Per una Critica del Giudizio a scuola

agosto 30th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Uncategorized

Critica del Giudizio.

Articolo di Emanuela Mangione

 

“Sebbene vi sia un incommensurabile abisso

tra il dominio del concetto della natura o il sensibile,

e il dominio del concetto della libertà o il soprasensibile,

in modo che nessun passaggio sia possibile

dal primo al secondo (mediante l’uso teorico della ragione)

quasi fossero due mondi tanto diversi

che l’uno non potesse avere alcun influsso sull’altro

…tuttavia il secondo deve avere un influsso sul primo,

cioè il concetto della libertà deve realizzare  nel mondo sensibile lo scopo

posto mediante le sue leggi

e la natura deve poter essere pensata in modo

che la conformità alle leggi che costituiscono la sua forma

possa accordarsi con la possibilità degli scopi

che in esse debbono essere effettuati secondo leggi della libertà”

 

Kant I., La Critica del Giudizio, Bari, 1964.

 

 

 

Ho scelto di inserire la dissertazione sulla figura del docente-counselor –  figura quella del docente che mi sta a cuore in quanto ne condivido la professione –  nel capitolo che porta il titolo “Critica del Giudizio” parafrasando il titolo della nota opera di Kant, proprio perché lo spirito con cui il docente opera, attiene non più e soltanto alla conoscenza, quanto all’estetica, nel senso che la pratica del docente, quando fa bene il suo lavoro, è coinvolta da sentimenti di piacere e dispiacere ed il giudizio sul suo operato ha a che vedere con un giudizio che è di “gusto” e pertanto estetico. Il senso del bello, dell’armonico cioè del suo operare con i discenti e per i discenti, da luogo a degli accordi in grado di produrre un risuonare la cui eco mantiene la memoria per una vita.

 

Perché questo accada, l’attuale docente che lavora in un contesto multidisciplinare e multietnico, in un clima culturale in cui la relazione verticale docente-discente è superata, deve acquisire uno sguardo sistemico sulla relazione formativa, dal momento che il curriculum scolastico non si esaurisce nella trasmissione del sapere, ma comprende l’acquisizione di competenze.

Credo si possa pertanto concordare sui benefici che possono derivare, per chi lavora nel mondo della scuola, dall’acquisire una formazione consulenziale, formazione che interroga e chiarisce circa le responsabilità richieste da questo ruolo. Un docente che abbia acquisito infatti anche le competenze proprie di un counselor, quali l’empatia, la pazienza, la capacità di ascoltare attivamente, di cogliere ed interpretare l’universo simbolico attraverso il quale l’adolescente (ma vale per qualsiasi età) si esprime, è meglio facilitato a liberarsi dal narcisismo del suo ruolo e a chiarire la natura della propria mansione: co-costruire con i discenti un progetto di vita motivante e concreto, in cui i giovani possano muoversi con la disinvoltura che solo una buona educazione, in termini di sana postura emotiva e mentale, può assicurare. Questa formazione sugella il patto che il docente stringe con sé come professionista prima e come uomo poi, quello cioè di essere disposto a rivedere se stesso, a negoziare certi suoi temperamenti, ad investire sulla propria creatività, a cogliere meglio i successi che non gli insuccessi, a sdrammatizzare, a sorridere più che a digrignare, ora che è più chiaro lo scopo; il fine è il successo di crescita di coloro a cui si rivolge. Se l’ambiente è sano, positivo, gentile, “bello”, si crea una risonanza che è costruttiva sia per docente che per il discente.

Il docente insomma che ha appreso a gestire meglio le proprie emozioni, a conoscere i propri limiti con onestà, insegna con l’esempio. Se impara a toccare l’anima più che la mente, il discente gliene sarà grato per la vita.

A proposito della figura archetipica del Puer, qui rievocata tra le righe, Hillman scrive: “Questa teoria vuole ispirare e rivoluzionare e anche suscitare un nuovo attaccamento erotico verso il suo oggetto: l’autobiografia, la biografia, personale e soggettiva, di ciascuno di noi, il modo come immaginiamo la nostra vita, perché il modo come immaginiamo la nostra vita influisce su come alleviamo i nostri figli, sul nostro atteggiamento verso i sintomi e i disagi degli adolescenti, sul nostro essere individui in una democrazia, sullo straniamento della vecchiaia e sulla preparazione alla morte influisce insomma sulle professioni che hanno a che fare con l’educazione, sulla pratica della psicoterapia, sul genere biografico e sulla nostra vita di cittadini.”[1]

[1] Hillman J., Il Codice dell’anima, pp. 352-353.

Corsi Gratis

Comments

Comments

You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback.