Oltre la pena: la sfida economica dei detenuti siciliani – un articolo di Adriana Bellisà

L’occupazione all’interno degli istituti di pena rappresenta il principale strumento di riscatto sociale e di abbattimento della recidiva, ma si scontra quotidianamente con limiti strutturali, burocrazia e sovraffollamento.

Negli ultimi anni, la rete penitenziaria siciliana si è trovata ad attraversare una delle stagioni più drammatiche della sua storia recente, schiacciata da un sovraffollamento endemico che erode ogni giorno lo spazio vitale dei reclusi. In molti istituti dell’Isola le presenze superano di gran lunga la capienza regolamentare, costringendo un numero impressionante di persone a vivere al di sotto della soglia minima dei tre metri quadrati per individuo: quel limite valicato che la giurisprudenza della Corte EDU riconosce come l’insorgere di un trattamento inumano e degradante (art.3 CEDU).

progetto erasmus plus perspektive

Se nel 2020 la parentesi pandemica aveva sospeso temporaneamente la pressione di serraggio, la fase post-emergenziale ha fatto deflagrare criticità mai davvero curate. Il quadro attuale è impietoso: organici di Polizia Penitenziaria ed educatori ridotti all’osso, complessi detentivi obsoleti e una vertiginosa impennata di atti di autolesionismo e suicidi. In questa realtà, la sola privazione materiale rischia di declassare la pena a mero contenimento punitivo, svuotando nei fatti quel principio di rieducazione solennemente sancito dall’art.27 Cost.

Analizzare l’economia interna alle carceri palermitane, in particolare, significa confrontarsi con un disagio sociale che viene da lontano. La maggior parte della popolazione detentiva proviene infatti dai quartieri a più alta vulnerabilità socio-economica della città metropolitana e non può contare su alcun tipo di sostegno finanziario da parte delle famiglie. Senza disponibilità sul conto corrente interno, anche gli acquisti più elementari garantiti dal c.d. «sopravvitto», dai beni per l’igiene personale ai prodotti alimentari integrativi, fino alle schede per telefonare ai cari — si trasformano in ostacoli insormontabili, superati solo grazie alla solidarietà informale tra i ristretti. In un contesto simile, accedere a un lavoro intramurario non rappresenta più soltanto una misura trattamentale o formativa, ma una pressante esigenza di sussistenza. Durante la fase più acuta della pandemia, una strada diversa era apparsa possibile. Convertite d’urgenza alla produzione di mascherine in tessuto non tessuto e dispositivi di protezione individuale per la Protezione Civile e il sistema sanitario, le sartorie degli istituti locali hanno lavorato a pieno ritmo. Per la prima volta, la produzione penitenziaria è diventata uno snodo di una filiera strategica nazionale, offrendo ai detenuti piena occupazione, acquisizione di competenze e un profondo senso di riscatto verso la collettività.

Archiviata l’emergenza sanitaria, quella spinta propulsiva si è però spenta. Esaurita la domanda straordinaria di presidi medici, i laboratori hanno urtato contro il muro di una difficoltà cronica: attirare commesse stabili da parte dell’imprenditoria privata, che continua a mostrare forti resistenze nell’investire all’interno delle carceri, nonostante le significative agevolazioni fiscali.

Al giorno d’oggi,  l’occupazione è ricaduta nelle formule tradizionali. La quasi totalità dei lavoranti è riassorbita dalle <<lavorazioni domestiche>> necessarie alla gestione ordinaria della struttura (pulizia, cucina, manutenzione). Pagati attraverso la mercede ministeriale, questi lavoratori sono sottoposti a un turnover continuo: le direzioni frammentano i turni in pochi mesi o settimane all’anno per distribuire risorse minime a quanti più richiedenti possibile, riducendo il salario a una forma di piccolo sussidio provvisorio. L’unica nota in controtendenza riguarda la ristretta fascia ammessa al lavoro esterno ai sensi dell’art.21 dell’Ordinamento Penitenziario: detenuti che di giorno escono per svolgere mansioni nell’edilizia, nella ristorazione o nella cura del verde pubblico, sperimentando l’unico vero percorso di progressivo reinserimento sociale.

La partita più complessa, tuttavia, si gioca al momento della scarcerazione, quando l’ex recluso si ritrova libero ma senza tutele economiche né reti di supporto, esposto al concreto pericolo di essere inghiottito nuovamente dalla criminalità informale. In questo snodo nevralgico si colloca il lavoro svolto dall’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (UIEPE) di Palermo.

L’ufficio opera sul fronte dell’accompagnamento socio-lavorativo e della gestione delle misure alternative, promuovendo bilanci di competenze, tirocini di inclusione e patti di rete con le associazioni datoriali. Un’attività orientata a far conoscere i benefici fiscali per chi assume e ad abbattere lo stigma sociale che ancora grava su chi ha un passato giudiziario, pur dovendo fare i conti con un mercato del lavoro locale strutturalmente depresso.

L’esperienza straordinaria della pandemia ha dimostrato che, se messi nelle condizioni di produrre valore reale, i detenuti rispondono con impegno, senso di responsabilità e professionalità. La scommessa per il futuro sta tutta qui: uscire dalla logica dell’eccezionalità e trasformare quelle buone prassi in un modello economico penitenziario permanente, sostenibile e finalmente integrato con la città.

Questo articolo è stato realizzato da Adriana Bellisà nel contesto del progetto Erasmus+ Perspektive – Entwicklung von Instrumenten zur Vorbereitung Inhaftierter auf die Wiedereingliederung. – Perspektiven schaffen. Motivation stärken. Zugänge erleichtern 2023-1-DE02-KA220-ADU-000154378

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