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I miti della professione psicologica smontati

L’Italia è il paese che ha il maggiore tasso di psicologi per abitante in tutta Europa. Questo determina una serie di possibilità di impiego nel settore e una conseguente elevata disoccupazione dopo i corsi di laurea in psicologia.

Questo può determinare una serie di frustrazioni che portano allo sviluppo di miti della professione psicologica. Vediamo quali sono i più diffusi, vediamo come smontarli e come valorizzare la professione di psicologo.

In Italia non c’è la cultura dello psicologo

Uno dei miti più frequenti sulla professione dello psicologo è che “in Italia non c’è la cultura dello psicologo”.

Il Corso di Laurea in Psicologia è tra quelli che ha più iscritti ogni anno, dimostrando una grande passione per il tema nella popolazione generale.

I libri di psicologia sono da sempre negli scaffali delle librerie.

Se per “in Italia non c’è la cultura dello psicologo” si intende che non c’è ancora un riferimento ubiquo alla professione, questo è vero. E’ vero che di fronte ad un problema  psicologico non si faccia riferimento costante allo psicologo. Ma è vero in tutte le nazioni, incluse quelle in cui lo psicologo non è una figura professionale in crisi economica.

Ho lavorato in diverse nazioni europee e la concezione dello psicologo è simile. Probabilmente se ne vedono meno gli effetti perché ci sono molti meno psicologi. E come risorsa scarsa, sono proporzionalmente più scelti.

Esiste un pregiudizio contro gli psicologi

Molto spesso si sente di lamentele riguardanti il pregiudizio contro gli psicologi.

Si afferma che le visioni stereotipiche sono ancora preponderanti:

  • ci si lamenta della frase “sono anche io un po’ psicologo”, ovvero ci si lamenta quando barman, portieri d’albergo, parrucchieri dicono di essere un po’ psicologo. Un po’ come se questo danneggiasse la categoria. In fondo però questo non ha nessun effetto. Nessuno pensa che un barman sia uno psicologo.
  • si sostiene che la popolazione generale conosca ancora poco lo psicologo (ma questa è una conseguenza del fatto che lo psicologo “vende” ancora poco rispetto al potenziale)
  • ci si lamenta di varie attività attese nel servizio psicologico (ad es., “dare consigli”, “risolvere problemi”)

Eppure, stereotipi e pregiudizi esistono pressoché in ogni professione. Tutti hanno visioni stereotipate del carabiniere, del geometra, del medico, dell’ingegnere. E queste non impattano in alcun modo nel loro modo e nelle possibilità di lavorare

Il problema occupazionale degli psicologi in Italia è principalmente numerico

I corsi di laurea hanno diversi problemi, uno è certamente numerico. Il numero di psicologi in Italia è elevatissimo se comparato ad altre nazioni europee.

Questo non può che impattare sul rapporto tra psicologi che lavorano ed esigenze psicologiche.

Latenti o evidenti che siano, le esigenze di psicologi in Italia si trovano di fronte ad un numero elevatissimo di professionisti rispetto ad altre nazioni europee.

Questo “problema” numerico può determinare uno o più scenari futuri:

  1. disoccupazione crescente nella categoria

Lo stato attuale, con un numero crescente di psicologi su una base di esigenza percepita bene o male stabile, potrebbe portare ad un aumento della disoccupazione nel settore. Sono necessarie dunque nuove strategie per occupare gli psicologi, ma in un modo fruttuoso, utile e duraturo.

2. aumento della trasversalità dell’applicazione degli psicologi

Può essere utile applicare una trasversalità dello psicologo in settori differenti. Ma occorre farlo dal punto di vista formale. La psicologia è in qualsiasi settore, ma occorre entrarci ben preparati, sviluppando nicchie di riferimento in modo inattaccabile. Il rischio di voler fare tutto – in ogni professione – è quello di non saper fare niente davvero bene.

3. miglioramento delle strategie di marketing

Uno dei grandi malintesi nella formazione in psicologia è che a fronte di un percorso di laurea così articolato, i bandi di selezione per psicologi sono minimi.

Questo produce un numero di laureati elevatissimo senza uno sbocco da lavoro dipendenti sufficientemente ampio.

Il grande malinteso è che i laureati in psicologia si ritrovano nel settore della libera professione, spesso senza avere notevoli elementi di marketing.

Sostengo che il marketing sia importantissimo ed utile, proprio per valorizzare la professione.

A volte nel settore c’è chi disdegna la parola “marketing”. Ma in fondo, qualsiasi libero professionista lo fa in qualche modo. Anche se facesse solo passaparola, va considerato il marketing è pressoché ovunque.

Ma possiamo reggere una professione che supera i 100.000 iscritti in Italia col solo marketing? Vogliamo trasformare la professione in una gara interna in cui vince chi ha una comunicazione più di impatto sui social? (cosa che peraltro è successa in politica di recente a livello globale?)

Esiste una possibile seconda via per l’inserimento in maniera radicale dello psicologo a livello territoriale?

Inserire lo psicologo ovunque

E qui arriva il sogno. Occorre trovare una strategia per inserire lo psicologo nei contesti, senza che questo sia costretto necessariamente a fare un marketing continuo di se stesso o a ritagliarsi fette di libero mercato.

Per fare questo non c’è bisogno di fare la cultura della psicologia, occorre inserire lo psicologo a livello formale. Occorre usare anche una notevole parte documentale per sostenere la validità dello psicologo in ogni settore. Serve misurare gli effetti dello psicologo e documentare l’impatto.

Serve fare project management dello psicologo.

Non mi piacerebbe sapere semplicemente che qualcuno ha deciso di inserire 1000 psicologi assunti.

Bisogna capire come e perché.

Occorre capire l’impatto.

Serve valorizzare la professione, si, ma con i risultati ottenuti misurabili.

Ma prima di partire con alcune vie per valorizzare la professione di psicologo, non dobbiamo fare vittimismo sulla condizione italiana.

Ad esempio, a fronte dell’emergenza COVID-19, l’Italia ha risposto con strategia di psicologia simile a quella degli altri paesi europei (task force, numero di emergenza psicologica).

  • è così assurdo mettere uno psicologo in ogni scuola?
  • sarebbe un lusso inserire uno psicologo in affiancamento al pediatra nello sviluppo del bambino?
  • è così impensabile pensare ad uno psicologo territoriale per la salute?
  • è molto strano pensare che lo psicologo sia la figura di riferimento nel settore della vittimologia e della violenza domestica?
  • pensi che sia così strano che lo psicologo possa essere la figura di riferimento per il rischio stress lavoro correlato – anche oggettivo – e le politiche della salute in grandi aziende?

Secondo me no, lo psicologo può dare un contributo notevole in ognuno di questi settori.

Ma occorre formalizzare questi aspetti, altrimenti il rischio è di essere considerati sempre un accessorio o addirittura un lusso.

La cultura dello psicologo non si crea solamente dicendo che lo psicologo è importante. Si crea soprattutto facendo le cose, consulenza dopo consulenza, intervento dopo intervento, progetto dopo progetto.

 

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