Come ridurre la violenza nei giovani

Articolo di Luciano Adolfo di Prata

 

 Questo lavoro di tesi prende spunto dal mio interesse per il fenomeno di rilevante allarme sociale delle bande giovanili, che ho quindi deciso di analizzare.Atti di bullismo, baby gangs, spaccio al minuto di droga, sono solo alcuni dei fenomeni che oggi inducono a porsi un importante interrogativo: perché alcuni adolescenti, da sempre considerati una fascia strutturalmente “debole”, da proteggere e tutelare, per quanto portati a trasgredire, si rendono sempre più protagonisti di crimini, spesso anche in collegamento con le organizzazioni criminali, che li attenzionano e li reclutano?

Certamente è fondamentale, attraverso un lavoro quotidiano di osservazione sul campo, individuare le dinamiche con cui le organizzazioni criminali s’insinuano tra i giovani, modificandone i valori, fino a renderli criminali al pari di un adulto, specialmente in quelle realtà socioculturali degradate, che troviamo in alcuni territori del Meridione, dove per alcune fasce della popolazione il crimine viene a rappresentare, di fatto, una scelta di carriera che rientra in un quadro di sconcertante “normalità”.

Per comprendere a fondo tale fenomeno, appare centrale come momento quello dello studio del rapporto tra le organizzazioni e le sottoculture giovanili, in particolare del modo in cui s’instaura un legame tale, da indurre ad interrogarsi su quelli che possono essere definiti i “nuovi miti del XXI secolo”, che hanno, in alcune realtà, ormai soppiantato quelli tradizionali dei cartoni animati, o al più dei cantanti neomelodici. “Nuovi miti” possono essere definiti Provenzano, Riina, Cutolo, fino a giungere al personaggio di Tony Montana, del film di Brian De Palma Scarface, a Tonino del film di Matteo Garrone Gomorra, come testimoniano le notizie riportate sui quotidiani italiani.Questi nuovi miti hanno modificato anche il modo di porsi dinanzi all’etichettamento.

Spesso i giovani, come possiamo vedere dai nomi che scelgono di attribuirsi sui Social, associano alla loro stessa identità uno di questi “miti”, come Ciro l’Immortale della serie Gomorra o Il Libanese di Romanzo criminale, film che racconta la storia della Banda della Magliana.In questo lavoro di tesi la mia intenzione è quella di analizzare quali interventi e quali azioni sia possibile ed auspicabile mettere in atto a fini preventivi, cercando di comprendere, ad esempio, se questi ragazzi sono controllati dai loro famigliari, un passaggio assai importante, così come di estrema rilevanza è anche comprendere in che termini i ragazzi stessi interpretino questo loro voler somigliare a esponenti della malavita, veri o inventati, come Genny Savastano della serie Gomorra, e come mai questi giovani non abbiano compreso il vero messaggio veicolato dalla serie TV, nonostante gli svariati appelli degli attori interpreti dei vari personaggi e le spiegazioni, sia da parte loro che degli autori, che il messaggio che volevano inviare non era quello di esaltare le capacità criminali avventate, sprezzanti del pericolo, ma la realtà che avvolge tali attività, la mancanza di legami veri fatti di affetti veri, il disprezzo folle che divide i gruppi criminali per il controllo dei territori, per lo spaccio, per le tangenti, e per tutte le altre attività illecite. Ancor più grave, come alcuni degli autori hanno detto, è il fatto che i giovani, molti giovani, non hanno compreso il messaggio più importante, che è quello che chi fa parte di questi gruppi è destinato a una vita di fughe, ad essere braccato dalla legge e dagli avversari, fino alla morte, violenta e con atti terribili, quali la distruzione del cadavere, l’accanirsi sui corpi esanimi degli avversari, cose che un ragazzo non dovrebbe condividere o esaltare, ma disprezzare, utilizzando queste stesse informazioni per farsene un monito e per agire in modo onesto, consapevole delle conseguenze delle proprie azioni non solo su di lui, ma anche su attori dal ragazzo stesso coinvolti in caso di attività illecite, non ultimo il dramma che causerebbe ai genitori. Insomma, non basta “credere” che semplicemente facendo vedere la serie Gomorra ai giovani, essi ne comprendano automaticamente il senso autentico, piuttosto bisogna prepararli e formarli, nelle scuole, nei gruppi di aggregazione, per strada (come proposto dal modello americano Cure Violence, al quale nel corso di questo lavoro di tesi si farà ampio e costante riferimento), recandosi nei quartieri a rischio e spiegando ai giovani quante altre opportunità si hanno nella vita.

