Tecniche di Terapia Strategica applicate all’ipnosi

febbraio 14th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Ipnosi | Psicologia Clinica

Negli stessi anni in cui Erickson operava, la Scuola di Palo Alto stava sviluppando concezioni teoriche molto vicine alle sue (Watzlawick, Beavin, & Jackson, 1967).

L’approccio terapeutico ericksoniano presentava punti d’intersezione con l’approccio sistemico strategico che si stava delineando nella Scuola e a cui lo stesso Erickson diede un notevole contributo.

Il termine “strategico” si riferisce alla strategia specifica e unica, che il terapeuta elabora per ogni singolo paziente.

L’intervento viene collocato nel qui e ora (hic et nunc) perché, come lo stesso Erickson affermava, l’obbiettivo principale della terapia non dev’essere quello di far luce nell’immutabile passato ma deve, invece, concentrarsi sul problema che esiste ora, nel momento attuale. In altre parole non ci si focalizza sul “perché” ma sul “che cosa”, cioè su quella che è la situazione problematica in questo determinato momento e su ciò che avviene nel qui ed ora. (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1974).

Allo stesso modo nella cibernetica quando si parla di trasformazione si specifica “che cosa” avviene e non il “perché” del cambiamento.

Haley aggiunge l’aggettivo “breve“ alla terapia strategica, in quanto essa non supera solitamente le venti sedute (Haley, 1963).

Il concetto di “sistema” è stato formulato da Von Bertanlaffy (1968) e approfondito dalla scuola di Palo Alto, sede di attività di ricerca sui processi di comunicazione e d’interazione (Watzlavick, Beavin, & Jackson, 1967), infine applicato alla terapia del singolo e della famiglia, in quanto anch’essi considerati come sistemi, cioè strutture coese e coerenti costituite da elementi in interazione tra loro e con il contesto, e in costante evoluzione.

Il paziente che si rivolge a uno psicoterapeuta perché prova un disagio che non riesce ad affrontare o superare da solo, viene considerato un “sistema” bloccato nel suo processo di evoluzione, che difende la sua omeostasi.

Questo blocco si origina dai tentativi infruttiferi di soluzione del problema da parte del paziente: malgrado i suoi sforzi, il problema persiste.

Ciò è dovuto alla ricerca da parte del soggetto della soluzione al problema all’interno del suo modello del mondo, che è lo stesso che ha generato il sintomo.

Il suo accanimento nel cercare una soluzione, può essere visto come l’assunzione di dosi sempre maggiori di uno stesso rimedio non curativo, come accade quando la moglie dell’alcolizzato protesta e grida, spingendo il marito a bere ancor di più, il che aumenta l’ira e il disprezzo della moglie e, di conseguenza, incrementa l’alcolismo del marito in un circolo chiuso (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1974).

Perché il paziente trovi una soluzione al suo problema, è necessaria una ridefinizione della rappresentazione della realtà.

A questo proposito la Scuola di Palo Alto, in accordo con i metodi utilizzati dallo stesso Erickson, ricorreva a tecniche definite “paradossali”, che apportavano un cambiamento qualitativo e sorprendentemente rapido anche in soggetti fortemente resistenti (Weeks & L’Abate, 1982).

Non tutti i disagi infatti possono essere risolti in modo logico e semplice, mantenendo invariato un sistema. Anche se a volte questo è possibile, come quando sopraggiunge l’inverno e ci si veste sempre di più man mano che aumenta il freddo, combattendo un elemento con il suo opposto, opponendo in questo caso il caldo al freddo.

Altre volte però ci si imbatte in problemi che non sono risolvibili allo stesso modo, anzi applicandovi le soluzioni che normalmente e logicamente si utilizzerebbero nel quotidiano, non si fa altro che andare ad incrementare proprio ciò che si vorrebbe risolvere, e invece di giungere al cambiamento desiderato, si incrementa il problema stesso.

Per esempio la piaga sociale dell’alcolismo, non può essere combattuta con il proibizionismo, perché questo non fa altro che aggravare la situazione: gli alcolisti aumentano, nasce il contrabbando illegale, la qualità del prodotto venduto diminuisce, i costi per ovviare ai disagi che ne conseguono aumentano notevolmente.

Altro esempio è quello del depresso. Ragionevolmente, i suoi amici e parenti tentano di tirarlo su di morale, di farlo sorridere, di cercare di fargli coraggio ma il loro intervento, sortirà l’effetto contrario di quello desiderato.

Il soggetto si sentirà sempre più colpevole, inadeguato, fallito e comincerà a nutrire astio e risentimento nei confronti di chi tenta di confortarlo (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1974).

Quindi è la soluzione stessa che può portare alla creazione, all’esasperazione o comunque al mantenimento del problema. Molte spesso più ci si prodiga nel tentativo di risolverlo, più il problema aumenta.

