Come curare (veramente) con l’ipnosi non profonda

febbraio 12th, 2018 | Posted by Igor Vitale in Ipnosi | Psicologia Clinica

Uno dei primi concetti ericksoniani ripreso dai neo-ericksoniani è stato quello di profondità della trance. Tradizionalmente, prima di Erickson, l’intensità dell’esperienza ipnotica era considerata direttamente proporzionale al distacco dalla realtà, poiché si presupponeva che quanto più la persona alterasse il suo stato di coscienza, tanto più avrebbe risposto alle sollecitazioni dell’ipnotista, ottenendo risultati terapeutici più incisivi.

Erickson, invece, affermava che l’inconscio stesso del paziente sapesse quale fosse il livello di profondità della trance più utile ai fini terapeutici. Non era importante che la trance fosse leggera, media o profonda, il livello di trance raggiunto sarebbe stato quello ottimale perché il più appropriato a quel paziente e al suo problema.

Allo stesso modo i neo-ericksoniani non pensano esista un legame tra intensità dell’ipnosi ed entità della risposta (Mosconi, 1998).

Essi sostengono che il livello di profondità della trance non può, in alcun modo, essere considerato un predittore del buon esito della terapia.

La ricerca affannosa, da parte di molti ipnotismi, di indicatori fisiologici rivelatori dell’avvenuta modifica dello stato di coscienza è considerata, dai successori di Erickson, per lo più una difesa dall’ansia, derivata dalla paura di non saper gestire la situazione, cercando rassicurazioni esteriori che si sono rivelate, come si è detto,  non del tutto affidabili (Mosconi, 2008).

Un secondo costrutto su cui i neo-ericksoniani hanno posto la loro attenzione, è quello della suscettibilità ipnotica, che storicamente è stata ritenuta un tratto stabile della personalità.

La personalità dipendente sembrava, un tempo, essere quella più facilmente suggestionabile. Si era convinti che solo le persone poco istruite, umili, povere e di estrazione sociale bassa, fossero facilmente ipnotizzabili per la loro tendenza a sottomettersi all’autorità e ad obbedirle acriticamente.

La diffidenza, il senso critico, il rifiuto di cedere il controllo di sé e di essere manipolati, si supponeva rendessero invece, la persona resistente alle manovre induttive.

Nel modello neo-ericksoniano, la suggestionabilità non è considerata un tratto di personalità, non è cioè da intendersi come una caratteristica stabile dell’individuo.

Non esisterebbero soggetti intrinsecamente suggestionabili o resistenti. La propensione ad essere suggestionati dipenderebbe, innanzitutto, dalla relazione che si viene ad instaurare tra  psicoterapeuta e paziente, come aveva già riconosciuto Erickson.

Nel modello neo-ericksoniano perdono quindi di valore, le “scale di suscettibilità ipnotica” e altri test impiegati nella misurazione e previsione del grado di suggestionabilità del paziente, che rimangono interessanti solo in ambito di ricerca scientifica (Mosconi, 2008).

Oggi sappiamo che sono molto pochi gli individui resistenti all’ipnosi in terapia, e che la motivazione, l’aspettativa e la creatività, sono elementi che se abilmente utilizzati dal terapeuta, portano alla trance.

Le ricerche più recenti hanno dimostrato che le persone più facilmente ipnotizzabili sono quelle più creative ed intelligenti, dotate di una grande capacità di focalizzazione dell’attenzione (Godino, & Toscano, 2007).

Chi manifesta resistenza, sosteneva Mosconi (2008), ha sempre un buon motivo per farlo, e le resistenze, affermava Erickson, possono essere usate, paradossalmente, proprio per indurre lo stato ipnotico.

La resistenza, quindi, non va mai considerata come irreversibile. L’abilità del terapeuta sta nel saper trattare l’eventuale diffidenza del paziente e la sua mancanza di aspettativa.

I neo-ericksoniani, come già Erickson (1978), per facilitare l’induzione della trance usano l’educazione ipnotica (Mosconi, 2008).

Prima di ipnotizzare il paziente, con un linguaggio a lui comprensibile, lo si istruisce su tutti gli aspetti del fenomeno.

Gli si spiega cosa sia l’ipnosi, i risultati che si possono o meno ottenere con l’ipnoterapia e quali siano le tecniche utilizzate dal terapeuta per indurlo in trance. Viene dato inoltre spazio ai quesiti, alle aspettative, ai timori, ai conflitti e alle motivazioni del paziente.

Il modo in cui viene condotta questa fase preliminare è molto importante per la successiva risposta all’ipnosi, in quanto, se abilmente gestita dal terapeuta, può accorciare i tempi del percorso verso la guarigione e portare a risultati maggiormente positivi (Mosconi, 2008).

Un ulteriore preconcetto che da sempre accompagna l’ipnosi, è quello che riguarda il presunto legame tra quest’ultima e il sonno. L’etimologia della parola ipnosi deriva dal greco hypnos che significa “sonno”, e comunemente si tende a immaginare che una persona sottoposta a ipnosi “cada nel sonno”, rilassandosi profondamente e abbassando le palpebre, abbagliata dagli “occhi d’aquila” dell’ipnotista o dal suo pendolino.

Un rilassamento somatico completo sembrerebbe, quindi, risultare indispensabile per l’induzione della trance, ma questa rappresentazione esoterica, dove l’ipnosi corrisponde all’innesco spesso repentino della totale atonia muscolare, non corrisponde sempre alla realtà perché, come si è anticipato, il grado di profondità dell’ipnosi non è necessariamente legato al grado di coinvolgimento del soggetto e all’efficacia della terapia.

È assolutamente possibile modificare lo stato di coscienza anche senza il completo abbandono somatico, questo era noto già ai tempi di Charcot, che veniva ritratto mentre ipnotizzava le sue pazienti isteriche in piedi di fronte a lui (Mosconi, 2008).

Il modello neo-ericksoniano, infine, rimane invariato rispetto a quello ericksoniano per quanto riguarda la concezione d’inconscio e la necessità di modificare lo stato di coscienza al fine di restringere l’operatività dell’emisfero sinistro e dialogare con il destro.

Le suggestioni del terapeuta non sortirebbero alcun effetto terapeutico se il paziente non fosse sotto ipnosi, perché il paziente recepirebbe le suggestioni logicamente, attraverso l’emisfero dominante, e nessun cambiamento potrebbe essere prodotto.

Nell’ipnosi ericksoniana, ciò che ostacola gli atti creativi sono le resistenze o i meccanismi di comprensione logico razionale, tipici dell’emisfero sinistro.

L’abbandono delle abitudini radicate e automatizzate, e della tendenza ad applicare rigidamente lo stesso schema a problemi che richiederebbero invece un approccio diverso, permetterà l’esplorazione di percorsi nuovi (Mosconi, 2008).

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