A tal proposito, io amo definire tale condizione con la locuzione di “visione a delta”, come il delta di un fiume, che sta ad indicare la possibilità di vedere più vie dinanzi a sé, in contrapposizione ad una “visione ad estuario”, che consente di vedere una sola via, quasi si fosse obbligati a percorrere quella sola ed unica strada. Aderire ad una tale prospettiva a delta permetterebbe, una volta per tutte, di smettere di accusare la società se un individuo delinque o se si formano associazioni mafiose, trincerandosi dietro spiegazioni (a volte vere e proprie giustificazioni), legate alla mancanza di lavoro, come spesso si sente dire; sta di fatto che, a ben vedere, schiavi di una visione ad estuario, nessuno di questi ragazzi appare disposto a fare lavori umili o a spostarsi lontano dalla famiglia per lavorare, poiché in Italia, in particolare nel Centro e nel Sud, i giovani vivono fino a tarda età con i genitori e non si respira quella cultura, come ci ha spiegato il Professor Pisanti Olandese, in cui i giovani, oltre ad essere incentivati ad “uscire” di casa dal “nido”, vengano formati in base a caratteristiche ad essi più attinenti, rilevabili, ad esempio, attraverso la somministrazione di test attitudinali, ma anche in modo più informale attraverso colloqui e confronti con professionisti dotati di diversa formazione professionale, come docenti universitari, operatori del sociale e psicologi.

Quindi, tornando all’inizio di questo pensiero, sarà per me fondamentale analizzare il ruolo dei genitori, non solo nei termini dell’ambiente circostante a questi giovani, o dell’influenza sociale alla quale sono sottoposti, ma anche nei termini di una più profonda comprensione del fatto che i genitori stessi siano disposti a collaborare attivamente con i professionisti del welfare sociale, per aiutare il giovane ad intraprendere una formazione sociale positiva, o se, al contrario, prendono la cosa in modo superficiale, contrastando gli specialisti del settore e non facendo altro che incentivare i giovani a danneggiare se stessi e gli altri.Per interrogarsi sul fenomeno delle gang giovanili e sui (falsi) miti che ne accompagnano la formazione, nel primo capitolo verranno considerati i principali studiosi che si sono occupati del fenomeno della devianza giovanile di gruppo, proponendo una serie di teorie che sono divenute, di diritto, riferimenti fondamentali e imprescindibili per chiunque si approcci allo studio delle baby gang.Saranno nello specifico analizzati tre modelli teorici, ossia: la teoria della sottocultura di Cohen, la teoria delle bande giovanili di Cloward e Ohlin e la teoria dell’apprendimento sociale di Bandura, che nell’economia di questo lavoro di tesi rappresentano i fondamenti teorici su cui impiantare le successive riflessioni, tanto teoriche quanto applicative.Nel secondo capitolo si passerà dall’ambito più propriamente teorico a quello applicativo, con l’esplorazione del modello di intervento denominato Cure Violence, proposto dal Dr. Gary Slutkin, nato in territorio statunitense e mirato alla cura della “patologia” che, secondo lo studioso, tenderebbe a diffondersi all’interno delle bande giovanili di stampo delinquenziale.

