Come scegliere il partner

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Le diversità nelle capacità e nel modo di amare degli adulti rispetto ai bambini riguardano la qualità di ciò che si prova, non la quantità. L’amore, come costrutto multidimensionale, e le differenze individuali sono da ricondurre ai percorsi affettivi di ciascuno.(Attili,2004).
Gli psicologi che studiano l’attaccamento (Shaver, Hazan,Brasshaw,1998), con le loro ricerche, hanno potuto mostrare che quando si è sentimentalmente legati a qualcuno il rapporto è costituito da quattro componenti che appaiono in sequenza: mantenimento del contatto, specialmente quando si è turbati, ansia da separazione quando la persona amata non è presente ed effetto base e rifugio sicuro che comportano l’innescarsi di meccanismi mentali, anche contorti, non consapevoli, per assicurare la vicinanza fisica, e mentale, del partner. Questi stessi elementi sono riscontrabili anche nel comportamento che manifesta un bambino nei confronti della madre. (Shaver, Hazan, Bradshaw, 1988).
Nei legami di coppia, che si basano su una profonda reciprocità, sulla possibilità, in altri termini, di giocare e agire un doppio ruolo a seconda delle circostanze, ogni compagno deve poter usare l’altro come figura di attaccamento e come fonte di sicurezza; ciascuno, a sua volta, deve saper fornire sicurezza e porsi come “adulto competente “per l’altro.
Quando, per svariati motivi, quest’alternanza non è possibile, la coppia va in crisi e non è più funzionale. L’ipotesi in corso di verifica è che la qualità del legame mantenuto con la famiglia di origine incida sulla qualità del legame con il partner (Feeney, Noller, 1990; Hazan, Shaver, 1987; Bartholomew, Horowitz, 1991; Belsky, Pensky, 1988; Cohn et al., 1991) e che entrambi incidano non solo sulle motivazioni e sui tempi della scelta di avere figli e sulle modi di assunzione del ruolo parentale (Cohn et al., 1991; Easterbrooks, Emde, 1988; Gloger-Tippelt, 1994; Van Ijzendoorn, 1992), condizionando la qualità della successiva relazione del bambino al genitore, ma anche sulla decisione di non avere figli.

E in che modo scegliamo il partner ideale ?
Che relazione ha quest’ultimo con la nostra famiglia di origine?

La scelta del partner non è lasciata al nostro libero arbitrio. Ci innamoriamo di una persona solo quando incontrandola abbiamo già dentro di noi una immagine idealizzata. Prima costruiamo , e poi proiettiamo sull’altro. Quindi non amiamo ciò che è , ma ciò che immaginiamo essere ( Airone , Novembre 2008 , “Esiste l’anima gemella?”  ,G. Mondadori Editore).

Ma che cosa costruiamo e proiettiamo?

Nella scelta del partner noi cerchiamo , principalmente , qualcosa , di più o meno rimosso, della nostra primaria figura affettiva : madre, padre, o altra figura primaria di accudimento.
Nella fase edipica (Freud , 1914 )individuata dalla psicanalisi, nell’infanzia, inconsciamente, la bambina sceglie come partner il padre e il bambino la madre, l’importante è che questa scelta relazionale sia positiva e soddisfacente, al fine di poter scegliere, da adulti, un partner che possegga gli aspetti positivi dei nostri genitori. Infatti nell’amore noi vogliamo solo trovare qualcosa dell’amore originario verso i nostri genitori, ma perseguiamo anche una compensazione di ciò che non abbiamo avuto o di cui ci è stato privato durante l’infanzia da genitori non attenti alle nostre esigenze affettive o talvolta addirittura ostili o cattivi verso le richieste del bambino. Conseguentemente chiediamo al nostro amore, in maniera più o meno conscia , di adempiere ai vuoti affettivi del nostro passato o a porre rimedio alle ferite affettive che ci sono state inferte. Alcune volte queste richieste vengono poste come l’altra faccia di una medaglia; cerchiamo di sopperire o guarire lui , per sopperire o guarire noi. Ciò avviene, per esempio, nella codipendenza.
Nella scelta del partner potenziale esistono dei criteri che gli psicologi contemporanei ritrovano in caratteristiche che vanno oltre la bellezza del corpo e del viso e che si possono così riassumere:

  • effetto familiarità: la nostra mente fa si che le persone che percepiamo come familiari siano automaticamente viste come le più gradevoli. Gli psicologi sociali parlano di “mere exposure effect” ovvero “effetto esposizione”: quanto più siamo esposti a uno stimolo tanto più lo troviamo gradevole.(Zajonc, 1968). E se questo stimolo è un viso che ci ricorda un qualcuno che ha per noi familiarità, lo troveremo particolarmente attraente ancora prima di conoscerlo. Questa tendenza, a base innata, fa si che si evitino unioni tra individui incompatibili e, inoltre, che siano trasmesse, attraverso l’accoppiamento, le caratteristiche genetiche del proprio gruppo di appartenenza.(Mohanan, Murphy & Zajonk, 2000)
  • L’effetto somiglianza. Le persone familiari sono percepite come più simili a noi stessi. A fare da attrattiva non è solo la somiglianza fisica, ma quella percepibile in altre numerose dimensioni (stato socio-economico, classe sociale, livello culturale). L’essere simili porta, infatti, ad avere gli stessi interessi, a frequentare gli stessi posti e a essere attratti dalle stesse cose .
  • L’effetto sensibilità. Gli psicologi lo chiamano “valore rispetto all’attaccamento “ e può trovare riscontro nella disponibilità a prendersi cura dell’altro e ad accettare di essere accuditi. In pratica si utilizzano gli stessi criteri che sono utilizzati dai bambini, quando possono scegliere tra più figure di attaccamento: indirizzano le loro richieste a colei (o colui) che è più in grado di ridurre il disagio, che più sa lenire la paura, che è più in grado di confortare; a quella si attaccano e diventa la figura di attaccamento principale (Bowlby, 1969).

A tutt’oggi, i dati raccolti, non consentono di capire in quale momento o su quali aspetti della relazione il modello di attaccamento eserciti la maggiore influenza: se nella fase dell’attrazione iniziale (unitamente ad altri fattori, quali le caratteristiche fisiche, le affinità, i valori ecc.), se sulla stabilità a breve termine dell’accoppiamento o se sulla sorte a lungo termine della relazione, anche se dati recenti (Pietromonaco, Carnelly, 1994) sembrano supportare l’ipotesi che lo stile di attaccamento giochi un ruolo già nella fase iniziale della scelta.

di Laura Tononi