Esistono pertanto problemi che richiedono che vengano utilizzate regole non conformi alla norma. La soluzione sarà, in questo caso, “di un tipo logico diverso da qualsiasi mossa che si compie all’interno del gioco” (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1974, p. 37).

Il cambiamento trasgredirà, quindi, la logica del sistema del paziente e apparirà come imprevedibile, brusco, irrazionale, comparabile a una rivoluzione paradigmatica in ambito scientifico o ad un riorientamento gestaltico. Gli interventi per produrre tale cambiamento saranno, a loro volta, paradossali.

Un esempio è quello del fobico che teme di entrare nel grande magazzino; egli tenderà ad evitare la situazione ansiogena, ma più la eviterà più la sua fobia sarà destinate ad aumentare. E’ per questo che gli verrà prescritto paradossalmente di recarsi al grande magazzino e di camminare tra la gente. Gli si consentirà di fermarsi “solo circa un metro prima di arrivare in quel punto dove sarebbe sopraffatto dall’angoscia” (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1974, p.97).

Il presupposto teorico su cui si basano le tecniche paradossali è la dialettica (Weeks & L’Abate, 1982).

Si tratta di un concetto formulato dai filosofi dell’antica Grecia fino agli idealisti tedeschi dell’Ottocento e spiegato anche da Marcuse (1941) attraverso il concetto di trasformazione in un contrario.

Secondo questo autore, l’essenza della realtà è il divenire. La realtà è in continua evoluzione, e ciò che la caratterizza non è la stasi, bensì il cambiamento, che consiste nel passaggio da uno stato nel suo contrario.

La realtà è, dunque, intrinsecamente dialettica in quanto mutevole, permeata di contrasti, di conflitti, di negatività; proprio queste contraddizioni la rendono dinamica e sono promotrici di progresso.

Il concetto di dialettica è posto a fondamento dell’approccio terapeutico, dove il sintomo non sarà più visto come un “nemico da debellare”, bensì come un alleato. L’abilità del terapeuta sta infatti nello scorgere il positivo nel negativo, l’utilità in ciò che appare dannoso, distruttivo e minaccioso.

Le tecniche definite paradossali portavano, alla ristrutturazione del modello mentale del paziente e la terapia strategica era volta a fluidificare alcune strutture irrigidite, per formulare nuove modalità di funzionamento di un sistema bloccatosi in una determinata configurazione disfunzionale.

La ristrutturazione consisteva nel cambiare lo schema di riferimento all’interno del quale veniva spiegato il comportamento, proponendone una rilettura da un diverso punto di vista: da negativo a positivo, da individuale a contestuale (Grunebaum & Chasin, 1980).

Cambiando il punto di vista del paziente nei riguardi di un evento vissuto, esso verrà interpretato emozionalmente e/o concettualmente in modo diverso. Cambierà così il significato che il paziente dà a tale evento (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1974).

Quest’approccio trae la sua origine dalla teoria costruttivista, secondo la quale l’essere umano non conosce oggettivamente la realtà, in quanto è il modello mentale dell’osservatore che determina il modo in cui egli interpreta il mondo. Ristrutturando il modello mentale del paziente, il terapeuta ne modifica la visione e il modo in cui egli reagisce agli eventi del mondo esterno.

Questo può avvenire attraverso la riconnotazione positiva che consiste nel giustificare l’utilità di un sintomo, nel commentarlo positivamente assegnando un valore nuovo ai comportamenti disfunzionali e discutendo dei vantaggi che consentono di ottenere; come quando, ad esempio, Erickson loda il paziente passivo per la sua capacità di sopportazione.

Ciò sorprende il paziente, che si aspetta di ricevere critiche a tal proposito essendo abituato a connotare negativamente il comportamento disadattivo e a identificarlo come causa del suo disagio.

Inoltre, assegnando talvolta al paziente il compito di manifestare intenzionalmente il sintomo e talvolta di rafforzarlo, contraddice la comune prassi terapeutica che si pone l’obiettivo di eliminarlo.

Aggredire direttamente il sintomo, cercando di rimuoverlo, rischia di suscitare resistenza nel paziente, di colpevolizzarlo o di additarlo come malato.

Per questo, si ritiene utile sottolineare la funzione positiva della forma che ha assunto il disagio, poiché scaturisce da una strategia di sopravvivenza e rivela come la persona cerchi proprio attraverso il sintomo di salvaguardare il suo equilibrio omeostatico. Il sintomo quindi, sorge da uno sforzo adattivo e presuppone una riserva di energia che può essere mobilitata verso soluzioni alternative al problema.

La riconnotazione del sintomo, consente di comprendere anche il significato di un certo comportamento in un determinato momento: d’individuarne la “funzione”. Il sintomo fa parte di un accordo implicito stipulato con coloro i quali ci si relaziona. Esso costituisce in qualche modo un vantaggio per il paziente, in quanto gli garantisce il controllo di ciò che accadrà nella relazione con gli altri.