È infatti opinione di Slutkin, virologo e non psicologo, che la violenza non sia altro che «una malattia contagiosa» (Slutkin parla addirittura di “malattia infettiva”), che può essere prevenuta e, di fatto, curata.Alla descrizione del suddetto modello, seguirà una valutazione delle sue possibilità applicative in territorio italiano, tenuto conto del fatto che esso ha dimostrato effetti positivi in numerose aree problematiche non solo degli Stati Uniti, ma anche di altri Paesi del mondo, tenuto conto delle peculiarità culturali e dei moventi che caratterizzano la formazione delle bande giovanili in territori così distanti e diversi.Nel terzo capitolo, infine, si procederà a descrivere come, partendo dal confronto tra le varie teorie già esistenti e comprovate, in tema di devianza giovanile di gruppo, dai vari ricercatori e studiosi che se ne sono negli anni occupati, esse siano state successivamente portate da me sul campo, attraverso un lavoro di osservazione partecipante (a volte a mio discapito). Solo partecipando alla vita di gruppi giovanili devianti ho potuto, infatti, constare la veridicità, ma allo stesso tempo le variabili esistenti, nei meccanismi che si innescano nei singoli individui e nei gruppi che non ho semplicemente osservato, ma attivamente frequentato, e nei quali mi sono “confuso” per raggiungere una conoscenza più precisa possibile. Prendendo singolarmente i concetti trattati nei capitoli 1 e 2, come ad esempio le caratteristiche descrittive della sottocultura, è emerso come il concetto fondamentale, per l’aggregazione del gruppo, sia l’appartenenza allo stesso luogo, a stili di vita, credenze e visioni del mondo similmente devianti.Dal mio punto di vista, la psicologia e la sociologia sono due scienze in continua evoluzione, alle quali è richiesto di essere sempre al passo con i tempi, motivo per cui, ad esempio, il concetto di etichettamento risulta ormai, secondo me, superato, poiché non assistiamo più semplicemente ad un etichettamento sociale, indotto dagli atti commessi dal soggetto, ma vi è anche un “etichettamento personale”, che, come già detto, si manifesta attraverso i Social, innescando un meccanismo perverso, che induce l’individuo che si è auto-etichettato ad avallare quello che è il nome scelto, sia esso Genny Savastano o Il Freddo, e quindi a mettere in atto atti di violenza. Potremmo dire che è proprio qui che nasce il bullismo, o meglio il cyber-bullismo, trasposto sui Social e alimentato dal gruppo nelle baby gang. Sempre in questo capitolo, verrà analizzata la teoria delle bande giovanili di Richard Cloward e Lloyd Ohlin, che sono sì ancora valide, ma che devono confrontarsi con la nuova realtà, come su scritto, dell’auto-etichettamento, poiché ci troviamo in piena era digitale, dove i Social dominano le scene e sono fonte di apprendimento, apprendimento che in seguito confronteremo con la teoria di Bandura.

Basti pensare non solo all’auto-etichettamento, nato dall’era digitale, ma anche alle forme di ribellione, che la teoria delle bande giovanili di Richard Cloward e Lloyd Ohlin ha identificato e qualificato in tre tipologie di bande, ossia:

  1. le bande criminali, che tendono ad appropriarsi degli status-symbol proposti dalla cultura della classe media, compiendo atti antigiuridici;
  2. le bande conflittuali, che tendono a distruggere i simboli considerati irraggiungibili, esprimendo un alto potenziale di violenza;
  3. le bande astensioniste, che tendono a rifiutare globalmente la cultura stessa, assumendo atteggiamenti di negazione e fuga, a volte autolesivi.

