Tecniche di Comunicazione in Psicologia

giugno 29th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Linguaggio del Corpo | Psicologia del Lavoro | Tecniche di Comunicazione
braintorm

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È quasi impossibile in questa sede non aprire una parentesi sulla comunicazione, strumento clinico, e non solo, per eccellenza.

Infatti comunicare significa “mettere in comune” con altri informazioni, idee, emozioni attraverso il linguaggio parlato o scritto; possiamo quindi dire che ciò che viene comunicato allora è un messaggio che passa da un soggetto, emittente, e va fino ad un altro soggetto, il ricevente.

Parlare di comunicazione significa riferirsi ad un processo dinamico e circolare che richiede la condivisione di codici astratti: il linguaggio e i significati da attribuire ai segnali non verbali[1].

La comunicazione avviene all’interno di un contesto comunicativo nel quale interagiscono i soggetti: c’è differenza tra ciò che è detto e ciò che il soggetto intende dire (intenzione comunicativa); leggere le intenzioni comunicative dell’altro non è cosa da poco, in ogni conversazione entrano in gioco innumerevoli fattori che ci permettono di capire a che cosa l’altro si riferisce o di trasmettere all’altro quello che gli vogliamo comunicare; c’è sempre uno scarto tra le intenzioni del parlante e quello che riesce a dire a riguardo (opacità intenzionale); è quindi necessario saper modulare la distanza che intercorre tra ciò che si dice e ciò che si intende dire[2].

Lo studio del linguaggio è suddiviso in tre discipline:

la sintassi, che si occupa delle regole che stabiliscono come le espressioni linguistiche possono essere combinate; la semantica, che studia il significato delle parole; e infine la pragmatica, che è lo studio del linguaggio in rapporto all’uso che ne fa il parlante in situazioni concrete. La pragmatica si occupa quindi del linguaggio vivo, dinamico e legato al contesto comunicativo della conversazione[3].

In un gruppo la gran parte del lavoro si svolge attraverso la parola: la narrazione dei partecipanti oppure la circolarità della parola, l’espressione dei propri vissuti e delle proprie emozioni e sentimenti.

In generale, all’interno di un gruppo, la comunicazione dovrebbe essere all’insegna della circolarità, in quanto è proprio questa disposizione spaziale che permette l’interazione comunicativa e il rispecchiamento.

La Funzione Comunicativa e la Funzione Simbolica

Come all’interno di un contesto duale terapeutico, anche nel gruppo deve essere presa in considerazione la doppia funzione della comunicazione: la funzione comunicativa e la funzione simbolica, ciò significa che la comunicazione può essere di tipo verbale, per lo più consapevole ed intenzionale, fornisce informazioni sugli argomenti espressi, è idonea a veicolare descrizioni, argomentazioni, narrazioni; e di tipo non verbale, è in gran parte inconsapevole, non intenzionale e non controllabile, fornisce informazioni sul soggetto che la esprime, è poco idonea ad esprimere concetti, è ambigua ma ha grande efficacia nelle relazioni.

La Comunicazione Non Verbale Nei Gruppi di Lavoro

La comunicazione non verbale, la sua attenta osservazione può dirci molto dei membri: i movimenti che esprimono stati emotivi e atteggiamenti interpersonali o i movimenti che esprimono la personalità o ancora, i gesti delle mani o braccia, etc…lo scopo della comunicazione non verbale è quello di fornire informazioni sullo stato d’animo e sull’atteggiamento reciproco dei partecipanti all’interazione e di definire il tipo di relazione che intercorre fra i parlanti[4].

La comunicazione circolare comporta dei livelli: esporre (essere chiari e completi, esporre in modo logico e ordinato), ascoltare (lasciar parlare, dimostrare attenzione e coinvolgimento, verificare la propria comprensione), rispondere (rimanere aderenti al tema, risolvere dubbi e incertezze, adottare il linguaggio degli interlocutori), convincere (suscitare interesse, essere persuasivi, ottenere consenso). Questi livelli fittizi si sviluppano grazie al senso di coesione del gruppo, la comunicazione nel gruppo si basa su due concetti fondamentali: l’interdipendenza del destino, i membri sono ovvero consapevoli che il loro destino dipende dal destino del gruppo nel suo insieme e l’interdipendenza del compito, che si ha quando i risultati e le interazioni di ogni individuo ha implicazioni positive o negative sugli altri. Nel gruppo possiamo quindi dedurre alcune componenti che permettono l’esistenza della comunicazione, dal quale emerge il lavoro di gruppo.

 

All’interno di un gruppo si stabilisce così una vera e propria rete di comunicazione che permette l’identificazione e il rispecchiamento e la linea attraverso la quale subentrerà l’aiuto stesso.

La comunicazione all’interno di un gruppo è la base attraverso la quale si possono esplicitare i suoi scopi: generare molte idee, scambiare opinioni e punti di vista, portare i problemi in superficie e coglierne i diversi aspetti, prendere decisioni e saper programmare,  migliora la comunicazione e la conoscenza della comunità, sviluppare capacità di iniziativa, aumentare il senso di partecipazione, di responsabilità, impegno e condividere informazioni.

Attraverso la rete comunicativa che si stabilisce e che si fortifica attraverso l’interdipendenza fra i membri, il gruppo riesce a lavorare contemporaneamente in diverse aree: area socio emotiva, tutto ciò che attiene ai membri, le persone con i loro atteggiamenti e motivazioni; area del metodo, tutto ciò che attiene al lavoro, come la struttura formale del gruppo e i ruoli; area del contenuto, tutto ciò che appartiene al prodotto del lavoro, l’obiettivo o l’insieme degli obiettivi del gruppo.

Possiamo quindi concludere che la comunicazione nel gruppo comprende tre livelli: quello interattivo, che comprende la struttura relazionale del gruppo, quello informativo, che comprende lo scambio e l’elaborazione del materiale e quello trasformativo, ovvero l’insieme di scambi che portano al cambiamento.

di Eleonora Caponetti

[1] A.Palmonari, N.Cavazza, M.Rubini, Psicologia Sociale, il Mulino, Bologna, 2002.

[2] G.Stanghellini, M.Rossi Monti, Psicologia del patologico, Raffaello Cortina, Milano, 2009.

[3] Ibidem

[4] A.Palmonari, N.Cavazza, M.Rubini, Psicologia Sociale, il Mulino, Bologna, 2002.

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