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Come fare un Colloquio Psicologico ad un Bambino

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Il colloquio clinico con un bambino è una situazione che presenta molte difficoltà e richiede grande esperienza. Se stabilire una relazione con un soggetto durante un colloquio clinico è complicato, lo è ancor di più ma allo stesso tempo è fondamentale nel caso che si parli di bambini. Oggi, il bambino viene visto come un soggetto autonomo, portatore di bisogni e caratteristiche specifiche ed è importante l’idea dell’infanzia come una fase fondamentale della vita che è necessario imparare a conoscere perché pone le basi per il successivo sviluppo dell’individuo. Il colloquio con i bambini può essere richiesto in diverse situazioni cliniche (esame della salute mentale, valutazione psicologica, valutazione dello sviluppo, indagine su violenze o negligenze, ai fini di ricerca, necessità di sistemare il bambino in un nuovo ambiente)  e quindi la forma e il contenuto variano di conseguenza. La prima considerazione da fare è che nel soggetto in età evolutiva spesso mancano interesse e motivazione per l’incontro. Un bambino si sottopone ad una consultazione  psicologica per decisione di altri (familiari, medico di famiglia, assistente sociale) e raramente ne comprende le ragioni. La situazione sconosciuta e l’incontro con un adulto estraneo possono spaventarlo o più semplicemente annoiarlo. È necessario che il clinico quindi assuma un atteggiamento flessibile e rassicurante cercando di stimolare l’interesse del bambino, facendolo sentire libero e non giudicato. Inoltre a differenza degli adulti, le informazioni con un bambino non vengono scambiate col linguaggio verbale, esso può essere secondario o mancare completamente. Inoltre già Piaget osservava la tendenza del fanciullo a cadere facilmente preda della suggestione esercitata su di lui dall’adulto oppure a lasciarsi andare alla fabulazione, inventando delle storie per gioco o per provocazione. Queste situazioni possono essere difficili da riconoscere. Per questo è necessaria familiarità con le comuni modalità di comunicazione dei bambini, questi comunicano infatti tramite un linguaggio non verbale, un colloquio verbale è affrontabile solo da 3-4 anni di età e si presenta difficile e poco attendibile fino a 7-8 anni. Quindi è necessario adottare durante il colloquio un approccio flessibile, che tenga conto fin dal primo contatto, della reazione presentata dal bambino sia a livello verbale che non verbale. Lo psicologo non deve pretendere risposte precise e immediate alle sue domande, ma per avere delle informazioni utili al lavoro clinico dovrà attingere alle proprie risorse personali e alle osservazioni sulle reazioni del bambino. Nel corso del colloquio si può scoprire che alcune delle  aree su cui si desidera indagare sono particolarmente delicate, è quindi necessario scoprire se il bambino è pronto a discuterne. Gli psicologi e neuropsichiatri si servono spesso dell’ausilio di tecniche che privilegiano i canali di comunicazione non verbale, disegno e il gioco. Un esempio è il gioco degli scarabocchi introdotto da Winnicott (1971) a turno, il clinico e il bambino abbozzano su un foglio di carta uno scarabocchio a partire dal quale l’altro deve inventare una forma a cui attribuire un significato. Il colloquio si trasforma in un gioco e la relazione tra adulto e bambino diventa più intima e spontanea; il gioco è semplicemente un mezzo per en rare in contatto col bambino. Vi è poi la tecnica della giocoterapia focale che propone al bambino l’identificazione con un pupazzo infantile di plastilina, protagonista di una sequenza temporale, inizialmente presentata dal clinico, in cui si svolgono le funzioni fisiologiche fondamentali esplicate in quell’età, che si concretizzano nell’alimentazione, nell’evacuazione e nel sonno. Tale identificazione consente di esteriorizzare nel corso del gioco i conflitti emotivi vissuti dal piccolo, in particolare quelli relativi alla sua condotta alimentare ed evacuativa. Nella terza infanzia viene usata la tecnica delle storie disegnate in cui si invita il fanciullo a disegnare una storia senza alcun consiglio da parte del clinico. Ciò permette di esplicare i temi affettivi personali e i conflitti relazionali con una sufficiente distanza. Altre tecniche sono ad esempio, far inventare dei sogni è un modo per esplorare il loro mondo fantastico; un altro modo è quello di chiedere loro di immaginare di avere tre desideri e di realizzarli come per magia; perché quando i bambini esprimono i propri desideri emergono informazioni rivelatrici, per indagare le paure e le preoccupazioni…di solito un buon piano è quello di invitare il bambino a disegnare o a giocare con qualcuno o con dei dei giocattoli disponibili. Tali attività contribuiscono, da un lato,  a far si che i piccoli si sentano a proprio agio, e dall’altro aiutano a stabilire un rapport. Durante il primo colloquio, di solito si chiede al bambino di disegnare la sua famiglia; questo primo test cartaceo è importante per avere utili informazioni: l’aspetto dei diversi familiari, l’ordine, le dimensioni, le loro inclusioni o addirittura esclusioni sono elementi rivelatori. Per capire e aiutare un bambino è necessario studiare il suo ambiente, in particolare quello familiare, e spesso affrontarne le problematiche. Sicuramente più piccolo è il bambino più difficile sarà il lavoro clinico e quindi la possibilità di reperire informazioni utili. Tali informazioni devono riguardare principalmente:

