Quando le neuroscienze vengono applicate alle investigazioni criminali

Articolo di Cecilia Marchese

L’influenza sul sistema giuridico: applicazioni attuali ed applicazioni possibili delle tecniche neuroscientifiche

Il termine ‘neuroscienze’ comprende un gruppo di discipline scientifiche tese all’indagine del comportamento umano mediante lo studio del cervello, più in particolare, attraverso i meccanismi cerebrali. Ad oggi si annoverano svariate nuove utilizzazioni in ambito giuridico, come per esempio le seguenti:

  • Neuroscienze forensi, con riferimento all’utilizzo in sede processuale dei risultati dei metodi di indagine neuroscientifica;
  • Neuroscienze criminali, ovvero lo studio del soggetto criminale con metodologie neuroscientifiche;
  • Neuroscienze normative e della cognizione morale, ovvero lo studio neuroscientifico del senso morale e di giustizia degli individui.

Decifrare le basi biologiche del comportamento umano è indubbiamente un obiettivo della scienza che potrebbe avere importanti conseguenze per il mondo del diritto (Botallico, n.d). Dalle considerazioni fatte fino a questo punto ne consegue che questa abilità di “visionare” il comportamento con l’aiuto delle neuroscienze può avere importanti conseguenze per il sistema giudiziario e per la società in generale garantendo all’imputato un giudizio quanto più imparziale perché scientificamente fondato (Palazzani, 2013).

Con questa prospettiva, un crescente numero di studiosi ed operatori in ambito giuridico tentano di capire come possano essere utilizzati i
metodi neuro-cognitivi con finalità forensi.

Questo atteggiamento comporta chiaramente dei rischi, soprattutto alla luce del fatto che le sopracitate metodologie scientifiche sono state ideate, e vengono utilizzate, e quindi considerate affidabili, in un ambito che è ancora prettamente sperimentale, oppure in ambito diagnostico, ma senza la possibilità di stabilire correlazioni con comportamenti passati o futuri (Botallico, n.d.).

Proprio per questo motivo, negli ultimi 23 anni le pubblicazioni in merito all’impatto che le neuroscienze hanno, o potrebbero avere, sul diritto, si sono fatte sempre più frequenti e hanno acceso forti dibattiti. Un gran numero di studiosi italiani e stranieri, ognuno con riferimento al proprio sistema giuridico, ha espresso il proprio punto di vista riguardo alle nuove scienze ed al livello a cui queste si sono
spinte nello studio del cervello umano; se da un lato vi è un grande interesse ad approfondire il tema, dall’altro l’indagine risulta ad oggi ancora poco organica, dispersa tra tematiche diverse e con profili di approfondimento che mutano a seconda della prospettiva che si assume.

Da tempo i ricercatori in diverse parti del modo, ed anche nel nostro Paese, si interessano all’approccio neuroscientifico in ambito
giuridico nell’intenzione di tradurre la neuroimaging in un uso pratico e concreto (Palazzani, 2013).

L’ipotesi della predizione neuroscientifica del comportamento

Per quanto riguarda le tecnologie che possono aiutare a stabilire l’attendibilità di un soggetto e la veridicità delle sue dichiarazioni, le neuroscienze possono offrire un prezioso nonché problematico apporto al processo. L’abilità di predire il comportamento con le neuroscienze, se ritenuta valida scientificamente comporterebbe infatti conseguenze considerevoli nella morale e nel diritto; significherebbe, in altri termini, che le nostre scelte sarebbero automatismi già prestabiliti, negando dunque la libertà/responsabilità nelle nostre azioni (Palazzani, 2013).

Generalmente in tale ambito si distinguono le tecnologie di lie-detection, che mirano all’individuazione di criteri per verificare e falsificare dichiarazioni di un soggetto, da quelle di memory-detection, che per conto sono tese a rintracciare tracce di memoria di tipo fisiologico o neurofisiologico persino al di là della consapevolezza che lo stesso individuo possa avere.

Quanto ai risvolti applicativi, sono svariate le annoverate potenzialità delle neuroscienze di influenzare decisioni di tipo giuridico, come, ad esempio, le seguenti:

  • l’utilizzo investigativo delle neuroimmagini, per assumere testimonianze e/o condurre interrogatori di polizia;
  • la possibilità di rivelare inconsci pregiudizi, stereotipi o reazioni emozionali che influenzano le decisioni giudiziali (sia di giudici che giurie);
  • la spiegazione del comportamento umano e la conseguente predizione della pericolosità dei soggetti analizzati.

Gli studiosi che ricercano un collegamento tra il cervello ed il comportamento criminale e antisociale pongono anche domande di tipo neuroetico concernenti la nostra libertà decisionale. Molti neuroscienziati sostengono che la mente si limiti semplicemente a essere un prodotto di ciò che i cervelli elaborano: senza costrutti come quello di “mente”, e presupponendo un mera connessione fisica con le nostre
attività cerebrali, la scelta personale diverrebbe chiaramente insussistente. In ogni caso, quale che sia la significatività di questi studi, i concetti di libero arbitrio o di condotta razionale sono considerati dalla comunità giuridica difficilmente eliminabili: essi costituiscono i prerequisiti dell’idea dell’agire morale e quindi i pilastri su cui si basa il nostro sistema penale che assume che ognuno di noi, salvo eccezioni previste legislativamente, abbia il controllo delle proprie azioni.

Nonostante i numerosi, e talvolta condivisibili, scetticismi che si registrano tra gli studiosi, il rapido sviluppo delle neuroscienze forensi, il miglioramento delle tecnologie e delle metodologie usate e l’interesse che esse suscitano nella società, rendono necessario un esame del loro impatto sul diritto e sulla società.

A tal fine si possono prendere le mosse da alcuni casi giurisprudenziali statunitensi in cui sono state dichiarate mezzi di prova scientifica ammissibili nonché dalla recente emersione di ulteriori casi in ambito europeo. In tale prospettiva è necessaria, inoltre, una riflessione circa l’adeguatezza degli attuali criteri giuridici di ammissione e valutazione della prova scientifica. L’utilizzo delle recenti tecniche neuroscientifiche con tali finalità forensi, soprattutto in ambito penale, richiede una riflessione che non si limiti al ripensamento teorico delle categorie giuridiche (Botallico, n.d.).

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