Psicologia dell’adozione

agosto 20th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Psicologia dello Sviluppo

L’esperienza dell’adozione secondo l’approccio della CTI
Limitazioni simili caratterizzano anche un più recente studio riguardante questi temi, condotto nel 2014 (Colaner, Halliwell, & Guignon, 2014). Anche questi tre ricercatori, come prima Grotevant e Van Korff, si sono impegnati a comprendere in che modo le relazioni con i genitori biologici e con quelli adottivi influenzino l’identità dei figli, ma abbracciando un diverso approccio teorico, quello della CTI (communication theory of identity), secondo cui l’identità viene plasmata e modellata dal contesto relazionale dell’individuo e in particolare dalle comunicazioni con gli altri. In particolare, la visione di se stessi sarebbe profondamente condizionata non solo dalle interazioni e dai legami instaurati nel corso dello sviluppo, ma anche dai ruoli assunti nelle relazioni (essere genitore o essere partner), dal fatto di sentirsi parte di una famiglia e dall’influenza che la comunità più in generale esercita sull’individuo. A volte però può esservi una mancanza di continuità fra questi differenti aspetti: nello specifico, per i ragazzi adottati, può risultare difficile integrare il proprio status di figli adottivi con la sensazione di appartenere anche alla propria famiglia naturale. Gli autori di questo studio hanno indagato tali aspetti attraverso sette focus groups condotti con un campione di ragazze adottate di etnia caucasica che non avevano interrotto i rapporti con i genitori naturali; i risultati evidenziano le difficoltà dei partecipanti nel sentirsi appartenenti contemporaneamente a due famiglie diverse, quella biologica e quella adottiva; tuttavia, queste ultime risultano entrambe fondamentali allo sviluppo dell’identità: da una parte, le partecipanti si sentivano parte integrante delle loro famiglie adottive, dall’altro l’incontro con i propri genitori naturali aveva fornito loro l’occasione di meglio comprendere alcune delle proprie caratteristiche, non solo fisiche ma temperamentali, che riconoscevano nei genitori. Questa ricerca, rispetto alla precedente, approfondisce quindi il tema del contatto con la propria famiglia biologica sottolineandone l’importanza nella costruzione dell’identità e, allo stesso tempo, mettendo in luce la difficoltà implicata nel conciliare questo aspetto con l’appartenenza alla famiglia adottiva.

Tuttavia, questo studio, oltre a non considerare le adozioni internazionali, è poco generalizzabile in quanto basato solamente su 25 donne adottate, di varia età, appartenenti ad un ceto economico medio – alto: il campione non è quindi sufficientemente rappresentativo della popolazione totale di ragazzi adottati negli Stati Uniti. Inoltre, l’utilizzo di focus groups come metodo di raccolta dei dati da un lato può aver favorito l’emergere di alcune riflessioni personali da parte delle partecipanti, dall’altro, però, può aver comportato una minore partecipazione dei soggetti più timidi e meno propensi a parlare in pubblico.
Alla luce di questi studi, è certamente possibile affermare che la costruzione di una propria identità è un processo particolarmente complesso per le persone adottate che, rispetto alla popolazione generale, incontrano numerose sfide date dalla loro doppia natura di figli adottivi e figli biologi. I dati riscontrati rendono evidente che tale processo varia a seconda degli individui e non per tutti riveste la stessa importanza; tuttavia, alcuni fattori sembrano essere particolarmente centrali e significativi; fra questi, uno di quelli maggiormente studiato è stato l’eventuale rapporto con la propria famiglia d’origine. Occorre tenere presente, però, che gli studi riportati fanno riferimento al contesto statunitense, dove, come in precedenza affermato, sono possibili le adozioni aperte: alcuni genitori conoscono la coppia che darà il loro figlio in adozione ancor prima che il bambino sia nato e sono persino presenti al momento del parto. I temi su cui ho voluto riflettere esponendo queste ricerche non possono quindi essere svincolati dal loro contesto: seppur interessanti, non possono essere applicati alla realtà europea e soprattutto a quella italiana, la cui normativa è completamente diversa. Certamente, essi contribuiscono ad accrescere le conoscenze circa le complicate dinamiche connesse all’adozione, ma vanno interpretati più come spunti di riflessione che come dati applicabili anche al nostro contesto. Con la dovuta cautela e attenzione nel considerare queste riflessioni, si possono intuire però alcune importanti implicazioni cliniche per questo tipo di famiglie eventualmente adattabili anche allo stato italiano, non senza un precedente approfondimento di come tali dinamiche si esprimono nel nostro Paese: il fatto che molti ragazzi, soprattutto in adolescenza, sperimentino delle difficoltà identitarie ma tendano a non chiedere aiuto suggerisce la necessità di lavorare di più sulla prevenzione; il fatto che affrontare il tema dell’adozione in famiglia risulti
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fondamentale potrebbe inoltre portare a interventi di educazione e supporto nei confronti dei genitori adottivi per meglio gestire la comunicazione e il dialogo con i propri figli, cercando di parlare della loro storia anche in assenza di informazioni sulla famiglia d’origine. Va inoltre considerato anche il fatto che le ricerche qui presentate vertono soprattutto su adozioni nazionali, non rispecchiando quindi la realtà attuale, in cui adozioni internazionali e a rischio giuridico sono sempre più frequenti e rendono questi temi ancor più complessi; anche la possibilità di adottare fratelli, bambini disabili o bambini più grandi è una variabile da considerare.

Articolo di Laura Castellan

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