1)Dati storici su sviluppo e malattie precedenti del bambino.

2)Dati sulla famiglia nucleare del bambino, visto che il paziente dipende totalmente dai genitori.

3)Conoscenza della famiglia estesa; la costruzione di un genogramma rappresenta un buon mezzo per facilitare la raccolta delle informazioni.

4)Risultati di qualsiasi esame medico, psicologico o altro test consigliato: possono essere chiesti in casi particolari uno o più esami.

59Informazioni sulla condotta sofferente e la sua collocazione (nel bambino, nei familiari, nel gruppo degli amici, a scuola);

6)valutare il significato del disturbo rispetto all’equilibrio intrapsichico del soggetto e al sistema delle relazioni familiari ed extrafamiliari;

7)valutare il livello di sviluppo emotivo, cognitivo, e fisico del fanciullo;

8)considerare la possibilità di un intervento terapeutico immediato (terapia individuale, colloqui con i genitori, terapia familiare, intervento sociale). Il bambino viene di solito accompagnato al colloquio dalla madre o da entrambi i genitori.

Quando a portarlo è un altro parente oppure una persona esterna alla famiglia possiamo aspettarci un quadro di sofferenza o di rifiuto familiare, oppure di abbandono o disadattamento sociale. È importante strutturare il colloquio in tre parti: prima si incontra il bambino assieme ai genitori una secondo momento in cui si vede il bambino da solo, e un terzo momento dove si riuniscono bambino e genitori o accompagnatori. In questi casi sono necessari incontri successivi. Più il sogg. è piccolo e più è necessario il colloquio con i familiari.

