La cura del bambino nella fase di lutto. Come aiutarlo

maggio 22nd, 2018 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Da parte dei bambini, al pari degli adulti, non ci si può aspettare una risposta univoca e schematica alla scomparsa di una persona cara, poiché le loro reazioni, come ripetuto più volte nella presente trattazione, dipendono dall’interazione di molteplici fattori:

  • l’età del bambino
  • la qualità del legame con la persona scomparsa
  • la possibilità di partecipare alla cura e al saluto della persona malata
  • le risorse dell’ambiente familiare e sociale
  • la possibilità di esprimere i propri sentimenti
  • la possibilità di proseguire la propria vita quotidiana

Ogni bambino troverà un suo personale e specifico modo di elaborare il lutto.
E’, comunque, estremamente importante preparare, accompagnare e sostenere il bambino che si trova ad affrontare la scomparsa di un congiunto, dal momento che tale esperienza rappresenterà un’occasione di apprendimento fondamentale, in base alla quale saranno affrontate le successive esperienze di perdita nel corso della vita.
Posto che ciascun legame e ciascuna figura ha la sua specificità, è vero che per i bambini il lutto richiede processi elaborativi complessi, che vanno sostenuti dagli adulti.

La funzione elaborativa del gioco in terapia
Nella cura del bambino in lutto, un ruolo fondamentale occupa il gioco, dal momento che tra le sue funzioni, offre, anche, la possibilità di esprimere, esteriorizzare e controllare “l’ansia o idee o impulsi che, se non vengono controllati, possono generare l’ansia”39 .
Infatti, per Winnicott, è molto importante la funzione anticipatrice e “catartica” del gioco in terapia, che può permettere, in alcuni casi, di padroneggiare la paura di un evento, preparando gradualmente il bambino, attraverso la ripetizione nel gioco, ad affrontarlo con meno timore nella realtà in futuro.

Ovviamente, affinché i contenuti inconsci, le angosce e i fantasmi non del tutto elaborati e gestiti, non emergano scopertamente sfuggendo al controllo, e rendendo il gioco troppo “pauroso” per il bambino, è importante il ruolo degli adulti (genitori, insegnanti e terapeuta), che svolgono il ruolo di presenza fisica rassicurante che contiene e “tiene” su di sé le angosce emerse dal gioco e le restituisce metabolizzate al bambino stesso.
Io ho avuto la fortuna di assistere, in qualità di volontaria, ad alcune sedute psicoterapeute in cui è stata utilizzata questa modalità di gioco con una bambina di cinque anni traumatizzata dalla morte di sua mamma.

Infatti, la bambina in questione, seguita da una psicoterapeuta, dovendosi confrontare con le angosce di morte legate alla gravissima malattia che ha colpito la madre, ha portato nel gioco, alcuni aspetti legati alle sue angosce di morte, angosce che peraltro non trovano contenimento nell’ambiente familiare già problematico per la sua crescita e, in quel momento, molto provato dalla situazione.

In una seduta, la ragazzina gioca a costruire delle casette di legno con le costruzioni e dice che sono “una famiglia”.

Successivamente, comincia a modificare una delle casette, facendola diventare una sorta di bara di legno, che incolla al davanti di una delle casette, formando una costruzione simile ad una tomba con una lapide, e facendomi provare molta angoscia.
Nelle sedute successive, modifica ancora la casetta-tomba e, dopo averne costruita una anche per me da affiancare alla sua, la trasforma in una “casetta del giornalaio dove si va a comprare i giornali e ci si può riparare quando c’è il temporale, ma ci si può anche fermare un po’ a chiacchierare”.

Mi sembra che il fatto di dare voce alle proprie angosce di morte, espresse attraverso l’immagine della casetta-bara di uno dei componenti della famiglia di casette e la presenza di una figura adulta che “tiene dentro di sé” le sue angosce, ha, probabilmente, consentito alla bambina. di pensare successivamente che è possibile affrontare il temporale che si scatena fuori, nel proprio spazio di vita, quando si può contare sulla presenza di un posto in cui si va temporaneamente per “comprare i giornali” (ossia lo studio della terapeuta) e si può incontrare qualcuno con cui poter parlare.

Articolo di Maria Angela Bruno

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