Tecniche Psicologiche di Interrogatorio in Italia

luglio 25th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Criminologia

Con il termine «interrogatorio» si fa riferimento a un «processo di valutazione di un sospetto, di una vittima o di un testimone, attraverso la formulazione di opportune domande, al fine di trarre informazioni o correlare dati che possono essere utilizzati per la soluzione di un delitto» (Picozzi e Zappalà 2002, p. 327).

Con l’interrogatorio la polizia giudiziaria attua «un processo di valutazione su un possibile sospettato, dal quale si prefigge di ottenere una
confessione o quantomeno di ricercare elementi che confermano l’ipotesi delineatasi sulla possibile colpevolezza dell’interrogato» (Donato 2010, p.43).

A parere di Donato (2010), l’interrogatorio rappresenta uno dei principali mezzi di acquisizione di informazioni testimoniali e riguarda
principalmente non quello che è successo, ma quello che viene raccontato di ciò che è avvenuto.

L’Art. 64 c.p.p. recita che:

  1. La persona sottoposta alle indagini, anche se in stato di custodia cautelare (284-286) o se detenuta per altra causa interviene libera
    all’interrogatorio (350-1) salve le cautele necessarie per prevenire il pericolo di fuga o di violenze (474).
  2. Non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interrogata, metodi o tecniche idonei a influire sulla libertà di
    autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti (188).
  3. Prima che abbia inizio l’interrogatorio, la persona deve essere avvertita che, salvo quanto disposto dall`art. 66 comma 1, ha facoltà di non rispondere (2104) e che, se anche non risponde, il procedimento seguirà il suo corso.

Il colloquio criminologico investigativo

«Per colloquio criminologico investigativo intendiamo l’intervista fatta ad un presunto autore di crimine per ottenere informazioni utili al prosieguo delle indagini o ad ottenere una confessione normale» (Strano, 2003).

In questo specifico setting, Strano (2003) nel suo libro dichiara che, vi sono due distinte dinamiche attinenti ai due interlocutori impegnati nel colloquio:

  1. Strategie dell’intervista per non rivelare la realtà fornendo una versione artefatta ma attendibile;
  2. Strategie dell’investigatore per rilevare i segni della menzogna e per convincere il sospetto a dire la versione reale dei fatti.

Diversi sono i metodi per far sì che una persona dica ciò che non direbbe mai, in uno stato mentale cosciente normale.
Tra questi Cannavicci (2006) ne ricorda alcuni:

  1. Esagerare o minimizzare la gravità: suggestionare il soggetto sulla presunta gravità di un reato di poco conto, intimorendolo, o al contrario rendendo banale un grave reato come fosse cosa da poco, illudendo o rassicurando il soggetto che non sarà punito;
  2. Suggerire una motivazione positiva: ad esempio dicendo che la vittima si è provocata da sola ciò che è successo; in altre parole solidarizzando con la persona;
  3. Richiamare la sua attenzione su inesistenti tremore, sospiri fremiti, carenze di salivazione, pallori, rossori, come prova della sua colpevolezza;

Oltre a queste “tecniche” di suggestione, ve ne sono altre che, in Italia sono vietate ex c.p.p., ma che in America vengono insegnate alle scuole dell’FBI. Queste sono:

  1. Knowledge bluff: che interroga comunica dettagli con il finto atteggiamento di saperne molto di più, facendo credere all’interrogato di avere delle notizie, da altre fonti, che in realtà non si hanno;
  2. Fidex line-up: indicazione del sospettato come colpevole da parte di finti
    testimoni;
  3. Riverse line-up: l’interrogato viene falsamente accusato da parte di simulati testimoni di un reato molto più grave di quello di cui è sospettato;
  4. Bluff on a split pair: mettere in mano all’indagato una finta confessione dattiloscritta del complice, che lo accusa della responsabilità del reato commesso;
  5. Il dilemma del prigioniero: se gli imputati sono due, metterli uno contro l’altro, facendo credere a ciascuno che l’altro ha confessato, accusandolo di correità, e sfruttando quindi la reciproca mancanza di fiducia (Cannavicci, 2006).
Corso in Tecniche di Riconoscimento della Menzogna

 

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