Il nocino di San Giovanni e gli ulivi che rinascono: passeggiata tra i giardini di Villa Jamele con Peppe Zullo

Dopo la visita alla dimora storica e alla scuola di cucina internazionale, la nostra giornata a Villa Jamele, a Orsara di Puglia, prosegue all’aperto. Peppe Zullo ci guida tra noci, ciliegi e ulivi secolari, in una passeggiata che è al tempo stesso lezione di botanica, di tradizione popolare e di filosofia contadina.

Il nocino: il rito del 24 giugno

Si comincia sotto i noci. Qui la tradizione ha una data precisa: il 24 giugno, giorno di San Giovanni, si preparano le noci per il nocino, il liquore che si ottiene proprio dai frutti ancora verdi. La ricetta è tanto semplice quanto rigorosa: si raccolgono le noci, si tagliano e si mettono in infusione nell’alcol per quaranta giorni, insieme ad alcune erbe aromatiche. Con il tempo l’alcol si carica dei profumi e delle proprietà della noce, che — ricorda Zullo — è ottima per la digestione.

Non è una tradizione solo italiana: anche in Spagna si prepara il nocino con le noci verdi, e sempre intorno al 24 giugno. La data non è casuale: è il momento dell’anno in cui le erbe aromatiche raggiungono il loro punto balsamico, il massimo della concentrazione di oli essenziali. L’infuso riposa all’esterno per quaranta giorni, coperto con un panno; poi si filtra e si imbottiglia.

Il giardino dei ciliegi: nove alberi, un dono

«Uno dei frutti più belli, che amo, è la ciliegia», confessa Zullo mostrandoci quello che chiama il giardino dei ciliegi: nove alberi di varietà diverse, provenienti da tutto il mondo, già in produzione quest’anno. Dietro c’è una storia di amicizia e passione: le piante sono il dono di un anziano professore innamorato delle ciliegie, che ha voluto contribuire a creare questo angolo di biodiversità.

Il giardino all’italiana e gli angoli ritrovati

La passeggiata continua tra alloro, susini e vecchi meli, fino a un’area di sosta nata dal recupero creativo: un vecchio bancone ritrovato, qualche pietra sistemata ad arte, piante messe a dimora — «inventiamo le cose», sorride Zullo — e il risultato è un luogo ventilato e piacevole dove sostare e organizzare eventi all’aperto.

Poco più in là, il glicine con i suoi baccelli che sembrano fagioli (ma non lo sono: dentro ci sono solo quattro o cinque semi), e poi la sorpresa: dal vecchio giardino della villa è stato ricavato un giardino all’italiana, con vialetti e piante disposte con ordine geometrico, inserito però tra gli alberi da frutto. Un incontro insolito tra il giardino formale e il frutteto produttivo che riassume bene lo spirito del luogo. «Lavoriamo con la natura», dice Zullo. «La natura è uno dei doni più belli che abbiamo ricevuto da Dio».

La lezione dell’ulivo: morire e rinascere

Il momento più intenso della passeggiata è l’incontro con gli ulivi monumentali. Zullo ci invita a un piccolo esercizio: girare lentamente intorno al tronco di un ulivo di circa 500 anni, osservandolo da ogni lato. Solo così, spiega, si scopre la sua storia: guardandolo da un’unica angolazione non si vede nulla, ma girandogli intorno si leggono le ferite e le rinascite.

Quel tronco racconta che l’albero è morto — probabilmente due o tre secoli fa, ucciso da una grande gelata — e poi è tornato in vita, ricacciando dalle radici. «L’ulivo è uno degli alberi più forti e più antichi del mondo», commenta Zullo, «ed è ancora qui con noi dopo 500 anni». Accanto, un esemplare ancora più imponente sfiora gli 800 anni.

E non sono nemmeno i record: nel sud della Puglia si trovano ulivi di 1.500 anni, in Sardegna si parla di un esemplare di circa 3.000 anni, e anche la Grecia custodisce piante millenarie. L’ulivo cresce lentamente — un tronco che sembra giovane può avere già due secoli — ma proprio per questo attraversa le epoche.

Perché questa passeggiata ci interessa

Anche in questa seconda parte della visita, Villa Jamele mostra che cosa significhi trasformare un patrimonio agricolo in esperienza: un liquore tradizionale diventa racconto del calendario contadino, nove ciliegi diventano la storia di un dono, un ulivo ferito diventa una lezione di resilienza da far toccare con mano agli ospiti. È la grammatica del turismo esperienziale nelle aree interne: non servono grandi attrazioni, serve saper leggere — e far leggere — ciò che la terra ha già scritto.

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