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Autolesionismo in adolescenza: psicologia e terapia

Questo articolo su Autolesionismo in adolescenza è di Luisa Torcolini.

L‟attenzione crescente da parte della ricerca verso il fenomeno dell‟Autolesività Non Suicidaria, o Non Suicidal Self-Injury, nell‟ultimo decennio e la sua inclusione come proposta diagnostica specifica, che necessita di ulteriori studi, nella sezione III del DSM-5 come sindrome clinica a sè stante, distinta dal Comportamento Suicidario, è giustificata dalla notevole diffusione del fenomeno in occidente tra gli adolescenti ed i giovani adulti, particolarmente in una modalità di danneggiamento del tessuto corporeo di grado moderato o superficiale.

Tale incremento delle condotte autolesive in giovane età ha individuato anche, tra gli altri, dei comportamenti cronici con esiti suicidari, costituendosi come evidenza di pubblico interesse riguardante la salute, anche nell‟ambito della ricerca empirica, per individuare strategie d‟intervento idonee a contrastarne l‟evoluzione patologica (Cerutti, 2014, p. 69).

Definizione dell’autolesionismo in adolescenza

L‟ANS, o NSSI, è un comportamento di danneggiamento del corpo essenzialmente caratterizzato dal provocarsi “ripetutamente lesioni superficiali dolorose della superficie corporea” (APA, 2013).

Tali azioni, socialmente non accettate, possono provocare gravi conseguenze per il tessuto corporeo e non debbono provocare lesioni gravi al punto di mettere in pericolo la vita dell‟individuo che si autolesiona (Favazza, 1996; Muehlenkamp, 2005; Claes & Vandereycken, 2007; Nock, 2010; Madeddu, Di Pierro, Sarno et al., 2014).

In Favazza e Rosenthal (1993) l‟auto-mutilazione patologica viene definita come la “deliberata alterazione o distruzione di tessuto corporeo senza consapevole intenzione suicidaria”, tratteggiandone la storia nel corso del tempo e considerando il comportamento autolesivo oltre che come sintomatico di molti disturbi psicologici, anche come disordine separato dagli altri, con un decorso a sé stante.

Che cos’è l’automutilazione

Si descrive più estesamente il comportamento di auto-mutilazione come “una forma diretta di comportamento auto-distruttivo, che può presentarsi solo una volta, sporadicamente, o in modo ripetitivo e che causa diversi gradi di distruzione tessutale” (p. 134).

Il comportamento di auto-mutilazione viene identificato come impulsivo nella maggior parte dei casi, individuandone tre tipologie basilari: di tipo grave, stereotipico e superficiale/moderato.

  1. il tipo grave considera delle azioni non frequenti, nelle quali viene danneggiato il tessuto corporeo in modo consistente, come ad esempio l‟amputazione degli arti. In genere, atti gravi di autolesionismo sono associati con psicosi, infiammazioni cerebrali, ritardo mentale ed alcuni stati schizofrenici. Tali atti sono da distinguere da quelli praticati con ferimenti profondi per cercare di porre fine alla propria vita, anche se in alcuni casi, secondo Menninger (1938), gravi atti di auto-mutilazione possono essere sostitutivi di atti suicidari;
  2. Il tipo stereotipico considera dei comportamenti molte volte ripetitivi e ritmici, come colpire con violenza la testa, che possono trovarsi soprattutto in pazienti con ritardo mentale istituzionalizzati, associati a Disturbi dello Spettro Autistico, stati psicotici, sindromi di Tourette e Lesch-Nyhan, Disturbo Ossessivo-Compulsivo ed essere associati al consumo di sostanze psicoattive, come ad esempio anfetamine. Battere la testa è il tipo più comune di comportamento auto-mutilativo e può essere associato con vomito ricorrente e causare il distacco della retina;
  3. Il tipo superficiale/moderato considera azioni, di tipo occasionale o ripetitivo, in cui viene danneggiata una piccola parte di tessuto corporeo ed in cui vi è un basso rischio di mortalità. Questo tipo di comportamento è alquanto generalizzato e consiste nel tagliare la pelle, incidervi parole o simboli, bruciarsi, graffiarsi o pungersi con aghi ed interferire con la guarigione delle ferite. Può essere associato con depersonalizzazione e ad un terzo dei casi di pazienti con personalità multipla, oppure essere in associazione con altre patologie, come il morbo di Addison, ipertensione endocranica benigna e disturbi dell‟alimentazione (pp. 135-136).

Diagnosi per l’identificazione dell’autolesionismo in adolescenza

Si è arrivati a delineare i confini del fenomeno in modo più corretto solo dopo molto tempo, durante il quale i ricercatori hanno utilizzato terminologie diverse per definire i comportamenti autolesivi, come ad esempio: “Self-harm, Deliberate Self-Harm, Self-mutilation, Self-injury”.

