Psicologia dell’empatia

dicembre 23rd, 2017 | Posted by Igor Vitale in Psicologia dello Sviluppo

Manifestazioni di empatia a partire dal secondo anno

I mutamenti principali del senso di sé avvengono verso la metà del secondo anno di vita. Per la prima volta, il bambino è in grado di riconoscersi allo specchio.

Questo sé allo specchio (mirror-self) indica che il bambino sente il proprio corpo come un oggetto che può essere rappresentato in una forma separata dal sé soggettivo cinestetico, e probabilmente come un oggetto che gli altri possono vedere. La consapevolezza di sé richiede la capacità di gestire le rappresentazioni secondarie: il riconoscimento di sé consiste proprio nel coordinare l’immagine speculare, che è una rappresentazione di primo livello, al sé oggettificato , che è una rappresentazione di secondo livello, cioè un modello mentale di se stessi che può essere manipolato. In questa prospettiva, la consapevolezza di sé non è legata a una definizione di sé di natura linguistica.

La letteratura mostra, tuttavia, una particolare attenzione all’emergere nel lessico del bambini dei primi riferimenti alla propria menta e soggettività. Sostanzialmente si possono distinguere due filoni di ricerca: il primo sottolinea il ruolo del linguaggio; il secondo sostiene, invece, che la padronanza linguistica dei riferimenti a sé e alle persone necessita di una pre-esistente teoria di sé come distinto dagli altri.

Alcuni lavori hanno indagato nello specifico l’utilizzo dei pronomi personali (io, me, mio) ed, in generale, emerge che il riconoscimento di sé è seguito dal riferimento di sé. Pipp, Fischer e Jennings (1987) hanno osservato 72 bambini dai 6 ai 41 mesi in una serie di prove di riconoscimento (tra cui la “prova della macchia” e l’uso dei pronomi “me”, “mio”) e nell’85% dei casi il riconoscimento di sé precedeva l’uso dei pronomi.

La prova della macchia consiste nello sporcare con un ombretto colorato, inodore, e impercettibile al tatto la guancia o la fronte di un bambino senza che lui se ne accorga o si veda allo specchio. Successivamente un’osservatrice gioca con il bambino per vedere se si tocca in viso prima dell’inizio della prova vera e propria. Viene poi richiamata l’attenzione del bambino davanti ad uno specchio: se non presta attenzione all’immagine riflessa, l’osservatrice indica verso il riflesso dicendo “Che cosa c’è lì?”. Se egli non guarda o reagisce all’immagine, l’osservatrice gli offre un fazzoletto, sorridendo, ma senza dirgli nulla. La prova termina quando l’osservatrice o il genitore pulisce il viso del bambino.

Viene considerata superata se il bambino tocca o indica la macchia, la pulisce oppure usa alcune parole che denotano chiaramente che ha
visto la macchia su di sé (“pulisci”, “sporco”, ecc.) e contemporaneamente indica o mostra il proprio corpo e non il riflesso.

Verso la fine del secondo anno di vita i bambini cominciano anche ad essere consapevoli che gli altri hanno stati interni (pensieri, sentimenti, desideri) e che tali stati possono, talvolta, differire dai loro. Ciò, naturalmente, fa sì che la risposta empatica dei bambini aderisca più fedelmente ai sentimenti e ai bisogni degli altri nelle diverse situazioni, e che i bambini aiutino gli altri con maggiore efficacia. La transizione dalla sofferenza empatica quasi-egocentrica a quella “veridica” è illustrata da Hoffman con il caso di David, un bambino di due anni che, per confortare un amico in lacrime che si era fatto male mentre i due si disputavano un giocattolo, gli diede il proprio orsacchiotto di pezza.

Siccome il tentativo non ebbe successo, David si fermò un momento, poi corse nella stanza accanto e ritornò con l’orsacchiotto del suo amico, il quale lo strinse tra le braccia e smise di piangere.

Il porgere all’amico il proprio orsacchiotto è un esempio tipico di empatia quasi-egocentrica, ma egli si dimostrò capace di usare la retroazione correttiva (l’amico aveva continuato a piangere). Ciò significa che David era abbastanza sviluppato cognitivamente per chiedersi perché il suo orsacchiotto non valeva a calmare il pianto del suo amico, riflettere sul problema, e concludere che il suo amico avrebbe preferito (al pari di David) il proprio orsacchiotto.

L’empatia veridica è importante perché, a differenza degli stadi precedenti, che hanno vita breve e vengono meno nel momento in cui cedono il passo agli stadi successivi, questo stadio racchiude tutti gli elementi dell’empatia matura e continua a crescere e a svilupparsi per tutta la vita.

Nella sua forma compiuta, permette al bambino non solo di esperire il proprio corpo come un oggetto che può essere rappresentato fuori del suo sé soggettivo cinestetico (il sé allo specchio), ma anche di esperirlo come qualcosa che contiene (ed è guidato da) un sé mentale interno, un io che pensa, sente, pianifica e ricorda.

Questo sé riflessivo include la conoscenza che siamo separati dagli altri non solo sul piano fisico, ma anche sul piano dell’esperienza interna.

Da principio, i sentimenti cui i bambini possono rispondere empaticamente sono semplici (come nella storia degli orsacchiotti), ma poi, comprendendo meglio le cause, le conseguenze e i correlati delle emozioni, essi possono rispondere empaticamente a sentimenti di sofferenza altrui sempre più complessi.

Solo con lo sviluppo del linguaggio, verso i 3 anni e poi con la comparsa di una forma di pensiero più decentrato verso i 6-7 anni si sviluppano nei bambini capacità empatiche più mature. Con esse aumenta la capacità, mediata dal linguaggio, di assumere una differenziazione fra gli stati mentali propri e altrui.

In adolescenza, infine, si svilupperebbe un’empatia che, oltre alla situazione contingente, valuterebbe le generali condizioni di vita e la persona nella sua globalità integrando valori e giudizi morali.

Le prime forme di empatia secondo Hoffman non sono soppiantate da quelle più sofisticate ma permangono insieme: le espressioni non verbali di sofferenza sono quelle che continuano a suscitare forme di contagio empatico e involontario anche nell’adulto.

Invece, empatizzare con richieste emotive o tener conto del racconto di terzi piuttosto che della nostra conoscenza personale richiede competenze emotive e cognitive più mature che consentano di immedesimarsi nella sofferenza altrui in qualità, ma non in quantità, senza cioè farla propria, ma mantenendo un sufficiente distacco per poter fornire l’aiuto necessario. Si parla allora di empatia vera e propria.

Quindi, l’empatia si afferma verso la metà del secondo anno di vita, attraverso l’uso di atti vicarianti di tipo prosociale, svolti in occasione di esperienze emozionali di disagio manifestate da un’altra persone, atti di natura verbale e non verbale che via via diventano più sofisticati. Le differenze individuali possono essere spiegate da diversità legate ad aspetti temperamentali
del bambino. Si ritiene tuttavia che le differenze possono essere fatte risalire al
tipo di interazioni presenti in famiglia (Zhan-Waxler, Radke-Yarrow, King,1979).

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