Avere un cane o un gatto migliora le relazioni sociali

novembre 18th, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica | Relazioni Interpersonali

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Gli animali fanno parte della nostra vita quotidiana e, come loro, anche gli uomini si sono adattati alle loro esigenze, poiché chi ha un cane o un gatto a casa, ha imparato a riconoscere le sue abitudini, a cogliere le sfumature dei suoi  comportamenti in determinate situazioni, a comprendere le sue dimostrazioni di affetto nei nostri confronti. L’animale, a volte, ci conosce ancora meglio del nostro migliore amico perché ci osserva nei momenti tristi e in quelli felici, gira alla larga quando siamo arrabbiati e ci consola quando ci sentiamo soli e tutto ciò fa si che prendano un posto speciale nella nostra vita modificando anche il nostro stile di vita.

Un animale può incarnare una compagnia insostituibile sia per l’anziano, che si trova a dover affrontare la vecchiaia in solitudine, sia per il bambino, che lo considera un compagno di giochi, e non da meno, per l’adulto che ha piacere a ricambiare l’affetto dimostratogli.

Ai bambini avere un animale domestico insegna loro a prendersi cura di un altro, ad avere responsabilità (nel dargli da mangiare, portarlo fuori…).

Ciò comporta un investimento affettivo da parte nostra e, così il cane o il gatto in quanto animali, potrebbero incarnare un significato simbolico per noi. Basti pensare al single che vive la sua vita in solitudine, ai vedovi o a quello che comunque non ha molti rapporti sociali e relazionali con altre persone e che la vicinanza di un animale potrebbe diventare un centro affettivo per colmare le sue mancanze con il fine di integrarsi in una comunità. Per non parlare delle coppie senza figli o di quelle in cui i figli sono già grandi che eguagliano l’occuparsi del proprio animale con l’avere cura di un bambino come farebbe un qualsiasi genitore che è attento ad ogni manifestazione inidonea del piccolo.

Questi cari animali ci fanno provare delle sensazioni piacevoli di amicizia, complicità e ci imparano anche ad avere delle responsabilità nel dargli accudimento e ricambiandoci con i loro scodinzolii e coccole.

E’ inoltre importante sottolineare il ruolo benefico che ricopre l’animale nei confronti dell’uomo quando lo accarezza, ci gioca, lo porta a fare passeggiate, per non parlare dell’apporto emotivo e affettivo che espletano con persone affette da handicap o con disturbi psichiatrici.

Sono stati svolti diversi studi inerenti e tutti appoggiano questa tesi: l’animale fa bene all’uomo! Aumentano la nostra autostima, riducono l’ansia nei momenti stressanti, minimizzano la possibilità di contrarre malattie e ci permettono di avere relazioni sociali proficue.

Un recente studio psicosomatico, ad esempio, ha analizzato la frequenza dei battiti cardiaci confrontando i soggetti proprietari di animali con soggetti che non possedevano un animale ed è risultato che i primi avevano i battiti cardiaci diminuiti e una diminuita reattività cardiaca se affrontavano compiti stressanti in presenza del proprio animale domestico rispetto a se avessero avuto come figura di supporto il proprio coniuge e ciò comportava una riduzione della pressione sanguigna.

Inoltre, è stato riscontrato che la vicinanza di un animale dopo aver fronteggiato un infarto è indice di un’alta probabilità di vivere una vita serena in futuro da parte del cardipatico.

I nostri piccoli amici vengono usati anche in ambito ospedaliero con pazienti in dialisi, con bambini con malattie acute e croniche  poiché sono state riscontrate ripercussioni positive sullo stato di salute, sia fisiche che psicologiche.

Un recente studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology ha infatti dimostrato che chi possiede un animale domestico ha una vita sociale più soddisfacente, è più cordiale nei confronti degli altri, tende a non avere discussioni e nei rapporti sentimentali tende a non cadere nella dipendenza affettiva.

Mugford e M’Comisky (1975) hanno esplorato il ruolo psicosociale positivo nell’avere un animale in casa. In questo studio sono stati affidati alla cura di pensionati soli dei pappagalli da compagnia. Il risultato è stato molto significativo poiché chi possedeva un pappagallo aveva molti più rapporti sociali ed erano più felici rispetto a quei pensionati che non ne avevano avuto uno. I pappagalli sembravano aver agito come agenti catalitici che permettevano alle persone anziane di rimanere in contatto con gli amici e la famiglia.

Konrad Lorenz (1973) affermò che gli uomini hanno bisogno della compagnia degli animali e descrisse il significato particolare che il suo cane aveva per lui:

Il piacere  che deriva dal mio cane è molto simile alla gioia rappresentata da me dal corvo, dall’oca selvatica o da altri animali selvatici che animano le mie passeggiate in campagna: essa sembra una creazione del legame immediato con quella onniescienza inconscia che noi chiamiamo natura.”

Diventa facile capire come la morte dell’animale comporti degli sconvolgimenti pesanti e dolorosi nella vita del padrone che, a volte, possono influire sul suo stato mentale.

Ogni persona è a conoscenza che, non appena adotterà il proprio animale, questo avrà una vita breve e che spesso assisterà alla sua morte. Il padrone, anche se razionalmente, nel corso degli anni cercherà di negare questo pensiero perché sa benissimo che gli causerà un dolore forte e che significherà perdere un rapporto importante.

In diversi casi, questa morte può far ritornare alla mente del padrone altre perdite che sono avvenute in precedenza (la morte del proprio coniuge o di un figlio) oppure l’esposizione ad eventi importanti di vita che l’hanno cambiata profondamente come il divorzio, un aborto spontaneo ecc.

Può capitare che gli animali in queste circostanze svolgano un ruolo fondamentale cioè quello di apportare, a livello affettivo, emozioni positive per contrastare il periodo difficile e questo ennesimo lutto può far crescere nel soggetto una tale disperazione e solitudine che, a volte, può sfociare in una depressione. Le esperienze di vita come quella della morte dell’animale sono uno dei fattori critici che influenzano l’intensità del dolore e la sua durata.

Chiunque dopo questa perdita ricorda il proprio animale per le sue caratteriste prevalenti e che ci avevano fatto innamorare il giorno che l’abbiamo preso in braccio e fatto entrare in casa nostra: ” era così dolce! … Sembrava quasi un essere umano…Quando ero triste e piangevo, lui era lì che mi leccava il viso e aspettava un mio sorriso…”. E così i proprietari ricordano con tristezza e desolazione quel giorno in cui l’hanno trovato deceduto ” Era lì sulla sua cuccia, di solito sarebbe corso verso di me facendomi le feste…quella mattina no, era lì fermo. Mi avvicinai e vidi che era morto. Iniziai a piangere…non sapevo cosa fare…avevo perso il mio migliore amico…” oppure quando si trovano a dover affrontare la più grande scelta di fronte ad una malattia incurabile del proprio animale: l’eutanasia. “Lo portai dal veterinario…Mentre ero in macchina, pensavo speranzosa che sicuramente qualche cura lo avrebbe fatto tornare quello di una volta…Ed invece mi trovai a decidere se sopprimerlo…Mi cadde il mondo addosso…Non sapevo cosa fare…Quando accettai, rimasi a guardarlo per l’ultima volta…Me ne andai facendomi vedere forte dagli altri, quando invece dentro moriva una parte di me…”.

di Gessica Mattiacci

 

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