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3 stadi dello stress secondo Hans Selye

Questo articolo di Greta Manoni spiega quali sono i 3 stadi dello stress. L’autore di riferimento è Hans Selye, il primo a palrare di stress in modo scientifico

Che cos’è lo stress

Fu Hans Selye il primo a parlare di stress, definendolo come una «risposta aspecifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso» (1976).

Più precisamente lo stress rappresenta una sindrome generale di adattamento atta a ristabilire un nuovo equilibrio interno (omeostasi) in seguito a fattori di stress (stressor).

Le alterazioni dell’equilibrio interno possono avvenire a livello endocrino, umorale, organico, biologico. La sindrome è fisiologica, ma può avere dei risvolti patologici, anche cronici, che ricadono nel campo della psicosomatica.

Eustress e distress: cosa significa stress buono e stress cattivo

Pertanto in generale si usa distinguere tra eustress e distress, ovvero rispettivamente stress “buono” e stress “cattivo”. Quando il livello di stress è rilevante ma non provoca condizioni patologiche, si definisce infatti eustress (o eucrasia).

Con questo termine si indica una situazione ai limiti superiori della norma, ma che viene considerata dal soggetto pura quotidianità (secondo uno studio del 2005 tale condizione è stata rilevata in due popolazioni statistiche specifiche: i marines americani e gli operatori di un team di Formula uno).

Stress: sindrome generale di adattamento definizione di Selye

Selye definì come “sindrome generale di adattamento” quella risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di molteplici fattori di stress, quali stimoli fisici (ad es. fatica), mentali (ad es. impegno lavorativo), sociali o ambientali (ad es. obblighi o richieste dell’ambiente sociale). L’evoluzione della sindrome generale dell’adattamento avviene in tre stadi:

I tre stadi dello stress nella sindrome generale di adattamento

Gli stadi dello stress possono essere definiti come segue.

Stadio 1: Reazione d’allarme. Prevede due fasi.

  • Fase di shock: l’organismo recepisce lo stressor e deve ancora elaborare una risposta per fronteggiarlo (deve cioè decidere se modificare l’ambiente interno od esterno). L’adattamento non è ancora presente e dunque la resistenza contro il fattore stressante è minima.
  • Fase di antishock: L’organismo risponde ai fattori di stress mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento (coping) sia fisici che mentali. Esempi sono costituiti dall’aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna, del tono muscolare e dell’arousal (attivazione psicofisiologica).

Stadio 2: Resistenza

Il corpo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell’affaticamento prolungato, producendo risposte ormonali specifiche da varie ghiandole endocrine, come ad esempio dalle ghiandole surrenali. La risposta di tipo ritardata è quella presente in maniera prevalente e la sua durata è correlata alla durata di esposizione allo stressor e alla quantità di riserve energetiche dell’organismo.

Stadio 3: Esaurimento o recupero

Se i fattori di stress continuano ad agire, il soggetto può venire sopraffatto e possono prodursi effetti sfavorevoli permanenti a carico della struttura psichica e/o somatica (esaurimento).

Se il corpo è riuscito invece ad eliminare lo stressor (modifica dell’ambiente esterno) o gli effetti dello stressor (modifica dell’ambiente interno, o del set-point omeostatico) si parla di recupero.

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