paradossale, dato che i social network sono nati proprio con l’intento di evitare questo problema. Trovare conoscenti, amici, parenti su Facebook è molto semplice perché basta digitare nome e cognome del soggetto con cui si desidera avere un’interazione. Tuttavia, non si può avere alcuna garanzia sull’identità sessuale e personale della persona con la quale stiamo interagendo. Di fatto, nei social network è sempre più complicato individuare l’identità altrui, proprio perché quest’ultima coincide con le affermazioni dell’utente, ma non sappiamo mai chi si cela dietro le dichiarazioni aperte. Un altro motivo è il desiderio di riconoscimento o di rivalsa che la struttura del social network è in grado di amplificare. Secondo Pravettoni alla base dei comportamenti aggressivi ci sono due cause:

  1. Un bisogno frustrato (non esserci) che nasce dal desiderio di entrare a far parte di una specifica comunità
  2. Il desiderio di essere visibile (voler esserci), cioè essere considerato da parte degli altri soggetti della comunità presente.

Chi mette in atto comportamenti di tipo aggressivo, che sfociano nel troll, solitamente è una persona che non si sente accettata dalla comunità o che mira a entrare in una specifica comunità e che, dunque, tenta di attirare in tutti i modi l’attenzione su di sé. Al contrario il soggetto che si trova in un contesto non particolarmente interessante o che ignora le sue provocazioni tenta di uscire e, il più delle volte, lo fa con una scarica finale di insulti. Il social network è la piattaforma ideale per aumentare il desiderio di essere riconosciuti e di diventare una celebrità, amplificando così il narcisismo e la vanità personale. Abbiamo visto come all’interno del social network si possa controllare e definire la propria identità sociale, ma se questo ne rappresenta l’aspetto positivo, c’è da notare anche la rilevanza di due problemi: l’instabilità e la mancanza di sicurezza. Nonostante gli sforzi fatti per decidere come presentare la propria immagine, qualcuno potrebbe modificarla. Stiamo parlando del fenomeno del tagging (etichettare). L’essere taggati su Facebook comporta il fatto che un contenuto multimediale in cui siamo presenti (foto) o siamo citati (testo), ma che non abbiamo scelto di condividere, apparirà nel nostro profilo. Come sottolinea Riva: “Il risultato finale è un’identità fluida, che è allo stesso tempo flessibile ma precaria, mutevole ma incerta”1.

Oltre ai comportamenti disfunzionali e all’identità fluida emerge un altro problema che deriva dall’uso massiccio dei nuovi media: l’analfabetismo emotivo. Con l’espressione analfabetismo emotivo si intende:

  1. La mancanza di consapevolezza e quindi di controllo delle proprie emozioni e dei comportamenti a esse associati
  2. La mancanza di consapevolezza delle ragioni per le quali si prova una certa emozione
  3. L’incapacità a relazionarsi con le emozioni altrui – non riconosciute e comprese – e con i comportamenti che da esse scaturiscono.

