La psicoterapia cambia la struttura del cervello

Articolo di Alessandra Serio

Le ricerche scientifiche (Siracusano & Rubino, 2006) sottolineano il ruolo della psicoterapia nel determinare delle trasformazioni e modifiche nel comportamento, grazie alla modifica dell’espressione genetica e dell’efficacia delle connessioni tra i neuroni. Tale dato conferisce alle “parole” nella relazione psicoterapeutica lo status di fattore terapeutico; ciò significa, dunque, che la psicoterapia contribuisce alla plasticità cerebrale.
Secondo le neuroscienze, la psicoterapia rafforza la crescita dei neuroni, e di conseguenza, l’integrazione delle reti neurali: le ricerche dimostrano come l’efficacia della psicoterapia sia correlata con cambiamenti nell’attivazione di aree cerebrali che si ipotizza siano coinvolte in patologie mentali; in tal senso, il ritorno a normali livelli di attivazione si configurano come risultato di un ritrovato equilibrio tra due componenti: strutture neurali e le reti che ne assicurano il collegamento. A prescindere dall’orientamento teorico, la terapia avrà buoni risultati se sarà in grado di favorire neuroplasticità appropriate. Tra gli elementi che aumentano la plasticità cerebrale in psicoterapia, vi sono: il grado di alleanza terapeutica che si instaura tra paziente e terapeuta, e che verte su una base di fiducia e sicurezza; l’attivazione di emozione e cognizione; e la co-costruzione di nuovi racconti personali. Nonostante gli psicoterapeuti siano orientati a pensare maggiormente in termini clinici piuttosto che neuroscientifici, nel momento in cui interagiscono con i pazienti, ne stimolano la neuroplasticità e l’integrazione neurale.
Le reti neurali inibite dal trauma, possono essere attivate e reintegrate nel processo cosciente mediante il lavoro terapeutico, grazie all’empatia: essa stimola e produce cambiamenti a livello biochimico nel cervello che favoriscono nuovi apprendimenti; le relazioni sociali quindi hanno il potere di stimolare la plasticità neurale.
La relazione terapeutica inoltre, grazie alla presenza del terapeuta, riduce l’isolamento sociale che rafforzerebbe la rigidità neurale dell’individuo, e costituisce un ponte di collegamento con gli altri (Giusti e Azzi, 2013). La plasticità neurale consente la formazione della mente umana attraverso l’interazione tra processi neurofisiologici cerebrali e le esperienze vissute. Il ruolo della plasticità neurale viene messo in luce da ricerche relative ai processi di apprendimento e memoria, da cui risulta la possibilità di modificare la struttura cerebrale a seguito di esperienze ambientali ed interpersonali.
La psicoterapia, contribuisce in tal senso allo sviluppo di plasticità cerebrale, in quanto si tratta di un’ulteriore forma di apprendimento. Se l’azione delle terapie farmacologiche, le quali agiscono a livello biochimico sul sistema nervoso centrale risulta evidente, meno evidente appare l’azione della psicoterapia. Ad esempio, la terapia cognitivo comportamentale, è considerato u trattamento efficace nei disturbi d’ansia e dell’umore, in quanto modifica gli schemi cognitivi, tramite tecniche cognitive, le quali modificano le convinzioni disfunzionali relative a se stessi e al mondo esterno e le terapie comportamentali, che mirano all’acquisizione di nuove strategie tramite esercizi comportamentali condivisi tra terapeuta e paziente.
La psicoterapia, può produrre, quindi, modifiche del comportamento attraverso nuove esperienze e nuovi apprendimenti. Tali esperienze vengono registrate nelle reti neuronali che formano il cervello. Tra gli esempi a sostegno dell’esperienza coinvolta nella modificazione dei neuroni e del loro collegamento, vi è uno studio condotto da Woolett e Maguire nel 2011, da cui emerse che il cervello degli autisti di taxi a Londra, rispetto a quello di altri guidatori, abbia un maggior volume dell’area posteriore dell’ippocampo, ossia una struttura cerebrale coinvolta nella memoria e nella ricerca visuo-spaziale (Woolett e Maguire, 2011). La psicoterapia, intesa come strumento di cambiamento per il paziente, ha come obiettivo quello di ottenere un cambiamento che consenta al paziente di ritrovare la consapevolezza di sé, l’accettazione della propria fragilità e la comprensione del proprio funzionamento. Rappresenta perciò l’occasione di riorganizzare il proprio assetto mentale. La terapia cognitivo-comportamentale si configura come approccio elettivo in merito allo sviluppo e l’aumento della plasticità cerebrale: essa si basa sul presupposto che il malessere derivi dal modo in cui l’individuo interpreta le situazioni, attribuendo un significato agli eventi. Secondo tale approccio, emozioni, pensieri e comportamenti sono correlate, ed i disturbi sono accomunati e caratterizzati da credenze disfunzionali che persistono col tempo, causando sofferenza, e difficili da modificare in quanto basate su meccanismi di mantenimento. Le interpretazioni degli eventi portano a convincimenti che si radicano nell’individuo, causando distorsioni cognitive che impediscono di debellare il disturbo: non è l’evento in sé che genera un malessere, ma è il modo in cui esso viene interpretato dal soggetto che ne determina impatto e conseguenze.
Il pensiero è basato su tre livelli di cognizione:
  • convinzioni profonde: strutture di base con cui le persone interpretano se stessi e gli altri
  • convinzioni intermedie: costituite da regole, opinioni ed assunzioni
