Disturbo Borderline di Personalità nella relazione

Borderline_by_Kleemass2di Anna del Torto

3.1.1       Dinamiche relazionali interpersonali disfunzionali

Fonagy ritiene che le relazioni costruite da persone con BPD possono essere l’esito di processi di identificazione proiettiva.

A livello più elementare, la disorganizzazione della struttura del Sé impone a questi individui di manipolare in modo seduttivo una o più persone a loro vicine affinché queste si comportino in modo da consentirgli di disconoscere la parte aliena e persecutoria (Bateman e Fonagy, 2006).

Ed infatti, l’aspetto più distruttivo della cognizione borderline è proprio la tendenza a creare sempre negli altri un’esperienza insostenibile.

Questo è fondamentale per il paziente perché serve a creare un Sé alieno terrorizzato nell’altro che diventa il veicolo per ciò che è emotivamente intollerabile.

Tuttavia, in conseguenza di ciò il mondo sociale diventa un posto spaventoso, saturo di un’esperienza interpersonale persecutoria (Batemen e Fonagy, 2006).

3.1.2       Suicidio e autolesionismo

“Ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamenti automutilanti” (APA, 2000, pag. 756). Questo è il quinto criterio diagnostico del DSM-IV-TR per il Disturbo Borderline di Personalità. Quindi si vede come il suicidio e l’autolesionismo sono caratteristiche importanti in questo disturbo.

I tentativi di suicidio da parte di questi pazienti non devono essere considerati dai clinici come semplici gesti comunicativi.

In loro questo atto è una reazione alla perdita della coesione del Sé (Bateman e Fonagy, 2006).

I tentativi di suicidio spesso si verificano quando il paziente funziona secondo la modalità di equivalenza psichica o del far finta.

Nella modalità di equivalenza psichica, il suicido non ha lo scopo di uccidere la persona ma di annientare solo la parte aliena del Sé vissuta come la fonte di ogni malvagità.

Quando invece il paziente si trova nella modalità del far finta, che come detto prima è caratterizzata dalla disconnessione dell’esperienza soggettiva e la realtà, crede di poter sopravvivere al tentativo di suicidio mentre la parte aliena del Sé sarà annientata definitivamente (Bateman e Fonagy, 2006).

Secondo Fonagy, i pazienti borderline che tentano il suicidio spesso lo vivono come un gesto alla ricerca della loro base sicura: il ricongiungimento a uno stato in grado di ridurre la loro paura esistenziale.

Anche gli atti di autolesionismo trovano un loro significato se considerati dal punto di vista della modalità teleologica; questo perché riescono ad elicitare negli altri azioni che rappresentano prove concrete di una preoccupazione (Bateman e Fonagy, 2006).

Il paziente, infatti, è costretto a sollecitare una prova tangibile della preoccupazione che gli altri hanno per lui, proprio a causa della sua incapacità di provare preoccupazione in quelle circostanze dove le persone con una buona mentalizzazione non esiterebbero a farlo.

In questa modalità pre-mentalistica le varie parti del corpo vengono considerate l’equivalente di specifici stati mentali e quindi posso essere rimossi in senso fisico e letterale (Bateman e Fonagy, 2006).

Perdite potenziali e senso di isolamento, portando il paziente ad una attivazione emozionale, rappresentano le condizioni ideali di questo tipo di agiti: in questi casi infatti, il paziente perde la capacità di controllare i suoi stati mentali (in questi pazienti, come detto prima, le capacità mentalizzanti decadono in picchiata proprio in situazioni di forte attivazione emozionale).

Dopo un agito autolesionista il paziente prova spesso una sensazione di sollievo e di maggiore coesione del Sé (Bateman e Fonagy, 2006).

3.1.3       Atti impulsivi violenti

Un altro tratto importante della personalità borderline è caratterizzato da atti impulsivi violenti a livello interpersonale.

Questi, sempre dal punto di visto di un fallimento della mentalizzazione, si verificano quando il tentativo di questi pazienti di esternalizzare la loro parte del Sé persecutoria fallisce (Bateman e Fonagy, 2006).

Se l’altro si sottrae alle manovre intimidatorie o umiliatrici messe in atto dal paziente per trasformarlo in un contenitore passivo per i suoi stati mentali intollerabili, allora questi atti impulsivi violenti divengono l’unico modo di relazionarsi.

La distruzione dell’altro mediante la violenza diviene l’unico mezzo per esternalizzare la parte aliena del Sé.

Quindi anche in questo caso come nel tentativo di suicidio, la messa in atto di questi agiti viene vissuta dal paziente come un atto di speranza o di liberazione.

Con quanto detto finora, vediamo come Fonagy abbia dato un contributo fondamentale nello studio e nella comprensione del Disturbo Borderline di Personalità grazie al suo modello basato sul deficit di mentalizzazione che considera appunto una delle caratteristiche problematiche più importanti del disturbo, sviluppatosi proprio a partire da un attaccamento disorganizzato nell’infanzia.

Inoltre, anche qui, si mette in rilievo che uno dei tratti più salienti del paziente borderline è la sua identità dissociata, il non avere rappresentazioni mentali del Sé integrate e ben salde che porta appunto a un deficit nella mentalizzazione.