Il ruolo del mentire nello sviluppo dell’intelligenza. Menzogna ed evoluzione

marzo 19th, 2015 | Posted by Igor Vitale in Criminologia | Linguaggio del Corpo

mentire-menzogna-evoluzione1.3 Menzogna ed evoluzione

Finora, tutto ciò che è stato detto sulla menzogna la dipinge come qualcosa di assolutamente deplorevole e auspicalmente evitabile. Tuttavia, negli ultimi decenni sembra essere emerso che il motivo dell’intelligenza superiore del genere umano sia dovuto proprio all’istinto di ingannare.

Nel 1976, lo psicologo inglese Nicholas Keynes Humphrey si inserì nel dibattito sull’evoluzione umana con la pubblicazione del saggio “The social Function of Intellect”. L’articolo sfidò l’opinione diffusa e convenzionale secondo cui l’intelligenza umana sarebbe il frutto della lotta dei nostri antenati contro la natura. Per Humphrey, però, era difficile credere che lo sviluppo dell’intelligenza fosse stato possibile unicamente per far fronte ai problemi pratici legati alla sopravvivenza. La sua teoria sostiene infatti che alcune specie possiedono straordinarie capacità di preveggenza e di ragionamento innovativo, che Humphrey definisce “intelletto creativo”. Secondo lo psicologo, una tale capacità immaginativa potrebbe essere il frutto delle sfide insite nella vita sociale paleolitica. Gli esseri umani e i loro antenati più prossimi erano radunati in gruppi più numerosi rispetto a quelli degli altri primati e questo faceva sì che il gruppo offrisse sicuramente maggiore sicurezza, ma anche maggiore competizione. Se ogni membro del gruppo può infatti contare sugli altri e ricevere aiuto per sopravvivere e prosperare, è anche vero che tutti devono imparare a sfruttare gli altri, superarli in furbizia nella gara per il cibo e l’accoppiamento. Sulla base di queste premesse, la sopravvivenza diventa allora un gioco di tattica, in cui è necessario anticipare col pensiero ciò che accadrà e ricordare quel che è già successo. Bisogna avere una buona memoria per i volti, sapere chi ci ha fatto cosa stamattina o la settimana scorsa, chi sono gli amici e chi i nemici. Significa calcolare le conseguenze del proprio comportamento sugli altri e gli effetti del comportamento altrui su di sé. E tutto questo deve avvenire in una situazione ambigua, in perenne mutamento.

Per anni, l’ipotesi della “intelligenza sociale” rimase solo una teoria controversa in cerca di prove che la dimostrassero. A raccogliere il guanto di sfida lanciato da Humphrey furono, negli anni ottanta, Richard Byrne e Andrew Whiten, due giovani primatologi. Per confermare o confutare l’ipotesi di Humphrey, i due studiosi si concentrarono su un aspetto particolare del comportamento sociale: l’inganno tattico nei primati. Prendendo spunto dalle osservazioni di altri primatologi, tra i quali Jane Goodall, Whiten e Byrne, i quali avevano notato e descritto alcuni trucchi messi in atto dagli scimpanzé, sospettarono che queste storie non fossero semplici anomalie o aneddoti interessanti ma privi di valore, e ipotizzarono che i primati, in particolare le grandi scimmie (scimpanzé, gorilla e oranghi) fossero ingannatori abituali ed esperti.

A partire da questa intuizione, cominciarono a riflettere sull’evoluzione dell’Homo sapiens. Con ogni probabilità, nell’ambiente ancestrale tanto più si era bravi a prevedere gli effetti del proprio comportamento sugli altri (e viceversa), maggiori erano le probabilità di sopravvivere; pertanto, i più abili ingannatori avrebbero avuto un vantaggio riproduttivo perché sarebbero stati migliori, per esempio, nel sottrarre cibo agli altri con dei trucchi. Lo stesso dicasi per quelli più capaci nel riconoscere l’inganno, perché sarebbero riusciti a non farsi raggirare. Nacque così una sorta di “corsa agli armamenti cognitiva”, in cui, ad ogni nuova variazione, la specie diventava più brava nel mettere in atto gli imbrogli e a riconoscerli.

L’evoluzione della specie in questo senso portò ad un miglioramento della memoria, ad una maggiore capacità di immaginare il futuro, ad anticipare le azioni altrui e a capire perché da una particolare azione sarebbe scaturita una determinata reazione.

Nel 1988, Byrne e Whiten pubblicarono i risultati delle loro ricerche nel libro “Machiavellian Intelligence”, introducendo per la prima volta il concetto di intelligenza machiavellica per i primati non umani. Con questo termine intendevano indicare quel possesso di competenze cognitive dette “intelligenza” che, a loro avviso, era strettamente connesse con la vita sociale e la sua complessità e che richiedeva una buona gestione di strategie di manipolazione e inganno al fine di ottenere un vantaggio personale.