Oggi, a quelle appena citate, si aggiungono le bande virtuali, che si contendono il riconoscimento di azioni criminali ed atti vandalici, registrando e pubblicando video dove la banda commette un reato o un atto di bullismo, per poi sfidare la banda rivale a fare di meglio (o per meglio dire, di peggio). A tal proposito, proprio in questi giorni sul web è girato il video di un ragazzo disabile, usato come “ponte umano” e fatto immergere in una pozzanghera, mentre i membri della banda ci passavano sopra. La banda avversaria ha invece postato, in risposta, un video in cui una ragazza veniva fatta picchiare da più ragazze appartenenti al gruppo, per motivi futili, poiché una di queste ragazze accusava la vittima di “aver guardato il fidanzato”. Per quanto ci si trovi ancora dinanzi alla possibilità di comparare tra loro le diverse bande proposte da Cloward e Ohlin, così come utili risultano ancora le loro definizioni, va tuttavia riconosciuto che, come uno Smartphone ha bisogno di aggiornamenti per essere di ultima generazione, così la sociologia e la psicologia non possono permettersi di restare indietro con i tempi, ma devono fronteggiare le continue evoluzioni, non solo del singolo individuo, ma di interi gruppi e popolazioni, analizzando nel profondo l’epocale cambiamento avvenuto, negli ultimi anni, in termini di digitalizzazione: si pensi alle nuove patologie ad essa legate, come ad esempio il fenomeno giapponese degli Hikikomori, che in seguito ad atti di bullismo, violenze o altre forme di traumi subiti all’esterno dell’ambito famigliare, si rinchiudono nelle loro stanze per lunghi periodi, arrivando a parlare di anni di isolamento dalla realtà vissuta e restando collegati solo ad una realtà virtuale. Tra le varie teorie che saranno trattate nella tesi, a mio avviso una delle più importanti, ai fini di sviluppare una comprensione del fenomeno della devianza giovanile di gruppo, è la teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura, attualissima, e che regge ad ogni confronto, sia nella realtà quotidiana che in quella virtuale, con però un risvolto nuovo che è, come per l’auto-etichettamento, la messa in atto di atti criminali nella vita reale. È infatti provato che i giovani apprendano non solo dai mas media, ma anche dal web, e qui non parliamo di sottocultura o di ceti medio bassi, né di giovani appartenenti a famiglie disagiate, ma ci riferiamo a tutti i giovani, anzi sembra che in rete siano proprio i giovani appartenenti a “famiglie normali” o benestanti a dare per primi il cattivo esempio, singolarmente presi e diversamente dalle bande giovanili, dove è sempre presente un rito d’iniziazione, come il train surfing, cioè attaccarsi al treno in corsa, esponendosi ai lati e mettendo a rischio la propria vita, o ancora il linciaggio da parte degli altri componenti, per testare la resistenza dell’iniziato. In tutti questi casi, i singoli mostrano cosa loro, da soli, sono stati in grado di fare, atti non solo criminali, ma anche malvagi, nei confronti di animali indifesi, di clochard, di donne o di ragazzi “diversi”. I video girati viaggiano nel web rapidamente, vengono in poche ore visualizzati da migliaia di adolescenti, ed è qui che entra in scena la teoria di Bandura: individui che non hanno mai commesso atti del genere iniziano a farlo, perché, come spiegato da suddetta teoria, lo hanno visto fare ad altri e quindi possono farlo anche loro, forse anche in modo più singolare, dando un “tocco personale”, cercando non solo l’imitazione del gesto criminale visto, ma aggiungendo varianti ancor più gravi. Parlando poi della teoria dell’agire morale e del costrutto dell’autoefficacia, è fondamentale testarne il potenziale di applicabilità e funzionalità, se i principi di cui si fanno portatori vengono applicati e messi in atto con l’individuo giusto, al momento giusto. Il capitolo si conclude, parlando di quella che spero possa essere una soluzione, seppur marginale, per arginare simili eventi, partendo dalla teoria del Dr. Slutkin, ma offrendone una mia interpretazione, nella prospettiva di una sua applicabilità al nostro Paese e alla nostra cultura. La tesi da me sostenuta è, infatti, che si possa non solo intervenire alla prevenzione di atti di bullismo e cyberbullismo, ma anche evitare di “contagiare” un ragazzo nella devianza, impedendogli di divenire un futuro criminale. Per dare una descrizione facilmente comprensibile di quanto da me auspicato, proviamo ad immaginare la catena alimentare, però con la variante della criminalità interrotta, quindi come un cerchio che pur iniziando con un atto criminoso, non finisca con lo stesso, ma con un cambiamento, e così via, passando da individuo a individuo…

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