L’analfabetismo emotivo rende più precarie e leggere le relazioni sociali ed è legato alla maggiore quantità di relazioni mediate rispetto a quelle dirette. Il grande assente in queste dinamiche è il corpo, poiché ogni azione è mediata e anche le stesse emozioni sono disincarnate. Tutto ciò priva il soggetto di un grande punto di riferimento nel processo di apprendimento, così l’individuo si trova in una condizione in cui non è in grado di comprendere le proprie emozioni e quelle degli altri. Gli effetti portano al disinteresse emotivo e, nei casi più gravi, possono condurre alla psicopatia.
Da un punto di vista relazionale, il social network ha indotto due nuovi fenomeni: l’invidia digitale e l’indebolimento dei ruoli. Un elemento che caratterizza i social network (e più i generale i nuovi media) è la riduzione delle distanze interpersonali, come dimostra il fatto che basta aprire Facebook per sapere tutto di tutti e riuscire a contattare le persone che ci interessano. Questa possibilità nasconde anche due aspetti negativi: l’aumento del pettegolezzo (gossip) che può facilitare la creazione di stereotipi e pregiudizi, portando poi al cyberbullismo, e l’altro è proprio l’invidia digitale che può nascere dal confronto sociale con i propri legami deboli. Infatti più il legame è forte, minore è l’invidia che si prova, ma i social network non differenziano i legami forti (amici veri) da quelli deboli (conoscenti) e questo produce un aumento dell’invidia digitale.
Una ricerca ha dimostrato che la valenza emotiva dei post nei social network può provocare un effetto di contagio emotivo. In particolare, è stato riscontrato che vedere persone che nella propria bacheca di Facebook postano sempre e solo contenuti positivi in cui mostrano la propria felicità induce i lettori a credere che “l’erba del vicino è sempre più verde”. È in questo modo che dai legami deboli nasce l’invidia digitale: dal fatto che questi individui tendono a considerare i propri amici come persone più felici e fortunate di loro, in base al contenuto positivo che mostrano nei social network.
Nella vita reale la relazione con i legami deboli è di solito regolata dai ruoli, che dipendono dal contesto. Ad esempio: sono docente all’interno della scuola, genitore con i genitori degli amici di mio figlio, sono tifoso quando vado allo stadio.
Il problema dei social network è la mancanza di distinzione tra gli amici (quelli veri e i conoscenti) che impedisce di dividere tanto questi ruoli con i membri della rete di riferimento quanto i contesti. Bisogna fare attenzione a quello che pubblichiamo sui social network, in quanto le tracce delle diverse identità lasciate nel mondo online creano una memoria storica, che non scompare neanche quando il soggetto vorrebbe e che può essere usata da altri per diversi scopi, come ad esempio quello professionale. Infatti un datore di lavoro può consultare il profilo Facebook del candidato e attraverso questo capire e valutare se è la persona giusta da assumere o, nel peggiore dei casi, da licenziare.
È stato riscontrato che avere come “amici” su Facebook i propri genitori, parenti, fratelli e colleghi di lavoro genera maggiori stress.
Quest’ultimo aspetto non dipende solo dai vari ruoli, ma anche da un altro aspetto negativo del social network che è l’eccesso di informazione (information overload) che troviamo al suo interno.
L’enorme quantità di informazioni presente nel social network richiede al soggetto un’ottima capacità di gestione. Sappiamo che superato un certo livello, l’informazione non contribuisce più a migliorare la qualità di vita, ma la peggiora, costringendo l’utente ad analizzare l’informazione per trovare dati rilevanti.
Dal punto di vista psicologico l’eccesso di informazione conduce a due conseguenze:
1. L’ansia da mancanza di informazione sufficiente: si verifica quando il soggetto fa difficoltà a trovare notizie significative e tenta così di allargare le proprie fonti informative. Un tipico esempio è quando si controlla il proprio profilo ogni cinque minuti e in caso di assenza di messaggi si verificano comportamenti ansiosi. 2. Il disinteresse o rifiuto dell’informazione: avviene quando vi sono troppe informazioni e tra loro contrastanti, così se non si trova subito l’informazione cercata il soggetto si scoraggia e tende a lasciar perdere.
Se fino ad adesso ci siamo occupati di tutti quegli aspetti negativi che i social network racchiudono, ora per avere un quadro ancora più completo non possiamo non parlare della dipendenza dall’uso dei social network.
Dal 2009 i social network sono diventati una meta prediletta su Internet, con un tempo di permanenza media che supera le cinque ore al giorno.
Se un uso moderato del social network, che corrisponde a circa due ore al giorno, può portare a un aumento di produttività, il superamento di questa soglia può nascondere un disturbo di dipendenza da Internet, che va a influenzare la produttività individuale e le relazioni.
Il disturbo di dipendenza da Internet (Internet Addiction Disorder) è un disturbo psicofisiologico che comporta: dipendenza, perdita delle relazioni interpersonali, modificazioni dell’umore, alterazioni del vissuto temporale e attenzione orientata all’utilizzo compulsivo del mezzo.
Molti autori concordano sul fatto che l’Internet Addiction Disorder non sia uno specifico disturbo, ma una sindrome composta da diverse tipologie di disturbi.
Cantelmi parla di Internet Related Psychopathology in cui troviamo disturbi con caratteristiche simili, tutti riferiti alla dipendenza da Internet, ma caratterizzati da tratti differenti come: Friendship addiction: dipendenza dalle relazioni online

  • Cybersexual addiction: dipendenza dal sesso online
  • Muds addiction: dipendenza dall’uso dei Mud (videogiochi di ruolo, all’interno di vere e proprie comunità virtuali)
  • Compulsive online gambling: gioco d’azzardo compulsivo online.

Siccome esistono diversi disturbi originati dalla dipendenza da Internet è più corretto parlare di “psicopatologia dei nuovi media”, concetto che include tutti i fenomeni riguardanti l’uso patologico e compulsivo dei nuovi media, inclusi quindi i social network.
Il romanzo di Alessandro Ferrari, dal titolo Facebook: domani smetto ci fa capire come questa dipendenza abbia effetti negativi non solo sul soggetto stesso, ma anche sulla realtà intorno a lui. Come nel romanzo, accade anche nella vita reale che degli individui siano completamente assorbiti dall’interazione nel e con il social network, al punto di arrivare a perdere amici, partner e lavoro.
Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV-TR) che ha lo scopo di classificare i vari disturbi in base ai sintomi, quello di dipendenza da Internet e dai social network richiede la presenza di almeno cinque degli otto criteri indicati di seguito:

  1. Il soggetto è eccessivamente assorbito dai media digitali
  2. Il soggetto ha bisogno di passare nei media digitali quantità crescenti di tempo per raggiungere l’eccitazione desiderata
  3. Il soggetto ha ripetutamente tentato senza successo di controllare, ridurre o interrompere l’esperienza dei media digitali
  4. Il soggetto è irrequieto o irritabile quando tenta di ridurre o interrompere l’esperienza dei media digitali
  5. Il soggetto è rimasto nel cyberspazio più tempo di quanto previsto inizialmente
  6. Il soggetto ha messo a repentaglio o perso una relazione significativa, il lavoro, oppure opportunità scolastiche e di carriera per utilizzare i media digitali
  7. Il soggetto mente ai membri della famiglia, al terapeuta o ad altri per occultare l’entità del proprio coinvolgimento con i media digitali.
  8. Il soggetto usa i media digitali per sfuggire a problemi o per alleviare un umore disforico (per esempio, sentimenti di impotenza, colpa, ansia e depressione)3.

Una diagnosi basata su questi otto criteri proposti da Young risultava troppo ampia e poco precisa, così successivamente Beard e Wolf hanno reso più restrittiva la diagnosi considerando tutti i primi cinque criteri, più un altro tra gli ultimi tre.
La quinta edizione del Manuale diagnostico dei disturbi mentali, invece, non ha aggiunto la dipendenza dalla rete o dai social network tra le patologie, ma ha posto l’attenzione solo su un aspetto specifico di questo disturbo: la dipendenza dal gioco online.

Articolo di Francesca Cirelli

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