Psicologia della Migrazione

febbraio 13th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Sociale

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Emigrazione implica frattura, distacco, abbandonare, andare via, lasciare un involucro e dirigersi altrove per trovarsi a metà strada tra due culture16. E’ una situazione di crisi15, termine greco dal significato semantico di separazione, divisione. Essa è un radicale cambiamento, accompagnato da allarme e angoscia per la possibile disintegrazione di legami sociali e culturali15: il nuovo arrivato vive in un ambiente sconosciuto che talvolta lo spinge a guardarsi con gli occhi degli altri e sentirsi diverso, non solo fisicamente.

Oltre che fenomeno di rilevanza sociale, economica e politica, le migrazioni sono perciò anche esperienze emotive molto intense che rimettono in discussione l’identità profonda degli individui. Esse costituiscono cambiamenti di tale portata che, oltre a rivelare l’identità, la mettono in pericolo15. Si perdono oggetti significativi ed importanti: persone, cose, luoghi, lingua, cultura, abitudini, clima, spesso la propria professione. Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, neuropsichiatra sociale che ha studiato a fondo le condizioni di vita e di lavoro degli emigrati nordafricani in Francia, definisce la condizione del migrante come “di solitudine estrema”19. Nell’ambiente che lo circonda e lo avviluppa tutto è nuovo, tutto è sconosciuto, così come sconosciuto è l’immigrato a quello stesso ambiente. Ciò è particolarmente vero per gli africani, nelle cui società sono prevalenti i valori della famiglia allargata e della comunità, ai quali è attribuito un valore centrale al di sopra di quelli dell’individuo e della sua autonomia, che sono invece prevalenti nel nostro mondo. Essi passano da una società che potrebbe essere definita di tipo collettivistico, socio-centrica, in cui l’identità è determinata soprattutto dal senso di appartenenza al gruppo, ad una ego-centrica, vale a dire, una società con impronta fortemente individualistica, tipica del nostro mondo.25

La persona arrivata da noi, qualunque sia stata la modalità di arrivo, ha di fronte a sé numerose incombenze. Spesso (soprattutto nel caso dei migranti forzati) i primi contatti avvengono con militari e forze di polizia. Una volta lasciata la struttura di accoglienza egli deve trovare una sistemazione abitativa, procurarsi eventualmente un nuovo abbigliamento, apprendere una nuova lingua, adattarsi a nuove regole, usi e costumi locali, anche alimentari (anche il cibo è cultura!), mentre i valori e schemi della sua cultura di origine (vale a dire il mondo dei simboli e delle esperienze), non solo non trovano sostegno e riconoscimento7, ma sono anzi spesso osteggiati. Soprattutto, dovrà cercare un lavoro, e, per lo meno inizialmente, potrà aspirare solamente alle attività lasciate libere o poco ambite dagli italiani perché faticose o poco remunerative21 . Gli immigranti occupano nicchie lavorative lasciate libere dagli italiani: fanno cose che gli italiani non vogliono più fare, quei lavori designati dagli anglosassoni con tre “d” (dirty, dangerous, demanding, sporchi, pericolosi, usuranti) o non gratificanti economicamente21, E tuttavia solo essi hanno permesso la sopravvivenza di settori produttivi come la pesca in Sicilia, a Mazara del Vallo; la floricoltura in Liguria; la pastorizia in Valle di Aosta, in Abruzzo e nel Lazio, come affermato da Anna Maria Artoni, ex presidente dell’associazione dei giovani imprenditori di Confindustria22, lavori che però sono ora ricercati anche da italiani a causa dell’attuale crisi economica. A tutto questo bisogna aggiungere la perdita del ruolo e dell’eventuale prestigio sociale di cui godeva nella comunità di origine7: in questa situazione di conflitto tra valori e schemi socioculturali diversi egli è continuamente impegnato nella ridefinizione della propria identità. La rottura dei legami familiari, con i connessi sensi di colpa e la perdita del ruolo sociale esercitato in precedenza7 è l’alto prezzo da pagare per l’inserimento nel nuovo ambiente.

