Come scoprire le menzogne con le neuroscienze

Articolo di Cecilia Marchese

Il notevole incremento della metodologia neuropsicologica è stato possibile, negli ultimi anni, grazie anche allo sviluppo di tecnologie particolarmente sofisticate, in particolare quelle di neuroimaging (o brainimaging).

Le tecniche di brainimaging si dividono in 2 grandi categorie, i metodi di visualizzazione strutturale che studiano la forma del cervello e la presenza di strutture patologiche (tumori, emorragie, infarti); i metodi di visualizzazione funzionale che servono ad investigare quali aree cerebrali svolgono una determinata funzione, la sequenza di attivazione delle aree coinvolte in un compito e l’effetto su queste aree di varie patologie neurologiche (lesioni) e psichiatriche.

A loro volta, i metodi di visualizzazione funzionale si suddividono in: diretti EEG, potenziali eventocorrelati (ERP); indiretti: Tomografia ad emissione di positroni (PET), Risonanza magnetica funzionale (fMRI o functional Magnetic Resonance Imaging) (De Marchi, 2014). Dal 2000 in poi, mediante l’utilizzo della risonanza magnetica funzionale (fMRI) e dei potenziali evento-cognitivi (ERP cognitivi) è stato
possibile studiare le componenti cognitive della menzogna a livello neurale.

Le varie ricerche condotte con questa metodica sono consistite nel rilevare l’attività cerebrale del soggetto sperimentale mentre questi produce delle menzogne e delle risposte vere.

La risonanza magnetica funzionale. Una delle ricerche più promettenti effettuata grazie alla risonanza magnetica funzionale viene dallo psichiatra Daniel Langleben, dell’Università della Pennsylvania. Egli chiese ai partecipanti di produrre un inganno piuttosto semplice mentre veniva monitorata l’attività cerebrale con risonanza magnetica funzionale al fine di localizzare le zone del cervello che vengono attivate quando si mente.

Quando viene fatta una domanda, il cervello deve prima elaborarla. Ogni elaborazione del cervello comporta uno sforzo: dire una bugia richiede un’elaborazione più complicata che dire la verità, con una maggiore attività neurale. L’esito dimostrò che quando i soggetti
mentivano avveniva un’intensificazione dell’attività cerebrale.

Nella risonanza magnetica funzionale tale incremento di attività neurale illuminava alcune aree come una lampadina. Tale attività però, riguardava solo zone ben localizzate del cervello: si attivavano la corteccia prefrontale (un’area coinvolta nel giudizio sociale) ed il cingolo anteriore (una zona che svolge 20 un ruolo importante sia in
un’ampia varietà di funzioni autonome come pressione sanguigna e frequenza
cardiaca, sia in funzioni ben più sofisticate e razionali come il processo con cui si
prendono decisioni, l’empatia e l’esperienza emotiva) (citato in Pacori, 2012). Nel
2002 Langleben ha concesso in licenza i suoi metodi per il rilevamento. Come
metodo forense è certamente più affidabile, ma più costoso, del poligrafo, e
comunque ancora immaturo in quanto testato solo su persone giovani, sane e di
lingua inglese; il problema fondamentale, però, è che per rispondere alle domande
non bisogna usare la voce, bensì il solo pensiero, come se ci si trovasse di fronte
ad un inquisitore telepatico: anche i più impercettibili movimenti della testa
disturberebbero la scansione della macchina. Critiche di questa tecnica
sottolineano anche che fMRI in realtà non misura il mentire, ma solo l’aumento di
attività cerebrale che si verifica quando uno sta mentendo, fMRI potrebbe quindi
portare a falsi positivi prodotti da ansia o altre cause. Ma al di là delle applicazioni
giuridiche, il team del prof Langleben ha dato un interessante contributo alla
ricerca neuropsichiatrica. Questi rilevamenti indicano infatti una realtà ben chiara:
il nostro cervello è sempre pronto per dire la verità, mentre per mentire deve
organizzarsi, attivarsi ed agire, una sorta di lavoro extra non previsto (Zazzetta,
2001). Utilizzando strumenti di monitoraggio cerebrale, anche un gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca ha recentemente osservato che ci
sono delle aree del cervello precise che si attivano nel comportamento di
menzogna. Attraverso delle tecniche di imaging neuronale, basate sulla risonanza
magnetica, i ricercatori hanno rilevato che quando mentiamo si attivano la regione
frontale e prefrontale dell’emisfero sinistro del nostro cervello e la cosiddetta
corteccia cingolata anteriore, parte della corteccia cerebrale deputata a riconoscere
possibili rischi e pericoli per l’individuo. Ma soprattutto 21 le mappe topografiche
del cervello hanno evidenziato la presenza di un marcatore neurale, una risposta
elettrofisiologica che misura le elaborazioni del nostro cervello, osservando che
queste risposte sono più marcate quando il soggetto sta mentendo piuttosto che
quando dice la verità. Il che significa che d’ora in poi, grazie a questo marcatore,
potrebbe essere finalmente possibile smascherare i bugiardi, almeno dal punto di
vista neuroscientifico (Da Rold, 2013).
Il cognosensor. Una seconda tecnica utilizzata per sondare il cervello durante gli
interrogatori è il “cognosensor” sviluppato da Britton Chance, ricercatore presso
l’università della Pennsyslvania. Attraverso un cassetto che irradia luce infrarossa
attraverso il cranio ed il cervello, parte di questa luce viene “rifratta”: il tipo di
rifrazione fa capire da quale regione viene riflessa e soprattutto indica le
variazioni del flusso sanguigno in quel tessuto. Anche da questa analisi si è
dedotto che quando una persona mente l’attività del cervello è maggiore di
quando dice la verità: più di un fascio luminoso viene riflesso e la rifrazione
proviene da un’area molto vasta. Il che implica che dire le bugie richieda
un’attività di pensiero molto più complessa che dire la verità e che fa capo a
diverse funzioni (attenzione, memoria ecc.) ( Pacori, 2012).
L’elettroencefalografo. Una terza forma di indagine del cervello ha fatto di uno
strumento tradizionale, l’elettroencefalografo, il protagonista. In questo caso ad
essere state esaminate sono delle particolari onde chiamate p300. L’onda p300 si
realizza come effetto di un pensiero o una percezione e si rileva con stimoli
significativi (dettagli che solo chi ha commesso un crimine o mente può
conoscere)22 (Pacori 2012).