Dal risultato dell’osservazione di 253 rigorosi protocolli, in cui raccolsero altrettanti casi di condotta menzognera rintracciati nei primati, ricavarono una gamma di comportamenti che vanno sotto la definizione di “menzogna tattica”, all’interno della quale vengono individuate ulteriori tre macrocategorie: occultamento attivo, condotta fuorviante e controinganno. Naturalmente le categorie fanno riferimento allo scopo che viene perseguito nel mettere in atto l’inganno, a prescindere dal fatto che lo scopo venisse effettivamente raggiunto o meno.

Con i loro studi, Byrne e Whiten riuscirono a dimostrare l’ipotesi iniziale, ossia che nelle strategie di attacco o di corteggiamento gli scimpanzé usano delle tattiche per raggirare il rivale dando prova di essere capaci a tutti gli effetti di far uso della manipolazione degli altri come modalità di successo nella riproduzione e nella selezione naturale.

“Machiavellian Intelligence” proponeva come conseguenza l’ipotesi che la nostra intelligenza avesse avuto inizio proprio “con la manipolazione sociale, l’inganno e la collaborazione fondata sull’astuzia”. Questo libro influenzò moltissimo non solo la teoria evolutiva, ma anche altre scienze sociali, dalla psicologia all’economia.

Sebbene gli studi di Byrne e Whiten avessero dimostrato con argomentazioni convincenti l’esistenza di un nesso tra intelligenza e capacità di ingannare, suffragandole peraltro con numerosi aneddoti, mancavano ancora delle prove concrete. A sopperire a questa mancanza intervenne il lavoro dell’antropologo Robin Dunbar.

Partendo anch’egli dalla teoria di Humphrey sull’intelligenza sociale, Dunbar notò che primati che vivono in gruppi numerosi, come ad esempio i babbuini, hanno cervelli molto grandi rispetto a primati che vivono in gruppi ristretti, che hanno cervelli più piccoli. Ciò sui cui egli si interrogò, allora, era se un cervello più grande non servisse a gestire le complessità di gruppi sociali più folti. Far parte di un gruppo formato da cinque elementi, ad esempio, comporterà il tenere a mente dieci rapporti diversi per riuscire a orientarsi nelle dinamiche sociali, che significa sapere chi è alleato con chi, chi merita tempo e attenzione e chi no. Se il gruppo è composto da venti elementi, i rapporti bidirezionali da tenere sotto controllo diventano novanta, diciannove dei quali coinvolgono direttamente uno specifico soggetto e centosettantuno riguardano il resto del gruppo. Ciò che possiamo osservare con questo esempio è che il gruppo si è quadruplicato, ma il numero di relazioni (e dunque l’onere mentale di seguirne le tracce) è aumentato di quasi venti volte.

Dunbar passò in rassegna un’enorme mole di dati riguardanti i primati di tutto il mondo per verificare se esistesse un nesso statistico tra la dimensione del cervello di un animale e la dimensione del gruppo sociale a cui appartiene. Il parametro scelto per il confronto fu il volume della neocorteccia, cioè lo strato esterno del cervello, perché legata alla sfera dell’astrazione, della riflessione su di sé e delle previsioni, ovvero il genere di capacità necessarie, secondo Humphrey, a gestire la complessità della vita sociale.

Dunbar trovò quella correlazione, ed essa si rivelò così forte da permettergli di prevedere con incredibile accuratezza la dimensione dei gruppi di una certa specie basandosi unicamente sulla misura caratteristica della rispettiva neocorteccia. A partire da questo riscontro, fece una previsione anche per gli esseri umani. Secondo i suoi studi, sulla base della dimensione del nostro cervello avremmo dovuto essere in grado di gestire un gruppo sociale di circa centocinquanta persone. La bibliografia antropologica e sociologica sull’argomento gli diede ragione, confermando che il numero medio approssimativo di componenti di molti gruppi sociali umani, dalle società di cacciatori e raccoglitori fino alle unità dell’esercito o ai moderni reparti aziendali, era di centocinquanta.

A fare da trait d’union tra gli studi di Byrne e Whiten e quelli di Dunbar sono gli ulteriori approfondimenti di Byrne in collaborazione con la primatologa Nadia Corp, con la quale volle tentare di documentare il legame tra inganno e dimensione del cervello. A partire dalle osservazioni sui comportamenti ingannevoli nei primati allo stato brado, il cui numero era esponenzialmente aumentato dopo la pubblicazione del “Machiavellian Intelligence”, essi scoprirono che la frequenza di inganni in una specie è direttamente proporzionale alle dimensioni della neocorteccia. Al contrario, primati dotati di una neocorteccia relativamente piccola erano meno subdoli. La teoria di partenza era confermata: più grande è il cervello, migliore è il bugiardo.