L’emigrazione implica perciò distacco e abbandono dell’ambiente di origine o di partenza, significa trovarsi a metà strada tra due culture, in una nuova terra, cercando però anche di non rinunciare alla propria identità16, problemi che si aggiungono alle difficoltà di trovare una casa e un lavoro, peraltro spesso condivise con la comunità del luogo. Dicono Lèon e Rebecca Grinberg: “l’emigrazione è un’esperienza emotiva che dura per tutta la vita, sino al faticoso raggiungimento della consapevolezza di essere un immigrato/emigrato”23. Ma soprattutto, entrando in un nuovo ambiente culturale ci si trova immersi in processo di acculturazione e transculturazione. Che cosa intendiamo con questi due termini? Per acculturazione si possono intendere, molto succintamente, i ”cambiamenti causati dal contatto di diverse culture,” come leggiamo in una pubblicazione ufficiale dell’ANCI.7 Un’altra definizione può essere quella che troviamo nel Manuale di Psicologia dell’Università di Cambridge, che la descrive come “il processo di cambiamento culturale e psicologico dovuto al contatto duraturo con persone appartenenti a culture differenti” Benché il termine “acculturazione”, di etimologia latina, con il prefisso ac derivante da ad (verso) suggerisca un movimento a senso unico, è bene ricordare che gli antropologi che hanno coniato questo termine hanno sempre sottolineato, senza ambiguità, che l’acculturazione è uno scambio a doppia direzione17,24. Infatti, anche la cultura “donatrice” è modificata da ciò che le è trasmesso dalla cultura alla quale essa dà, e su questa bidirezionalità dovremo ritornare. Essa è un processo dinamico che inizia con l’ingresso nel nuovo paese e il conseguente inizio di adattamento alla sua cultura, uno svolgersi di eventi denominato come acculturazione psicologica.20. E’ un processo bidirezionale, intendendo con ciò il processo che avviene quando due gruppi etno-culturali entrano in contatto prolungato l’uno con l’altro: ci si aspetta che sia il gruppo dominante sia quello non dominante siano influenzati e trasformati dal contatto interculturale e che entrambi modifichino alcuni aspetti della loro specifica cultura come modalità di adattamento alla nuova diversità etno-culturale24. Ma l’acculturazione è anche un processo multidimensionale perché coinvolge aspetti molti e vari, come lingua, comportamenti, atteggiamenti, modi pensare, cibo, preferenze musicali, mezzi di comunicazione e quant’altro: in breve, l’identità culturale. L’acculturazione va distinta nettamente dall’assimilazione, che si riferisce ad un tipo di acculturazione che porta a tralasciare progressivamente il proprio retaggio culturale. All’acculturazione si può connettere il cosiddetto stress acculturativo, o transculturazione, intendendo con esso ”quella particolare condizione di pressione psicologica che il migrante si trova a dover gestire o subire nello sforzo di adattamento al nuovo paese,” qualcosa che gli antropologi chiamano shock culturale25. I modi in cui i migranti s’identificano con il proprio retaggio e con la cultura ospitante sono la parte centrale del processo di acculturazione: essi possono giungere a due arrivi del tutto divergenti: o l’abbandono dell’identità culturale nativa, o l’identificazione in essa solamente. Ma si dà anche un’altra modalità di acculturazione, quella che porta allo sviluppo di una identità “biculturale,” intendendo con essa una combinazione di forte identità etnica unita ad una forte identità con la nazionalità del nuovo paese, che alcuni studi hanno mostrato promuovere il migliore adattamento26.

Il migrante si trova perciò a mezza via tra due culture: egli sente “strappare le proprie radici dalla terra d’origine,” e cerca un modo di trapiantarsi nella nuova terra, ma sente anche la necessità di non rinunciare a se stesso, alla propria identità25. Ma cosa può essere considerato cultura? Storia condivisa, credenze, valori comuni di un gruppo possiamo rispondere, la capacità di riconoscersi in un sistema coerente di valori e rappresentazioni del mondo27. E’ ciò che organizza la vita di un individuo, un sistema di simboli e significati mutevoli e allo stesso tempo profondamente radicato, spesso inconscio e inconsapevole, frutto della storia, la cui interpretazione non è mai neutra. Di più, “la cultura è il fondamento strutturale e strutturante dello psichismo umano” 27. Avere due culture è ricchezza, ma vivere in una doppia assenza è spaesamento32. Questo processo avviene in un ambiente che può essere avvertito talora come accogliente, ma più frequentemente come ostile, intollerante o solamente indifferente. Viene messa in forse la propria identità culturale, intendendo come identità quel processo di acquisizioni di aspetti e caratteristiche individuali in cui riconoscersi ed essere riconosciuto7. Essa non è data da una struttura predeterminata ma muta in continuazione per il continuo mutare dei rapporti, delle relazioni e della cultura del soggetto. E’ il risultato di molteplici appartenenze, non sovrapposte l’una sull’altra, l’esito di una complessa e continua elaborazione32; è la capacità dell’individuo di continuare a sentirsi se stesso pur nel continuo mutare delle situazioni. Nel saggio di Lèon e Rebecca Grinberg23 l’identità è il risultato di una combinazione di tre vincoli, quello spaziale (relazione fra le diverse parti del sé), quello temporale (le diverse rappresentazioni di sé nel tempo, passato, presente e futuro) e quello di integrazione sociale (che permette il senso di appartenenza implicita ed esplicita al contesto sociale), vincoli che l’individuo tende ad integrare nella formazione della propria identità. Di essi, il vincolo maggiormente colpito è quello sociale, la cui alterazione suscita il senso di “non appartenenza” ad un gruppo che gli confermi la sua esistenza.

Le sofferenze emotive di chi vive l’esperienza migratoria sono poco pensate e riconosciute, in primo luogo perché sono nascoste dai problemi della vita quotidiana, ma anche perché sono assenti nelle informazioni date dai mezzi di comunicazione, e ancor di più perché non c’è una lingua condivisa per esprimere pensieri, emozioni e sentimenti.32 Come già detto, nel migrante è ricorrente un sentimento di solitudine estrema19. L’impatto con una società distante ed inospitale lo spingerà inoltre a sperimentare un profondo disagio interiore, espresso preferibilmente attraverso il corpo16.

Su queste sensazioni di smarrimenti si innesta la Sindrome di Ulisse3,4 già riportata all’inizio. Essa si caratterizza per la comparsa di un vasto insieme di sintomi psichici e somatici la cui base è riconducibile ad un insieme di fattori legati alle condizioni di viaggio, che possono giungere anche a parossismi di terrore durante la traversata del Mediterraneo, con minacce alla vita e brutali violenze alla persona. Già nel 2002 si stimava che i migranti in Italia colpiti dalla Sindrome di Ulisse fossero circa 300.0004

di Filippo Macrì.

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