L’obiettivo del clinico è quello di stabilire una comunicazione autentica, senza malintesi o segreti, fondata su uno scambio affettivo sincero e positivo e non sulle difese. Questo permette al bambino di esprimere liberamente le proprie difficoltà e rafforzare la propria speranza e di essere aiutato. I cambiamenti del fanciullo potranno poi essere utilizzati dai genitori che si affiancheranno al clinico per prendersi cura del figlio. Se la situazione familiare non è particolarmente grave nella maggior parte di queste consultazioni terapeutiche si permette al bambino e ai genitori di scoprire il significato della condotta sintomatica, di superare il blocco emotivo e di istaurare una relazione più adeguata al processo di crescita. Come afferma Barker (1990), è necessario che lo psicologo si concentri sulla creazione di un rapport, cioè non solo di un clima di fiducia, ma anche di uno stato di armonia, comprensione e accordo, in cui le persone coinvolte sviluppino una relazione simpatetica e provino l’uno per l’altro sentimenti cordiali e di stima. Il rapport è tanto difficile da definire quanto necessario per il successo del colloquio, e questo deve essere l’obiettivo principale nelle prime fasi di un colloquio con bambini più che la necessità di definire i fatti. Per realizzarlo si possono utilizzare mezzi verbali ma soprattutto non verbali: un tono di voce cordiale e amichevole sono elementi importanti. Nello stabilire un rapport il fattore importante è l’atteggiamento dell’operatore, infatti si favorisce un rapport rispecchiando o ricalcando il comportamento della persona che si sta intervistando; ciò deve essere fatto naturalmente in modo molto delicato e non evidente, oppure accettando i punti di vista dell’intervistato senza metterli in discussione. Lo sviluppo del rapport non è una parte separata del colloquio, ma è un processo continuo che dovrebbe durare finché si ha una realizzazione professionale con la persona interessata. Ma d’importanza cruciale per il successo di un colloquio è il modo con cui si formulano le domande: sono necessarie delle domande chiuse perché è importante limitare suggerimenti e incoraggiamenti visto che il desiderio dell’operatore di ottenere informazioni necessarie può portarlo ad eccedere nei suggerimenti e a finire a mettere in bocca al bambino le risposte. In un colloquio clinico con bambini non si devono esprimere né minacce né giudizi; all’inizio l’operatore deve accettare i punti di vista, le opinioni e lo stato emotivo della persona; è bene avere uno schema, una struttura ben precisa, ma è anche importante manifestare elasticità e attenzione alle reazioni del soggetto man mano che vengono discussi i diversi argomenti. I bambini possono diventare molto ansiosi o timorosi, oppure possono scoppiare a piangere quando vengono toccati in certi argomenti. Altri, possono provare gradimento, piacere; questo perché non sempre è possibile prevedere quale reazione possa provare un particolare argomento. La maggior parte dei colloqui si svolge in almeno tre fasi: una introduttiva, una dedicata alla ricerca delle informazioni e una conclusiva. Anche con i bambini viene rispettato questo percorso.

1)Nella fase introduttiva i partecipanti si fanno conoscere a vicenda (nome, indirizzo, ecc..). Durante questa fase è possibile fare delle domande sull’età del bambino, la frequenza scolastica; ma anche l’operatore dice al bimbo qualcosa di sé: il nome, l’età, la professione.

2)La seconda fase consiste nello scambio delle informazioni; è consigliabile passare a questa fase dopo aver stabilito un adeguato rapport.

3)Nella fase conclusiva bisogna avvertire il paziente dieci o cinque minuti prima della fine di una seduta, ciò gli permette di prepararsi a dire ciò che vuole prima della fine. Se ci sono stati degli argomenti che non sono stati toccati fino in fondo si può accennare alla possibilità di ritornare su di essi nella seduta successiva.

E’ bene, comunque, tenere presente che un solo colloquio con il bambino raramente è sufficiente per raggiungere degli obiettivi clinici. Ma proviamo ora a fare qualche distinzione in base alla fascia d’età. Con bambini prescolari le uniche domande da porre riguarda l’importanza degli spazi di libera espressione attraverso il gioco e il disegno. se il soggetto è in età scolare è giusto conoscere il rendimento scolastico e l’adattamento, 3 sono le aree d’indagine : l’apprendimento, l’insuccesso scolastico, la fobia della scuola, questi 3ambiti mostrano la relazione tra il bambino, la famiglia e la scuola. Durante il colloquio viene attenzionato il modo d’agire, il linguaggio, indagando sull’area del sonno, dell’alimentazione, l’integrazione dell’identità. È importante capire se il sogg in eta’ evolutiva vive armoniosamente la corrispondenza tra età cronologica e livello di pensiero approfondento tanto la sfera affettiva tanto quella cognitiva le quali si influenzano reciprocamente. Se, come abbiamo più volte ribadito è complicato il lavoro clinico con i bambini e richiede accorgimenti particolari, sicuramente con gli adolescenti il tutto si complica maggiormente vista la peculiarità di questa fase evolutiva. Il colloquio con adolescenti non può prescindere dalla valutazione del senso d’identità, di stabilità e coesione, i confini del proprio se, la  capacità di affrontare cambiamenti .Occorre indagare sull’identità corporea e sessuale.Kernberg 1984 mette in evidenza la difficoltà di identificare differenze nella diagnosi strutturale tra l’adolescenza e la patologia bordelline. Tuttavia  osserva che la differenza sostanziale sta nel fatto che gli adolescenti sanno sperimentare interesse e senso di colpa, sanno stabilire relazioni,hanno un esame di realtà adeguato. A riguardo Meltzer, 78 propone di esplorare le seguenti aree mentali che vive l’adolescente :

