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Cosa succede nel Cervello quando si mente

L’inganno assomiglia molto ad un compito esecutivo. Esso suscita maggiore attivazione delle regioni prefrontali rispetto al dire la verità e comporta anche un costo di trasformazione, che si manifesta in tempi di risposta più lunghi.

Che gli esseri umani utilizzino più risorse cognitive quando mentono sembra in linea anche con gli studi sui primati non umani in cui risulta che, tra questi, gli utilizzatori più frequenti dell’inganno tattico possiedono una neocorteccia più grande.

Quindi, l’inganno può costituire una sorta di “corsa agli armamenti” in senso biologico-evolutivo, sostenuta dalle regioni cerebrali “superiori”.

Questo, però, ci spinge a chiederci se la presenza di una materia bianca prefrontale “anomala” possa rendere un individuo più propenso all’inganno o a permettergli di mentire meglio o peggio rispetto ad altri.

Se l’inganno si basa su risorse cognitive, un deficit in questo senso non dovrebbe compromettere la capacità di mentire (come nel caso dell’autismo), mentre coloro che sono cognitivamente sani dovrebbero essere avvantaggiati e più bravi ad ingannare?

Quindi, tale aumento della sostanza bianca ostacola o facilita l’elaborazione delle informazioni e, di conseguenza, l’inganno?

Le scoperte di Raine e Yang implicano che la materia bianca prefrontale in eccesso conferisca una migliore capacità di mentire e, quindi, parrebbe più un vantaggio.

King & Ford hanno raggiunto conclusioni simili quando hanno scoperto che coloro che sono affetti dalla patologia della pseudologia fantastica sembrerebbero evidenziare abilità verbali superiori nonostante un aumento della prevalenza di anomalie neurologiche. Tali conclusioni evocano l’immagine stereotipata del mentitore come una persona machiavellica e dalla parlantina sciolta.

Finora, un’interpretazione diretta dello studio di Raine e Yang concluderebbe che l’aumento della materia bianca prefrontale conferirebbe un “predisposizione” a mentire, il che apparirebbe come un vantaggio competitivo nella vita di tutti i giorni.

Ma ci sono delle puntualizzazioni da fare.

Innanzitutto non sappiamo se i risultati riflettono la causa o l’effetto, ovvero se è questa anomalia a condurre alla menzogna o se è la pratica dell’inganno a modificare l’anatomia del cervello. Non possiamo dare un esito definitivo sulla base dei dati raccolti.

In secondo luogo, il significato di patologico richiederebbe degli approfondimenti. Infatti, mentre gli autori, giustamente, usano il termine in un modo molto specifico, i loro criteri differiscono da quelli di alcuni altri studi.

Cos’è una menzogna patologica?

Non è un mentire “per sé”, come fanno le persone “normali” quando raccontano delle comuni bugie, spesso ai loro cari. Mentire in questo senso, a volte, potrebbe essere considerato persino altruistico. Non è così per il tipo di bugia attribuita ai volontari nello studio di Raine e Yang; quella che loro hanno considerato è prevalentemente una menzogna antisociale, come ad esempio truffare e frodare. Sembra intrinsecamente strumentale, e, quindi, simile
ad una simulazione di malattia.

Eppure si differenzia dalla menzogna patologica descritta da Ford e nella letteratura sulla Sindrome di Munchausen, in cui l’accento è posto sulla bugia controproducente, un mentire impulsivo o compulsivo non associato ad alcun tangibile guadagno personale.

Quindi ci possono essere diversi tipi di menzogna patologica, e quello descritto da Yang e Raine appartiene alla variante più antisociale.

Infine, come sono stati selezionati dai due studiosi i volontari? Frequentavano agenzie di lavoro interinale, hanno acconsentito ad essere studiati e gli è stato consentito di mentire. Questo non è molto machiavellico! Potremmo metterli a confronto con quei predatori sociali di successo che mentono e ingannano e tuttavia sono persone influenti e importanti.

Le scoperte di Yang et al. potrebbero essere specifiche per un ambiente di diseredati, dove un sottogruppo di disoccupati antisociali ricorre all’inganno per un guadagno strumentale, ma non essere necessariamente molto bravi a mentire.

In realtà, su questo punto sollevato da Spence, Leslie scrive che “chiedendo a un bugiardo se è bugiardo si rischia di innescare una spirale logica, e la loro (di Raine e Yang) ingegnosa soluzione fu quella di chiedere alle agenzie di impiego temporaneo di Los Angeles di poter accedere ai loro elenchi professionali. Raine e Yang sapevano che per i
bugiardi patologici è solitamente impossibile preservare qualsiasi legame, compreso un lavoro: ben presto vengono scoperti a dire una bugia di troppo e devono continuare a muoversi senza sosta, sia socialmente che professionalmente […]”131.

Tuttavia, conclude Spence, lo studio di Yang e Raine ha aperto un nuova strada all’uso delle tecnologie di neuroimaging per esaminare gli aspetti del comportamento umano, ottenendo risultati che possono avere profonde conseguenze per il nostro modo di vedere le attività immorali e per il sistema giuridico, specie per quanto riguarda responsabilità e mitigazione della pena. Filosoficamente, essi puntano verso comportamenti, e, per estensione, alla morale, che sono vincolati dalla biologia. Può essere osservato che, sebbene la scienza in questo settore sia relativamente recente, la sua assunzione è implicita in molta pratica psicologica e psichiatrica forense. Le pesanti implicazioni di questa proposta sottolineano pertanto la necessità di un ulteriore attento lavoro in questo
ambito.

di Francesca Baratto

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