Psicologia del Mafioso

maggio 23rd, 2016 | Posted by Igor Vitale in Criminologia

psicologia mafia

Nella mente della mafioso: tra omertà e tradimento.

La cultura mafiosa non riguarda solo ed esclusivamente la mentalità della criminalità organizzata, ma ha una concezione molto più ampia che coinvolge in genere l’intera comunità. In effetti come sosteneva Giovanni Falcone “Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo piuttosto riconoscere che ci rassomiglia.”

Proseguendo in tale ottica bisogna riconoscere come il potere che acquisisce l’organizzazione mafiosa sarebbe praticamente nullo se non fosse anche indirettamente sostenuto in un qualche modo da quel mondo che tutti consideriamo “pulito”. Paolo Borsellino chiarì tale concetto in questi termini: “Sapete che cos’è la Mafia.. faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale.. e che si presentino tre magistrati.. il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica… e il terzo è un fesso… sapete chi vincerà? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!”

Il Mafioso non possiede autonomia di pensiero, il contenuto delle sue riflessioni si fonde con l’imposizione del pensiero collettivo. Il mafioso ha bisogno del clan, che gli garantisce lo scudo protettivo da tutto e tutti. La sfera emotiva del mafioso è completamente fusa con l’ideologia del clan, tanto che egli riesce a classificare la distinzione tra il “giusto e sblagliato” secondo la concezione mafiosa, per come gli è stato imposto.

Per questi motivi, la cosa più difficile per un collaboratore di giustizia, è riuscire a costruire un legame con lo Stato dettato sulla reciproca fiducia.

Il “Pentito di mafia”, termine ormai comunemente utilizzato per indicare la figura del collaboratore di giustizia (introdotta dal legislatore con la legge n’ 45/2001) è un termine strettamente giornalistico che non trova una corretta corrispondenza con la descrizione del soggetto in questione.

Il termine “pentimento” infatti, si riferisce alla sfera emozionale più intima e personale di un soggetto, che attraverso tale rimorso decide di rinnegare un’azione commessa.

Ma, il collaboratore di giustizia, come previsto dalla legge Italiana, può decidere di collaborare con l’autorità giudiziaria semplicemente per pura convenienza relativa agli sconti di pena e quindi non a causa del suo pentimento.

L’esempio lampante è dettato dalle confessioni dello storico boss Tommaso Buscetta che durante la sua deposizione al giudice Giovanni Falcone, esordì dicendo “non sono un infame, non sono un pentito, non ho tradito cosa nostra, ma è l’organizzazione che ha tradito se stessa”.

Con tali dichiarazioni, egli dimostra chiaramente di non essersi mai pentito per le attività criminali commesse, ma manifesta il suo disaccordo con le nuove ideologie dell’organizzazione.

Ma, a questo punto, quale ci si aspetta debba essere la reazione degli appartenenti al clan, dinanzi ad un simile tradimento?

Nonostante il tradimento nei confronti dei membri dell’organizzazione, si nota un elemento interessante durante l’ingresso del Buscetta nell’aulabunker, il quale subito dopo avrebbe dovuto confermare quanto deposto agli atti. Tutti i detenuti, infatti, accolsero l’ingresso del boss con un implacabile silenzio, segno quasi di un ulteriore forma di rispetto per l’importanza che un uomo del calibro di Buscetta aveva ricoperto all’interno dell’organizzazione.

Stessa cosa invece non può dirsi per il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno, che venne accolto con ingiurie e schiamazzi durante il suo ingresso in aula.

Da premettere che entrambi i collaboratori di giustizia subirono le cosiddette “vendette trasversali” ma a questo punto sorge spontanea una domanda: perché questa abissale differenza di comportamento tra i detenuti?

Il retroscena degli eventi ci aiuta a chiarire la situazione: mentre Buscetta entrando in aula, mantenne un atteggiamento di serietà e venne accolto con un rispettoso silenzio; Contorno tenendo le mani aderenti alle gambe, offese i detenuti presenti nelle gabbie mimando il segno delle “corna” manifestando così la sua vendetta.

Basta questo fondamentalmente a differenziare un semplice traditore come Buscetta, da un’infame come Contorno.

Come largamente anticipato dunque, la collaborazione può essere promossa sia per puro pentimento del soggetto, oppure per mero calcolo opportunistico. Non sono però da escludere anche i “falsi casi di pentitismo” dove alcuni criminali fingono di essere a conoscenza di determinati fatti per depistare le indagini o per ottenere ingiustamente degli sconti di pena.

In genere, tali situazioni sono tutt’altro che semplici da individuare e per far ciò entrano in gioco le diverse tecniche di riconoscimento della menzogna analizzando i segnali involontari che un individuo sospetto rilascia attraverso la comunicazione non verbale.

  • Uno dei primi segnali da osservare è lo sguardo. In genere il soggetto che dichiara il falso tenderà ad evitare di mantenere un contatto visivo diretto con l’interlocutore, ma cercherà spesso di interrompere ed abbassare lo sguardo.
  • Un altro segnale è dettato dal nervosismo o dall’agitazione. In genere il soggetto tenderà a tremare costantemente una parte del corpo, come ad esempio la punta del piede.
  • Altro importante segnale è dettato dal movimento delle mani. Il soggetto tenderà a gesticolare continuamente per cercare di fortificare le sue dichiarazioni.
  • Ultimo elemento da tenere in considerazione è la conferma delle sue dichiarazioni. In genere chi mente, tenderà a tralasciare un particolare o ad arricchire la precedente deposizione; questo perché chi dichiara il falso, difficilmente sarà in grado di riconfermare perfettamente un evento non realmente vissuto.

di Alessio Ruvolo

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