Tali definizioni comprendono anche atti in cui non si evidenzia un danneggiamento tissutale specifico nella superficie corporea, come ad esempio l‟avvelenamento e l‟overdose, inclusa una intenzionalità suicidaria non sempre assente (Favazza, 2012).

L‟intento suicidario nell‟agìto è importante, sia in merito alla definizione stessa di autolesività, sia in merito alla cronicità di tale comportamento, in quanto sono state riscontrate delle correlazioni tra ripetitività dell‟agìto ed intenzione suicidaria.

Le ricerche iniziali mirarono a circoscrivere l‟area del NSSI e delimitarla dal Disturbo Borderline e dal Suicidio. Negli ultimi anni, anche un crescente numero di studi condotto in Italia (Cerutti, Manca, Presaghi e Gratz, 2011; Di Pierro, Sarno, Perego et al., 2012; Sarno, Madeddu, Gratz, 2010), ha ulteriormente chiarito che l‟ANS in adolescenza può comparire non solamente in popolazioni cliniche, ma anche in popolazioni non cliniche, per poi regredire in età adulta, sostenendo la proposta di inserimento dell‟ANS nel DSM-5.

Le differenze tra autolesionismo e comportamento suicidiario

Alcune differenze sono da considerare tra l‟ANS ed il Comportamento Suicidario. In particolare, la ripetività del gesto, la varietà dei metodi e la gravità del danno corporeo, sono importanti elementi rispetto ad un possibile “continuum” tra ANS e Comportamenti Suicidari, in particolare quelli con un‟intenzione suicidaria non chiaramente presente (Madeddu et al, 2014).

I dati esistenti suggeriscono che una significativa parte di adolescenti è probabilmente a rischio di coinvolgersi in Comportamenti Autolesivi durante la vita.

Come misurare la diffusione dell’autolesionismo tra i giovani

I due principali ostacoli nel comparare le stime di prevalenza da differenti studi sono le differenti metodologie usate, riguardo il campionamento, gli strumenti di misura, gli intervalli di tempo nei quali si studia il fenomeno ed i diversi sistemi di classificazione per l‟autolesività.

Il termine Deliberate Self-Harm, usato prevalentemente in Europa ed in Australia, comprende infatti comportamenti autolesivi in cui è presente o meno un intento suicidario, ma con esito non mortale. Il termine Non Suicidal Self-Injury, che esclude invece esplicitamente ogni grado di intento suicidario, viene usato prevalentemente in studi condotti in Canada e negli Stati Uniti.

Queste due definizioni comportano differenti metodologie di valutazione e inclusione di specifiche condotte autolesive, contribuendo alla variabilità delle quote di prevalenza trovate nei singoli studi di ricerca (Muehlenkamp, Claes, Havertape et al., 2012).

La ricerca scientifica sull’autolesionismo

Uno studio di Moran, Coffey, Romanjuk et al. (2012), si segnala come particolarmente interessante, anche se concentrato sul DSH, in quanto unico a prendere in esame nella totalità l‟arco di tempo dall‟adolescenza all‟età adulta ed in quanto uno dei lavori di ricerca attualmente più ampi.

In tale studio viene descritto un decremento del comportamento di “cutting” e “burning” dall‟adolescenza all’età adulta.

Pertanto, si può ipotizzare che il comportamento di ANS abbia la sua massima espressione tra i 15 ed i 17 anni, e si riduca nella prima e media età adulta, anche se esso potrebbe essere sostituito nel tempo da Comportamenti Suicidari, oppure da altri comportamenti a rischio, come l‟assunzione di droghe (Plener & Fegert, 2015; Andover, Morris, Wren et al., 2012; Nock, Borges, Bromets et al., 2008).

Il ruolo della Societa Internazionale per lo studio della Self-Injury: autolesionismo in adolescenza

Infine, la Società Internazionale per lo studio del Self-Injury (2016) nel suo sito web definisce il fenomeno come l‟intenzionale ed auto-inflitta distruzione del tessuto corporeo, priva di intento suicidario e per fini non socialmente accettabili. Secondo tale fonte, il Self-Injury è anche talvolta denominato come Non Suicidal Self-Injury, Self-Injurious Behavior o Deliberate Self-Harm ed esso può avere molte forme, dal tagliarsi o bruciarsi al prodursi delle contusioni o rompersi le ossa, sebbene il tagliarsi sia uno dei comportamenti meglio conosciuti. La proporzione tra maschi e femmine nella prevalenza del fenomeno è leggermente a favore del sesso femminile, ma secondo tale fonte ciò dipende soprattutto dalle diverse modalità dell‟atto autolesivo.

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