Conosciamo il mondo attraverso le nostre pulsioni

agosto 11th, 2016 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Per parlare delle diverse teorie che affrontano lo sviluppo del bambino, è necessario prendere in considerazione la tensione più rilevante nella storia delle idee psicoanalitiche tra il modello strutturale delle pulsioni attuato da Sigmund Freud, che elabora la sua teoria a partire dalle pulsioni istintuali, e un modello alternativo che affronteremo nel secondo capitolo, chiamato modello strutturale delle relazioni che esamina lo sviluppo dell’individuo a partire dalle sue relazioni con gli altri, sostituendo quindi, la scarica pulsionale, con la teoria relazionale, concepita come forza motivante del comportamento umano.

Nell’opera Pulsione e i loro destini, scritta nel 1915, Sigmund Freud afferma che la pulsione: <<è il rappresentante psichico degli stimoli che traggono origine dall’interno del corpo e giungono alla psiche, quindi è un concetto che si situa al limite tra lo psichico e il somatico>>[1]. L’istinto che guida il comportamento animale, è differente dallo stimolo pulsionale che governa il comportamento umano, perché il primo, è una forza motivazionale che comporta l’attuazione di schemi comportamentali specie-specifici, quindi, oltre ad essere innato e causato da un fattore esterno, si manifesta in tutti i membri della stessa specie senza variazioni interindividuali; il secondo invece, si riferisce a una spinta, o quantità di energia, che fa tendere l’organismo verso la meta, in altri termini stiamo parlando di un bisogno interno all’individuo che, causando un accumulo di tensione interiore, spinge quest’ultimo a scaricare tale energia per raggiungere uno stato di quiete. Mentre la fonte della pulsione è considerata un processo somatico che induce uno stato di tensione o di eccitazione, la meta consiste nella cessazione del precedente stato di tensione attraverso la scarica dell’energia accumulata, per raggiungere uno stato di quiescenza e soddisfazione. La pulsione, raggiunge la sua meta grazie all’oggetto, che oltre a poter essere un oggetto totale o parziale, può appartenere al mondo reale o alla fantasia.

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Freud elabora, in momenti diversi, la prima e la seconda teoria duale delle pulsioni. Nella prima teoria delle pulsioni, realizza una distinzione tra le pulsioni di autoconservazione e le pulsioni sessuali. Le pulsioni di autoconservazione oltre ad essere identificate come pulsioni dell’Io, in quanto il compito di conservare l’individuo è affidato a questa istanza, rappresentano i bisogni fondamentali dell’individuo legati alle funzioni organiche necessarie alla vita, come la fame e la sete, quindi sono molteplici. Queste due pulsioni, seguono principi di funzionamento differenti: le prime, operano secondo il principio di realtà[2] e spingono l’individuo a cercare la soddisfazione delle necessità vitali secondo il processo secondario[3]; le pulsioni sessuali, invece, funzionano secondo il principio di piacere[4] e si appoggiano alle pulsioni di autoconservazione che forniscono loro una fonte organica e un oggetto, quindi si basano sul processo primario[5]. Nel bambino, durante il primo periodo della vita, le pulsioni sessuali derivano da fonti organiche differenti e molteplici e ricercano la gratificazione in particolari zone del corpo, dette zone erogene, quindi vengono indicate come pulsioni parziali. Solo con la fase della pubertà, le pulsioni parziali si unificano sotto il primato genitale, dando vita alla pulsione sessuale propriamente detta, che, al raggiungimento della maturità sessuale, si pone al servizio della funzione riproduttiva. Queste due diverse pulsioni, durante lo sviluppo possono trovarsi in conflitto, perché all’inizio della vita, il bambino cerca la gratificazione immediata per evitare il dispiacere derivante da un accumulo di tensione, quindi agisce secondo il principio di piacere, ma quando l’oggetto della gratificazione non è più disponibile, l’inconscio del bambino lo sostituisce con un’allucinazione e questo comporta uno scontro con il mondo reale che disillude il soggetto, in quanto, per raggiungere la gratificazione non basta allucinare l’oggetto; è così che avviene il passaggio dalla fantasia allucinatoria alla realtà, e questo comporta la capacità di differire il piacere, sottomettendosi al principio di realtà e accettando la sofferenza che ne consegue. Questa sottomissione, non è totale, perché le pulsioni sessuali continuano per molto tempo a operare nell’inconscio[6] in base al solo principio di piacere, senza cedere facilmente alle pressioni della realtà. Il passaggio dal principio di piacere al principio di realtà, è una caratteristica importante tanto nello sviluppo psichico individuale, quanto in quello sociale, poiché entrambi rinunciano alla ricerca immediata del piacere, per favorire lo sviluppo dell’intelligenza e della creatività. Il principio di piacere è in stretto legame con il principio di costanza, poiché come scrisse Freud, nel 1920, in Al di là del principio di piacere: <<se la psiche tende a mantenere basso o comunque costante il livello di energia pulsionale presente in esso (principio di costanza), ne consegue, che essa tenderà a scaricare il più presto possibile gli incrementi di energia pulsionale che hanno alzato il livello di energia nel campo psichico (principio di piacere)>>.[7]

Questo concetto, è stato modificato con l’introduzione della seconda teoria freudiana delle pulsioni, formulata nel 1920 nell’opera  Al di là del principio di piacere. In questa revisione della teoria, Freud postula un nuovo dualismo pulsionale tra la pulsione di vita, chiamata Eros e la pulsione di morte, Thanatos.

