Come esprimi le emozioni determina il modo in cui mangi

agosto 17th, 2017 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica

Articolo di Andrea Marini

Il linguaggio culinario è sempre stato un veicolo di diffusione, scambio e dignità geografica. Il cibo si fa cultura, tradizione ed identità. Jean Anthelme Brillat-Savarin nel suo «gustosissimo»38 trattato filosofico-gastronomico richiama la dimensione squisitamente psicologica del cibo e del gusto che, inscrivendosi nel contesto relazionale , diventa nucleo fondante la soggettività39.
Nel corso degli ultimi decenni si è venuta, però, a creare una dimensione alimentare a due vie: ricercata e rifiutata, sinonimo di piacevole abbondanza ma anche di colpa e trasgressione, così ambivalente da far emergere una categoria diagnostica a sé stante, quella dei disturbi del comportamento alimentare (DCA).


L’idea che i DCA siano essenzialmente disturbi della regolazione affettiva è emersa gradualmente. Uno dei primi tentativi psicologici di comprendere l’anoressia in questi termini è di stampo psicanalitico: era già chiaro alla psichiatra Hilde Bruch che questi disturbi coinvolgessero l’area cognitiva dell’esperienza somatica. Ad oggi, l’alessitimia costituisce il fattore dominante nei disturbi del comportamento alimentare40.
La letteratura scientifica ha enfatizzato questa relazione nella considerazione che sia l’anoressia nervosa, sia la bulimia nervosa mantengono lo stesso meccanismo disadattivo di regolazione delle emozioni. L’una sopperisce all’indifferenziazione affettiva tramite il rigido controllo, la soppressione del comportamento alimentare, l’altra tramite le condotte abbuffatorie, per la maggior parte precedute da uno stato disforico e da un’intensa attivazione emozionale. Anche nel Binge Eating Disorder i vissuti più spesso segnalati prima di un’abbuffata sono rabbia, disgusto, vergogna.

Il digiuno, la crisi di iperalimentazione, il vomito o i lassativi, l’estremo esercizio fisico sono strategie difensive, atte a soffocare il cronico senso di vuoto, a silenziare gli stati disforici fluttuanti e indefiniti, concentrando l’attenzione sul peso corporeo e sull’alimentazione.

Come afferma Grotstein, i sintomi offrono «un pavimento provvisorio al di sotto di un Io frammentato, o un contenitore intorno ad esso, che lo protegge dal pericolo catastrofico di disintegrarsi»42.
Undici meta-analisi hanno dimostrato che le persone con disturbi alimentari presentano uno stile di attaccamento insicuro. La causa della distorsione percettiva del proprio corpo, nei disturbi alimentari, può essere inscritta nei guasti relazionali genitore-figlio che hanno compromesso la capacità di discernere i bisogni fisici dall’emozione e l’emozione dal sentimento.

Nell’anoressia nervosa, infatti, il comportamento restrittivo alimentare va a configurarsi come spinta all’autoaffermazione, al dominio di sé ed alla protesta nei confronti di un genitore ipercoinvolto. L’imperativo “non devo essere grasso” permette, seppur in modo perverso, di regolare le emozioni: «un corpo magro come prova di un perfetto autocontrollo ed equilibrio»43. Il perfezionismo, le ossessioni e il comportamento ritualizzato e compulsivo evidenziano la patologica scrupolosità di coloro che sono affetti da anoressia nervosa. Al contrario i bulimici sembrano avere un rapporto profondamente ambivalente con il cibo. Rimpinzarsi significa introiettare l’oggetto buono, vomitare rigettare quello cattivo. É il senso di vergogna per l’agito abbuffatorio che spinge questi soggetti alle condotte compensatorie, intese come «l’ultimo passo in un tentativo di recuperare un senso del sé, un superamento della dipendenza dal cibo espellendolo e rifiutandolo»44.
La stesura dell’Eating Disorders Inventory (EDI) ha permesso di evidenziare un aspetto che risulta determinante nella genesi di queste sindromi: la consapevolezza enterocettiva. Intesa quest’ultima come la capacità degli individui di differenziare le emozioni e i vari stati biologici del proprio corpo come fame e sete45, correla fortemente con il Fattore 146 della TAS-20. L’insufficiente funzione genitoriale, che costantemente etichetta «in modo sbagliato gli stati del bambino, dicendo che egli deve avere fame,  17
indipendentemente dall’esperienza del bambino stesso»47, porta «il bambino a diffidare della legittimità dei propri sentimenti e delle proprie esperienze»48.

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