-se infantile (i bambini in famiglia)

-se fortemente idealizzato (bambino isolato)

-adolescenza nel gruppo

l’adolescente deve saper fluttuare tra queste aree sopportando la sofferenza depressiva e l‘angoscia.  Lo svolgimento di un colloquio clinico con adolescenti presuppone una conoscenza sicura dello sviluppo dell’adolescenza. Molti dei problemi che presentano gli adolescenti nascono dalla difficoltà di svolgere i compiti a cui si trovano di fronte in questo periodo evolutivo. Ciascun individuo affronta i problemi dell’adolescenza in modo diverso. Il passaggio attraverso questo periodo della vita può prendere andamenti diversi: alcuni tranquilli, altri agitati. L’adolescenza è un periodo in cui si forma l’identità. Al fine di rafforzare il proprio senso d’identità, i giovani spesso mettono in discussione o addirittura rifiutano le opinioni e le idee degli adulti. E anche se in genere in questa fase l’identità si cristallizza, in alcuni adolescenti può subire delle grandi trasformazioni. All’interno di un colloquio, per quanto lo psicologo possa dissentire, si deve mostrare rispetto per le opinioni e le idee di un adolescente. Quando gli adolescenti vengono esaminati insieme ad altri membri della famiglia, i limiti di segretezza devono essere stabiliti a priori, e spesso il giovane può scegliere le informazioni da rivelare alla famiglia e quali no. E’ consigliabile stabilire una certa familiarità con il linguaggio e la terminologia usati dai giovani per sviluppare un terreno comune su cui lavorare. Un altro elemento fondamentale è legato ad un’indagine approfondita della natura del gruppo di coetanei vista la costante pressione che esercita sulla vita di un adolescente; spesso tali gruppi richiedono ai loro membri un notevole grado di conformismo e si realizza un processo molto complesso, nel quale da un lato il gruppo rischia di soffocare l’individualità del singolo, e dall’altro l’identità gruppale e il ruolo di “membro” fungono da sostegno per un senso di identità personale fragile. A volte può accadere che un giovane si alzi e abbandoni il colloquio ritornando in sala d’attesa dove lo aspetta la famiglia. Compito del terapeuta sarà quello di spiegare che l’argomento in discussione era troppo delicato o disturbante; quindi se il giovane ritorna in seduta bisogna stare attenti ed evitare qualsiasi accenno di critica. In ogni caso, qualsiasi lavoro con un adolescente non deve dare al ragazzo l’impressione di essere l’oggetto di una valutazione, o peggio di una sorta di esame; al contrario, è fondamentale chiarire le finalità della consultazione e, man mano che emergono i disagi e i conflitti del soggetto, cercare di collocarli all’interno di un normale percorso di sviluppo e di consolidamento del senso d’identità. Una volta stabilita una fiducia di base e un’alleanza conoscitiva, solo la capacità introspettiva caratteristica di questa fase evolutiva potrà facilitare il dialogo all’interno del colloquio.

 

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