  • pensieri automatici: cognizioni inconsapevoli da cui dipendono le emozioni.
Le convinzioni profonde agiscono influenzando le convinzioni intermedie, le quali influenzano i pensieri automatici. Le tecniche utilizzate secondo la terapia cognitivo-comportamentale per favorire la plasticità neurale sono: la ristrutturazione cognitiva, grazie alla quale è possibile modificare convinzioni disfunzionali, partendo dall’analisi dei pensieri relativi ad emozioni e comportamenti, al fine di modificare il processo di pensiero, mettendolo in discussione ed individuandone il meccanismo alla base, e la tecnica comportamentale, in particolare, le tecniche di esposizione, per cui i pazienti vengono sottoposti alle situazioni problematiche ed ansiogene, tramite immaginazione, simulazioni o in vivo.
Grazie all’aiuto del terapeuta, il quale affianca il paziente nella discesa verso l’abisso delle proprie paure, il paziente può gradualmente esporsi alle proprie paure, secondo una modalità nuova, proprio perché rassicurato dalla presenza del terapeuta, da cui può apprendere ed interiorizzare gli strumenti necessari per ridurre l’ansia. Lo psichiatra statunitense premio Nobel Eric Kandel considera la psicoterapia un vero trattamento biologico. L’apprendimento dovuto alla psicoterapia modifica l’encefalo e produce un rafforzamento delle sinapsi. La psicoterapia migliora la capacità di autoregolazione emotiva, la capacità di problem solving, l’autopercezione, le competenze metacognitive. Le emozioni rilasciano ormoni nel corpo che, una volta tornati al cervello, lo bloccano in uno stato di attivazione.
Da un alto, la corteccia prefrontale non riesce ad inibire l’amigdala, dall’altro l’amigdala invece controlla facilmente la corteccia, in quanto è necessaria l’eccitazione di alcune aree cerebrali per generare un alto livello di attivazione: ciò spiega come mai sia difficile tenere le emozioni sotto controllo, ed è in tal senso che agisce la psicoterapia. Il lavoro terapeutico contribuisce ad aumentare la capacità della corteccia di contestualizzare opportunamente le esperienze affettive, accrescendo la capacità di simbolizzazione e diminuendo stati affettivi troppo intensi; ciò contribuisce anche all’influenza delle successive esperienze affettive. Uno dei primi studi (Baxter, Schwartz et al. 1992) relativo agli effetti della psicoterapia a livello cerebrale risale al 1992, anno in cui su pazienti con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo vennero confrontate la terapia farmacologica con fluoxetina e la terapia comportamentale: dai risultati emersero cambiamenti simili a livello di strutture cerebrali. Dal confronto tra i cambiamenti neurobiologici prodotti da trattamenti psicologici e quelli dovuti alla terapia farmacologica, è emerso come siano entrambi efficaci nel produrre modifiche a carico dell’attività neurale.
La psicoterapia determina un incremento dell’attivazione frontale, contribuendo all’inibizione dell’amigdala (Quide et al. 2013). LeDoux (LeDoux, 1994) ha fornito un’interessante spiegazione circa l’influenza della terapia sulla struttura cerebrale, asserendo che essa induca la riorganizzazione dell’assetto delle connessioni neurali, producendo un potenziamento sinaptico ed il controllo della corteccia sull’amigdala. I cambiamenti prodotti dalla psicoterapia, secondo gli studi condotti attraverso le tecniche di imaging funzionale, si localizzano nei lobi prefrontali (Aquino 2013).
In terapia, paziente e terapeuta, collaborano in un processo di co-costruzione dell’esperienza di parti mancanti, che possono essere integrate proprio grazie alla relazione autentica col clinico, da cui apprende la capacità di insight.
Grazie alla plasticità cerebrale, durante la terapia, il cervello cambia, a prescindere dall’età lungo l’intero arco di vita (Barsaglini e al, 2014).
La psicoterapia induce trasformazioni plastiche, grazie all’instaurarsi una relazione correttiva, che rappresentano basi anatomofunzionali di veri e propri cambiamenti nella struttura della personalità. La terapia consente l’acquisizione di una maggior regolazione emotiva di situazioni vissute come insostenibili ed incontrollabili, e, favorisce il passaggio da schemi disfunzionali di lettura della realtà e pensieri automatici con schermi più flessibili e funzionali, promuovendo miglioramenti a livello cognitivo ed emotivo, quali: l’acquisizione di una più efficace consapevolezza rispetto al proprio funzionamento mentale ed una maggior capacità di controllo e gestione delle emozioni negative, in quanto, il cervello cognitivo predomina rispetto a quello emotivo, e la ragione mitiga gli effetti negativi dell’impulsività (Wykes e al, 2002). La resilienza è costituita da quattro dimensioni:
  • fisica (riposo, fitness, nutrizione)
  • emotiva (regolazione emotiva, ottimismo realistico, controllo degli impulsi)
  • mentale (prospettive mentali, pensiero focalizzato, controllo di se stessi)
  • spirituale (empatia, valori, credenze)
Lo sviluppo di tali dimensioni è direttamente proporzionale all’aumento della plasticità cerebrale, grazie alla quale si possono contrastare fenomeni neurodegenerativi, quali l’invecchiamento, la psicosi e le malattie neurologiche.

La plasticità cerebrale risulta adattativa, nel momento in cui, l’individuo dotta strategie che favoriscono al resilienza, e grazie a cui si verificano miglioramenti nella sfera emotiva, cognitiva e motoria (Cerasa, 2018).

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