Questo presupposto riconduce il problema del paziente ad una spiegazione relazionale, piuttosto che intrapsichica come nella psicoanalisi classica (Haley, 1963).

Attraverso la prescrizione del sintomo, che consiste nell’assegnare al paziente il compito di produrlo volontariamente, il sintomo muta (Haley, 1963, 1976). Il paziente invece di venir “costretto” a cambiare o a sperimentare modi di essere che non ritenga consoni a sé, viene spinto a continuare ad agire i suoi sintomi. Questo serve perché egli assuma il controllo su di essi e riesca a liberarsene.

Il paziente sia che obbedisca a questa prescrizione paradossale, sia che non vi obbedisca finisce per cambiare il suo comportamento disfunzionale. Se obbedisce, vuol dire che ha acquisito consapevolezza del sintomo, riuscendo a dominarlo, se non obbedisce, si libera automaticamente del sintomo, non facendolo più comparire.

La prescrizione paradossale è utile dunque a far acquisire al soggetto l’abilità di gestire il suo comportamento problematico grazie al monitoraggio di se stesso. Questa tecnica lo spinge inoltre ad assumere un punto di vista critico e diverso rispetto alla logica del proprio consueto modello di riferimento. Essa lo aiuta, infine, ad assumere una posizione attiva invece che farsi vittima passiva del suo disagio.

Il paziente aumenta la sua consapevolezza, apprende ad amministrare il sintomo e infine a non manifestarlo. Autonomamente, egli finisce per agire nuovi comportamenti, ristrutturando il suo modello mentale.

Un sistema diventa infatti disfunzionale quando si irrigidisce; essendo l’evoluzione un processo continuo, esso ha bisogno di ridefinire sempre nuove regole per il suo funzionamento. La ristrutturazione qualitativa serve appunto a sbloccare un sistema in impasse (Haley, 1963, 1976).

La prescrizione paradossale è simile al doppio legame, che Erickson (1980) teorizzò prima che venisse sviluppato dalla scuola di Palo Alto e fosse utilizzato dall’antropologo Gregory Bateson (1972) per spiegare la genesi della schizofrenia.

Erickson utilizzò per la prima volta il doppio legame durante la sua adolescenza:

Il mio primo uso intenzionale del doppio legame, che ricordi con esattezza risale agli inizi dell’adolescenza. Un giorno invernale, con temperatura sotto zero, mio padre fece uscire dalla stalla un vitello per portarlo all’abbeveratoio.

Dopo averlo dissetato, ripresero la via della stalla, ma quando giunsero alla porta, l’animale puntò testardamente i piedi e non volle saperne di entrare, nonostante gli sforzi disperati di mio padre che lo tirava per la cavezza. Io stavo giocando con la neve e, al vedere quella scena, scoppiai in una gran risata. Allora mio padre mi sfidò a fare entrare il vitello nella stalla. Visto che si trattava di una resistenza ostinata e irragionevole da parte dell’animale, decisi di dargli la più ampia occasione di continuarla, secondo quello che era chiaramente il suo desiderio.

Di conseguenza lo posi di fronte a un doppio legame: lo presi per la coda e lo tirai fuori dalla stalla, mentre mio padre continuava a tirarlo verso l’interno. Il vitello decise subito di opporre resistenza alla più debole delle due forze e mi trascinò nella stalla (Erickson, 1982, pp. 469-470).

Il doppio legame intenzionalmente utilizzato in psicoterapia consiste dunque nel porre il paziente di fronte a due alternative, in modo che a qualunque delle due  si opponga, si trovi comunque sempre ad obbedire al terapeuta.

Mentre la prescrizione paradossale riguarda i comportamenti, il doppio legame riguarda la comunicazione.

Di per sé, questa situazione è patogena, perché essere esposti a comunicazioni continuamente contraddittorie, rischia di creare confusione e disorientamento.

Bateson (1972) aveva ipotizzato che il doppio legame fosse la causa della schizofrenia ed anche della comunicazione disturbata non solo in ambito psicotico (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1974).

Tuttavia Erickson riuscì a sviluppare l’insospettabile potenziale terapeutico del doppio legame, utilizzandolo a beneficio del paziente. Grazie alla comunicazione contraddittoria egli riusciva a rompere circoli rigidi che si ripetevano e si autoalimentavano protraendo il problema, pur avendo il paziente l’intenzione di risolverlo.

Assieme alle tecniche paradossali, le tecniche ipnotico-suggestive si dimostrarono strumenti di comunicazione efficaci per facilitare il cambiamento.

Essi venivano ampiamente utilizzati anche all’interno della Scuola di Palo Alto  (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1974).

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