Eros, ha il compito di conservare e godere della vita, quindi è legato alla creatività ed è strettamente connesso con la precedente teoria duale delle pulsioni, perché sono quest’ultime che preservano la specie e ne garantiscono il proseguimento; ha una tendenza unificante che si esprime attraverso l’armonia della psiche e l’unione amorosa, infatti ingloba le pulsioni sessuali e l’espressione psichica dell’energia sessuale che viene chiamata libido. L’esistenza della pulsione di vita, comporta la presenza di una forza in contrasto con l’azione di Eros, questa forza distruttiva che nasce dal bisogno di tutti gli organismi di ritornare allo stato iniziale inorganico, si chiama Thanatos. I processi vitali dell’individuo, turbano costantemente lo stato di quiete nel quale vorrebbe trovarsi, quindi la meta della pulsione di morte, guidata dal principio di costanza, è quella di dissolvere le connessioni tra le unità vitali. Attraverso quella che Freud chiama “fusione pulsionale”, Eros rende inoffensiva l’azione distruttiva di Thanatos legandola a sé e ponendo una parte di quest’ultima al servizio delle pulsioni sessuali, andando così a costituire la componente sadica della libido; l’altra parte di Thanatos, invece, viene deviata verso l’esterno come pulsione di aggressione o distruzione. Lo scopo della fusione pulsionale è di raggiungere un’armonizzazione delle mete attraverso la convergenza delle due pulsioni verso lo stesso oggetto. Per comprendere il significato di Thanatos, facciamo riferimento al meccanismo della coazione a ripetere, dove la pulsione di morte, opponendosi a qualsiasi tipo di cambiamento, ostacola la maturazione dell’individuo condannandolo all’infelicità.

Con l’introduzione della pulsione di morte, anche il principio di costanza viene modificato, infatti in questa seconda teoria duale delle pulsioni, viene denominato principio del nirvana, poiché considerato dal punto di vista della pulsione di morte. Se il principio di costanza supponeva di ridurre o tenere costante l’energia psichica, con l’introduzione del principio di nirvana, si afferma che l’energia dovrebbe essere soppressa e con essa la vita psichica in generale, grazie all’azione della pulsione di morte che tende ripristinare le condizioni inorganiche che hanno preceduto il sorgere della vita.

In conclusione, possiamo affermare che Freud privilegia una visione “asociale” dell’uomo, in quanto considerato un organismo isolato la cui meta è quella di cercare gli altri solo per scaricare le sue energie pulsionali e raggiungere la soddisfazione. Questo punto di vista viene considerato intrapsichico[8] più che intersoggettivo perché ritiene che la mente sia costituita essenzialmente da impulsi. Le relazioni con gli altri, quindi, assumono una posizione secondaria e l’altro diviene l’elemento più variabile della pulsione: <<non è originariamente collegato ad essa, ma le è assegnato soltanto in forza della sua proprietà di rendere possibile il soddisfacimento>>[9].

[1]Freud, S., “Pulsioni e i loro destini”, in Metapsicologia, Bollati Boringhieri, Torino, 1976, p. 17.

[2]Il principio di realtà, è la capacità di rinunciare ad una soddisfazione immediata in vista di una maggiore soddisfazione futura, fa parte del bagaglio comportamentale di una persona adulta; in altre parole è l’adattamento del principio di piacere imposto dalla realtà e dall’esperienza.

[3]La funzione del processo secondario è quella di controllare, dirigere e rinviare i processi di pensiero per adattarli alle esigenze dell’impatto con la realtà. In seguito, questa nozione venne considerata in grado di seguire un proprio sviluppo intrinseco, quindi divenne indipendente sia dalle pulsioni che dalla realtà perché non veniva più concepita come emergente dal processo primario.

[4]Il principio di piacere, opera scaricando la tensione spiacevole derivante da un eccesso di eccitazione, quindi lo scopo è quello di arrivare a una gratificazione immediata per evitare il dispiacere.

[5]Il processo primario è proprio dell’età infantile, in quanto il bambino ricerca la scarica immediata. Da un punto di vista economico e dinamico, l’energia fluisce liberamente passando senza ostacoli da una rappresentazione all’altra secondo i meccanismi di spostamento e condensazione e tende ad essere reinvestita in rappresentazioni inerenti alle esperienze di soddisfacimento del desiderio.

[6]L’inconscio, ha sia una connotazione aggettivale, poiché corrisponde ai contenuti non accessibili in modo immediato alla coscienza, che sostantivale, ovvero identifica un luogo della psiche dove agisce la rimozione che non permette a determinati contenuti, ritenuti inaccettabili, di accedere al sistema preconscio-conscio.

[7]Freud, S., Al di là del principio di piacere, Bruno Mondadori, Milano, 1995, p. 151.

[8]Il termine intrapsichico fa riferimento a tutti quei processi che si svolgono all’interno della psiche.

[9]Freud, S., Pulsioni e i loro destini, p. 18.

di Marta Di Massimo

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