In tempi più recenti, l’antropologo tedesco Volker Sommer intende dimostrare come la menzogna non solo non sia una peculiarità dell’uomo, bensì un tratto fondante dell’intero mondo animale, e anche che tale tratto non ha come scopo la conservazione della specie, ma il conseguimento di un guadagno o un vantaggio personale. Nel saggio “Elogio della menzogna”, la tesi che intende proporre è che la menzogna derivi dalla coesistenza in una comunità di individui che perpetrano l’inganno a svantaggio di un consimile per procacciarsi un utile. Sommer ricorda anche come il biologo evoluzionista americano Robert Trivers sospetti “addirittura che gran parte delle strutture fondamentali della psiche – invidia, senso di colpa, gratitudine, simpatia, diffidenza, amnesia – si siano formate nel nostro cervello per selezione naturale affinché noi si possa smascherare prima e meglio le altrui trame degli altri”1, perfezionando al contempo le nostre. Vi è anche qualche probabilità, afferma Sommer, che nel “processo evolutivo che ha condotto all’Homo Sapiens, il nostro cervello sia aumentato di volume e abbia sviluppato le sue spiccate abilità logico matematiche proprio per la necessità di far fronte a sempre più sottili forme d’inganno e di superare i sistemi di sicurezza sempre più perfezionati presenti nel cervello dei nostri simili”2.

Egli avanza anche delle ipotesi biologiche ed etologiche. Nel definire l’atto comunicativo scrive che “Quando un individuo (emettitore) invia un segnale a cui un altro individuo (ricevente) reagisce, di norma ci troviamo di fronte ad un atto comunicativo”3. Ogni segnale inviato e ricevuto comporta, o può comportare, vantaggi e svantaggi sia per l’emettitore che per il ricevente. Ciò che va sottolineato è che Sommer parla di segnali, non di linguaggio, a suffragare la teoria secondo cui l’inganno costituisce un tratto di continuità essenziale tra uomo e animale.

Sommer riconosce quattro tipi di segnali che possono intercorrere tra emettitore e ricevente: segnalazione cooperativa, ingannevole, cattiva e involontaria.

La segnalazione cooperativa procura vantaggi a entrambe le parti, quella ingannevole è vantaggiosa per l’emettitore e nociva per il ricevente, la segnalazione cattiva non porta vantaggi a nessuno e quella involontaria può causare danni all’emettitore.

Effetto di fitness per

Categoria di comportamento

Emettitore

Ricevente

Segnalazione cooperativa

+

+

Segnalazione ingannevole

+

Segnalazione cattiva

Segnalazione involontaria

+

Tabella del possibile bilancio costi/benefici per l’emettitore e il ricevente di una trasmissione di segnali

L’antropologo ritiene che “mentire e ingannare fanno parte della lotta interspecifica per la sopravvivenza (…). È chiaro come il sole che anche i conspecifici si giocano l’un l’altro dei brutti scherzi per il proprio esclusivo tornaconto ogniqualvolta ciò sia possibile, come risulta non da ultimo dalla nostra esperienza quotidiana di esseri umani”4. A confortare la sua teoria vi è l’idea che, in principio, “laddove imperavano la legge del divorare e dell’essere divorati, le irrinunciabili massime di vita si chiamano camuffamento, inganno, menzogna e raggiro”5. Sommer, dunque, propone l’egoismo come movente dell’inganno e della menzogna per facilitare e agevolare il conseguimento di un maggior vantaggio personale. Infine aggiunge che “senza dubbio, il linguaggio è il più abusato strumento di menzogna”6: fraintendimenti, incomprensioni e inganni ne sono prova.

Dello stesso avviso di Sommer sembra essere anche l’autore Ian Leslie, il quale, nel libro “Bugiardi nati”, afferma che “il bernoccolo degli umani per la dissimulazione, nato dalle esigenze della vita paleolitica, con l’invenzione del linguaggio subì un’impennata”7.

Ciò che va sottolineato di tutti gli studi che sono stati riportati non è tanto l’attribuzione ad alcune specie di primati di capacità comunicative e inferenziali che ritroviamo sviluppate nell’uomo in misura maggiore e con un’articolazione più ampia, quanto il fatto che sembra proprio che l’abilità di mentire appaia indispensabile allo sviluppo dell’uomo nella società. “A livello filogenetico la menzogna costituisce quindi un mezzo importante per gestire e acquisire risorse, specialmente da parte di quei soggetti che sono in una posizione di svantaggio nella rete sociale del gruppo. In numerose circostanze essa diventa uno strumento essenziale per la sopravvivenza. […] L’astuzia che si manifesta in svariate forme di condotta ingannevole, rappresenta una strategia sociale adottata anche da diverse specie di animali per ottenere risorse, per gestire l’intensa rete dei rapporti nel loro campo sociale, nonché per evitare le sanzioni da parte di individui dominanti”8.

1 Volker SOMMER, Elogio della menzogna. Per una storia naturale dell’inganno, Torino, Bollati Boringhieri Editori, 1999, p. 11

2 Ibidem

3 Ivi, p. 34

4 Ivi, p. 57

5 Ivi, p. 58

6 Ivi, p. 205

7 Ian LESLIE, Bugiardi nati. Perché non possiamo vivere senza mentire, Torino, Bollati Boringhieri Editori, 2011, p. 25

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